Un nuovo (piccolo) Ulivo. Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, ha firmato la prefazione del libro di Ernesto Maria Ruffini che uscirà il 9 ottobre ed è il «manifesto» dei comitati Più Uno. L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, che nel governo Draghi aveva la delega ai servizi segreti, hanno sottoscritto l’atto costitutivo della nuova forza politica. «Lo sbirro&l’esattore», ha scritto Il Foglio. «Bisogna essere seri e non aver timore di chi ha servito il Paese rispettandone le regole. Non è una macchia da cui uno si debba difendere. Anche un premier, un ministro della Difesa o degli Interni hanno accesso a informazioni riservate. Terminato il mandato non possono più fare politica o guidare un partito?». In un centro così affollato serviva un nuovo partito? «Non siamo di centro, ma di centrosinistra. Cerchiamo di dare una mano perché non rivinca la destra. Non nasciamo per fare da stampella, ma perché in questi anni ci si è concentrati sui voti che esistono, invece di pensare alla metà degli italiani che non va più a votare. Ci sono tanti elettori che non si riconoscono nella destra e nemmeno nella sinistra e cercano una casa». Cosa offrite, per convincerli a tornare alle urne? «Parliamo a tutto il Paese. A tutti coloro che si riconoscono in un centrosinistra che rappresenta l’Europa, l’uguaglianza e uno Stato che rimuove gli ostacoli. Nasciamo dalla stessa ambizione da cui è nato l’Ulivo: tenere assieme culture diverse come cattolici democratici, socialisti, riformisti di sinistra, liberali». Renzi lancia appelli, anche a Forza Italia. L’ex premier può federare il centro? «La politica non serve a sommare nomi e sigle. Il centrosinistra ha bisogno di qualcuno che tenga insieme gli elettori, non i leader, e che riporti le persone a votare. Dopo quattro anni di opposizione bisogna concentrarsi sulla piattaforma di governo, cercando di scriverla insieme. Chiediamo ai protagonisti di mettere nero su bianco i punti irrinunciabili, prima di parlare di leader». La patrimoniale? Per parte della sinistra è irrinunciabile. «Sono contrario. Le tasse sono già troppo alte e sono mal spese. Dal 2022 la pressione fiscale è aumentata. Il problema non è mettere una tassa in più, né trovare altre risorse. Dal 2015 sono stati raccolti più di 270 miliardi di evasione, ma i cittadini non hanno percepito a cosa siano serviti. Qualunque tassa dovrebbe essere concepita sapendo già come si spenderanno le risorse». Meloni non ha speso al meglio? «No, il suo governo non ha saputo spendere con efficacia. Non hanno un amico a cui chiedere in cosa gli sia migliorata la vita? La destra aveva promesso non so quale Paese migliore e invece, dalla casa alla sicurezza, dalle bollette al lavoro, una spesa pubblica che vale più di mille miliardi e il Pnrr non sono serviti a risolvere i problemi». Cosa pensa dello Stabilicum, che obbliga i nuovi partiti a raccogliere 6 mila firme per ogni collegio? «È una norma irragionevole e ci sono altri punti di censura. Io aspetto la pronuncia della Corte costituzionale. In un Paese dove vota la metà degli elettori, chi prendesse il premio al 42% rappresenterebbe un elettore su cinque». Il centrosinistra non ha responsabilità? «Certo che ne ha. La destra ha fatto questa legge per il vuoto grave e miope lasciato nel 2020, quando si è votato il taglio dei parlamentari sull’onda dell’antipolitica e non si è riformata la legge elettorale. Chi lascia vuoti si assume il rischio che poi arrivi un altro che ha una diversa concezione della democrazia». Anche lei, come Renzi, teme che Meloni si prenda anche il Quirinale? «È uno dei rischi. Ma per riportare le persone a votare non basta lanciare l’allarme e stare insieme a tutti i costi pur di battere la destra. Bisogna offrire la speranza di cambiare in meglio». Nella «guerra» fra Schlein e Conte lei per chi tifa? «Le primarie non sono un talent show e non riguardano l’interesse collettivo. Ma poiché occorre mettersi d’accordo su un nome, se si arriverà alle primarie sarà perché è mancata la generosità di trovare un’altra strada». Un terzo nome? Si è molto parlato di Gabrielli. «È un nome di altissimo valore e la sicurezza sarà un tema centrale, che non possiamo lasciare alla destra». Se si faranno le primarie lo candiderete? «Lo vedremo insieme».
