L’America è un avvocato di provincia che alla fine degli anni Ottanta ha deciso di abbandonare le polverose aule di tribunale del Sud per narrare le ingiustizie di un sistema che troppo spesso protegge i forti e altrettanto spesso dimentica i deboli. Quell’avvocato diventato scrittore si chiama John Grisham e dal 1989, anno dell’esordio con Il momento di uccidere , non ha smesso di inventarsi qualche stratagemma per scavare nella storia del suo Paese. Prendiamo L’inganno francese , il nuovo romanzo appena uscito per Mondadori (come tutto Grisham). È la storia di una coppia, Paul e Chelsea Tanner, che parte per una romantica luna di miele in Francia. Il sogno di una vita, interrotto da un incubo: gli sposi vengono rapiti durante una gita in Normandia e spariscono nel nulla. Scopriremo che dietro c’è un riscatto, che entreranno in gioco l’intelligence francese, l’Fbi, la Cia e un giovane avvocato sotto copertura di nome Stuart Nash. Un romanzo di spionaggio che parte dai fatti di cronaca legati agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, di cui si è appena commemorato il 25° anniversario .  Dunque, signor Grisham, che cosa lega il rapimento di due sposini in Normandia all’11 settembre? «Non dimentico ciò di cui si è macchiato il nostro governo negli anni successivi agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Mi riferisco ad alcune misure drastiche adottate dagli Stati Uniti in nome della difesa e della diplomazia. Non abbiamo rispettato il diritto americano e il diritto internazionale. Le attività condotte per combattere il terrorismo sono state profondamente problematiche. In Afghanistan, in Pakistan e in altre zone del Medio Oriente abbiamo violato leggi, arrestato e ucciso persone senza motivo».  C’è un episodio, in particolare, che l’ha riportata all’11 settembre? «Sì, uno in particolare. È la storia di un giovane arrestato dalle autorità americane. Credo fosse algerino e lavorasse in Afghanistan o in Pakistan. Fu catturato dai nostri soldati e torturato. Fu trasferito in una struttura militare americana che finanziammo per tredici anni. Non fu mai incriminato formalmente, perché non aveva commesso alcun reato. Fu rimesso in libertà nel cuore della notte, caricato su un aereo e portato in un Paese che non era il suo. Lo scaricarono in mezzo a una strada: senza soldi, senza spiegazioni e certamente senza scuse. Scrissi un editoriale per un quotidiano sulla sua storia. La vicenda ebbe una certa risonanza. È un episodio che non sono mai riuscito a dimenticare. Ancora oggi non riesco a togliermi dalla testa la storia di quel ragazzo. Avrei voluto incontrarlo».  Non è la prima volta che abbandona l’aula di un tribunale: che cosa significa, per uno scrittore che ha costruito la propria carriera raccontando il mondo giudiziario, avventurarsi nel territorio dell’intrigo internazionale? «È una bellissima domanda. In realtà mi sento sempre più a mio agio nell’aula di un tribunale, perché è da lì che vengo. Pensavo che avrei svolto quella professione per il resto della mia vita. Amo i processi, amo stare davanti a una giuria, confrontarmi con gli altri avvocati, avere a che fare con il giudice e con i testimoni. L’ho fatto per dieci anni, quando ero, appunto, un legale. Quando ho cominciato a scrivere di tribunali, mi sono reso conto che la maggior parte dei processi è piuttosto noiosa. Tuttavia, ho capito molto presto una cosa: i lettori amano il legal thriller. Lo adorano. Ogni volta che esco da questo territorio è per affrontare una nuova sfida, come questa storia di spionaggio. Ne L’inganno francese non ci sono aule di tribunale. Ci sono degli avvocati, ma nessun processo».  L’impressione è che questo romanzo abbia due ritmi diversi: il primo molto veloce, il secondo più lento. «Quando mia moglie lesse per la prima volta il manoscritto de L’inganno francese – lei è sempre la mia prima lettrice –, ero arrivato più o meno a metà del romanzo. Mi disse: “Non giravo le pagine così velocemente dai tempi de Il socio ” (il libro del 1991 che ha reso Grisham una star, ndr ). È stato un gran bel complimento. Quando ho cominciato a costruire la trama, ho pensato: proviamo a metterci nei panni di un genitore. Hai un figlio o una figlia di venticinque anni in viaggio di nozze, lontano da casa. Ricevi una telefonata. La telefonata dell’incubo, quando scopri che sono in pericolo. E capisci di avere a che fare con persone davvero pericolose. Che cosa fai? A chi ti rivolgi? Per tutta la prima metà del libro sono tornato continuamente a questa domanda: che cosa faresti se fossi un genitore? Ed è diventato affascinante immaginare una soluzione senza ricorrere alle forze dell’ordine; senza, soprattutto, poter dire a nessuno che cosa stia accadendo. Quella è stata la parte più divertente. Poi, una volta scoperto dove si trovano le vittime del rapimento e una volta capito che cosa potrebbe accadergli, si entra nella seconda fase: il salvataggio. Come tirarli fuori da lì?».  