Signori della Corte, onorevoli giurati: prendo la parola davanti a questo tribunale dei social riunito in seduta permanente per difendere il diritto del calciatore Kylian Mbappé di pensarla diversamente da molti di noi. Il Mbappé e altri due calciatori non spagnoli del Real Madrid si sono plasticamente dissociati da una campagna patriottica, arrotolando e coprendo con le mani una maglietta a sostegno degli abitanti di Ceuta , l’exclave spagnola che ad agosto fu scossa da una «crisi migratoria», come dicono quelli che parlano bene, cioè fu invasa da una massa di disperati a cui era stato fatto credere che l’approdo in quella cittadina li avrebbe resi di colpo europei. Signori della Corte, onorevoli giurati: la domanda che vi pongo è la seguente. Il fatto di lavorare in Spagna obbliga Mbappé a schierarsi sempre e comunque dalla parte della nazione in cui vive e che lo paga? Oppure il fuoriclasse francese è libero di pensarla come vuole, o di non voler far sapere agli altri come la pensa, o anche di non pensarla in alcun modo? Il clima che si respira in Europa si è così incarognito da farci considerare ogni stecca sul coro un oltraggio o un tradimento? E diamo ormai talmente importanza ai soldi da credere che comprino tutto, compreso il diritto di avere idee politiche e sociali diverse da quelle di coloro che ci passano lo stipendio?  Non ditemi che anche Mbappé l’anticonformista è diventato un radical chic.