Intervista a Ernesto Ruffini: «Abbiamo l'ambizione dell'Ulivo. Patrimoniale? Sono contrario»
Un nuovo (piccolo) Ulivo. Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, ha firmato la prefazione del libro di Ernesto Maria Ruffini che uscirà il 9 ottobre ed è il «manifesto» dei comitati Più Uno. L’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, che nel governo Draghi aveva la delega ai servizi segreti, hanno sottoscritto l’atto costitutivo della nuova forza politica. «Lo sbirro&l’esattore», ha scritto Il Foglio. «Bisogna essere seri e non aver timore di chi ha servito il Paese rispettandone le regole. Non è una macchia da cui uno si debba difendere. Anche un premier, un ministro della Difesa o degli Interni hanno accesso a informazioni riservate. Terminato il mandato non possono più fare politica o guidare un partito?». In un centro così affollato serviva un nuovo partito? «Non siamo di centro, ma di centrosinistra. Cerchiamo di dare una mano perché non rivinca la destra. Non nasciamo per fare da stampella, ma perché in questi anni ci si è concentrati sui voti che esistono, invece di pensare alla metà degli italiani che non va più a votare. Ci sono tanti elettori che non si riconoscono nella destra e nemmeno nella sinistra e cercano una casa». Cosa offrite, per convincerli a tornare alle urne? «Parliamo a tutto il Paese. A tutti coloro che si riconoscono in un centrosinistra che rappresenta l’Europa, l’uguaglianza e uno Stato che rimuove gli ostacoli. Nasciamo dalla stessa ambizione da cui è nato l’Ulivo: tenere assieme culture diverse come cattolici democratici, socialisti, riformisti di sinistra, liberali». Renzi lancia appelli, anche a Forza Italia. L’ex premier può federare il centro? «La politica non serve a sommare nomi e sigle. Il centrosinistra ha bisogno di qualcuno che tenga insieme gli elettori, non i leader, e che riporti le persone a votare. Dopo quattro anni di opposizione bisogna concentrarsi sulla piattaforma di governo, cercando di scriverla insieme. Chiediamo ai protagonisti di mettere nero su bianco i punti irrinunciabili, prima di parlare di leader». La patrimoniale? Per parte della sinistra è irrinunciabile. «Sono contrario. Le tasse sono già troppo alte e sono mal spese. Dal 2022 la pressione fiscale è aumentata. Il problema non è mettere una tassa in più, né trovare altre risorse. Dal 2015 sono stati raccolti più di 270 miliardi di evasione, ma i cittadini non hanno percepito a cosa siano serviti. Qualunque tassa dovrebbe essere concepita sapendo già come si spenderanno le risorse». Meloni non ha speso al meglio? «No, il suo governo non ha saputo spendere con efficacia. Non hanno un amico a cui chiedere in cosa gli sia migliorata la vita? La destra aveva promesso non so quale Paese migliore e invece, dalla casa alla sicurezza, dalle bollette al lavoro, una spesa pubblica che vale più di mille miliardi e il Pnrr non sono serviti a risolvere i problemi». Cosa pensa dello Stabilicum, che obbliga i nuovi partiti a raccogliere 6 mila firme per ogni collegio? «È una norma irragionevole e ci sono altri punti di censura. Io aspetto la pronuncia della Corte costituzionale. In un Paese dove vota la metà degli elettori, chi prendesse il premio al 42% rappresenterebbe un elettore su cinque». Il centrosinistra non ha responsabilità? «Certo che ne ha. La destra ha fatto questa legge per il vuoto grave e miope lasciato nel 2020, quando si è votato il taglio dei parlamentari sull’onda dell’antipolitica e non si è riformata la legge elettorale. Chi lascia vuoti si assume il rischio che poi arrivi un altro che ha una diversa concezione della democrazia». Anche lei, come Renzi, teme che Meloni si prenda anche il Quirinale? «È uno dei rischi. Ma per riportare le persone a votare non basta lanciare l’allarme e stare insieme a tutti i costi pur di battere la destra. Bisogna offrire la speranza di cambiare in meglio». Nella «guerra» fra Schlein e Conte lei per chi tifa? «Le primarie non sono un talent show e non riguardano l’interesse collettivo. Ma poiché occorre mettersi d’accordo su un nome, se si arriverà alle primarie sarà perché è mancata la generosità di trovare un’altra strada». Un terzo nome? Si è molto parlato di Gabrielli. «È un nome di altissimo valore e la sicurezza sarà un tema centrale, che non possiamo lasciare alla destra». Se si faranno le primarie lo candiderete? «Lo vedremo insieme».

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