Le scene di tortura sono particolarmente vivide. Come ha lavorato sulla loro rappresentazione? «È incredibile quello che si può trovare su internet. Io non passo molto tempo online, ma questa volta avevo bisogno di leggere testimonianze di persone che hanno vissuto l’esperienza drammatica di una tortura. È stato terrificante scoprire certi dettagli. Ho attenuato alcuni passaggi perché sempre mia moglie mi ha detto: “Qui stai esagerando. Non dobbiamo scioccare chi legge o farlo star male”».  Nel romanzo si incontrano due mondi, quello americano e quello europeo, spesso ormai in collisione. Che cosa racconta, secondo lei, questa contrapposizione? «Gli Stati Uniti danno per scontato di avere sempre ragione, mentre gli altri hanno torto. Vale per la diplomazia e per la difesa. Pensiamo che il nostro esercito non abbia mai perso una guerra. Pensiamo di essere eccezionali. Tendiamo a non ascoltare. Non avremmo mai immaginato di trovarci ancora impantanati in Medio Oriente. Anche allora non riuscivamo a crederci, quando il presidente Bush decise di attaccare l’Iraq, nel 2002, e poi di invaderlo, nel 2003. “Un’altra stupida guerra?”, ci chiedevamo. In Vietnam perdemmo 58mila giovani soldati. Pensavamo, a questo punto invano, che non ci saremmo mai più imbarcati in un conflitto. Mai più una guerra inutile. Ma l’America è tornata a dividersi. Dopo l’11 settembre stavamo per iniziare una campagna contro un Paese che non ci aveva nemmeno minacciati. Quello fu davvero l’inizio di una maggiore consapevolezza riguardo ai nostri limiti. Nel 2026 ci siamo cascati di nuovo. A causa del conflitto tuttora in corso con l’Iran abbiamo perso miliardi di dollari, che farebbero bene alla nostra economia interna. Credo che l’immagine dell’America nel mondo ne sia uscita profondamente danneggiata». L’America si avvicina alle elezioni di metà mandato, in programma il 3 novembre. Teme che Trump possa tentare di interferire con il processo elettorale? «Abbiamo a che fare con una persona totalmente imprevedibile, che non sembra riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, che non ha un piano e che, a mio avviso, non è particolarmente intelligente. Ed è circondato da persone molto simili a lui. Spero in una grande ondata democratica e in un forte cambiamento. L’anno scorso, in Virginia, dove vivo, abbiamo votato per eleggere un nuovo governatore. I sondaggi indicavano una probabile vittoria democratica e una grande affluenza. C’erano voci e timori secondo cui Trump avrebbe potuto cercare di intervenire in qualche modo. Non l’ha fatto. Credo che, se da qui al 3 novembre la situazione dovesse degenerare, la Corte Suprema direbbe finalmente: “Basta. Nessuno può fermare delle elezioni democratiche”. E lo abbiamo visto con il tentativo del presidente di interferire con il voto per posta. Quindi sono ottimista. Abbiamo migliaia di avvocati pronti a intervenire. Ci aspettiamo che le elezioni si svolgano regolarmente. Se non dovesse essere così, non oso nemmeno immaginare che cosa potrebbe accadere. È terribile persino da pensare».  Trump ha parlato di un’ondata comunista dopo le primarie democratiche per il Senato in Michigan di agosto, con la vittoria del progressista Abdul El-Sayed. Secondo lei i dem sono più preparati e uniti rispetto alle scorse presidenziali? «Si può sempre contare sui democratici per una cosa: trovare il modo di complicarsi la vita. Abbiamo una straordinaria capacità di candidare persone con storie e profili particolari. Siamo un grande ombrello che raccoglie moltissimi politici, e ne siamo orgogliosi. Ma a volte scommettiamo su candidati che non sono minimamente in grado di conquistare l’America. Il Paese è diviso: metà rosso, metà blu. Per vincere, come hanno dimostrato Bill Clinton e Barack Obama, bisogna rimanere al centro. Non si può andare né troppo a sinistra né troppo a destra. Bisogna trovare un terreno comune e riuscire a parlare alla maggioranza degli elettori».   Torniamo al punto di partenza: l’11 settembre. Com’è cambiata l’America in questi venticinque anni? «Penso che sia un Paese più sicuro. Al-Qaeda è stata indebolita, anche se probabilmente non scomparirà mai. Merito dei nostri servizi di intelligence, delle forze armate, delle amministrazioni che si sono