La compassione non è pietà, né debolezza. È sentire il dolore dell'altro e provare ad alleviarlo, una fatica che richiede stabilità e forza. È questo lo sguardo che Ilaria Tuti , autrice bestseller della serie di Teresa Battaglia , diventata anche una fiction, e una dei protagonisti del podcast Merlino (progetto Il Libraio Scuola ), porta nel suo ultimo romanzo, Ed è un poco la notte e un poco l'alba (Longanesi), dedicato a un episodio della Seconda guerra mondiale. Nel 1944 un contingente cosacco, uomini delle pianure del Don al soldo dei tedeschi, arriva in Carnia per domare la resistenza partigiana. Comincia così una convivenza forzata con gli abitanti, fatta di violenze, saccheggi e timidi tentativi di integrazione. Tuti intreccia la Storia e il destino dei singoli, raccontando luci e ombre di chi invade e di chi è invaso. Il titolo del libro è tratto da una prosa di Pierluigi Cappello: «Ed è un poco la notte e un poco l'alba. Noi, bambini di allora, siamo stati quello, il Friuli di allora è stato quello». Perché ha scelto questa citazione? «È un passaggio di uno splendido testo in cui Cappello descriveva il Friuli prima del terremoto. Era un Friuli dal tessuto sociale denso, fatto di relazioni secolari tra le famiglie e tra i borghi. Con il terremoto quel tessuto si è frantumato, si è disintegrato come gli edifici, ed è stato difficilissimo ricostruirlo». Un po' come è successo con la guerra? «Per Pierluigi il buio era la tenebra del vecchio Friuli: una terra contadina, povera, con zone di arretratezza culturale, sociale ed economica, e per secoli segnata da un'emigrazione fortissima e dura. Io però ho un po' rivisto questa spiegazione. Ho pensato a quello spazio liminale che si apre nelle guerre, in ogni trasformazione sociale e politica, in ogni distruzione da cui ricostruire. La lunga notte da attraversare è la guerra; l'alba che arriva è quella dei valori a cui la popolazione si è aggrappata, sia durante il conflitto sia dopo il terremoto, che è stato simile per tipo di devastazione: macerie, tutto crollato, una società da ricomporre». Cappello parla dei bambini di allora. E chi sono quelli di oggi? «Cappello li descriveva come spiriti liberi. Quel Friuli l'ho visto scemare, ma ho fatto in tempo a viverne una parte: la comunità si era ricomposta nei prefabbricati in cui ho abitato fino a otto anni. C'era ancora una vita di comunità dallo spirito antico e una grande libertà per i bambini. Eravamo un po' figli di tutti, stavamo a contatto con la natura in ogni stagione. I bambini di adesso, purtroppo, sono pochi. Lo vedo con mia figlia, che ha nove anni: non si esce di casa e si trova l'amichetto con cui giocare, bisogna cercarlo. Abbiamo paura di questo mondo, e lasciarli liberi ci costa fatica». Nel romanzo ci sono saccheggi e violenza, eppure non manca mai la meraviglia. Come si racconta la compassione dentro la barbarie senza giustificarla? «Bisogna arrivare a sospendere il giudizio, ed è molto difficile. Occorre anche rendersi conto che è sempre facile mettersi dalla parte dei buoni e dei giusti a ottant'anni o a un secolo di distanza, che si tratti della Prima o della Seconda guerra mondiale. Si devono cercare quei minimi appigli per vedere davvero nell'altro l'essere umano. È qualcosa che emerge dai documenti: durante il lavoro di ricerca non ho trovato solo morte e devastazione, ma anche piccoli gesti, da entrambe le parti, che riaprivano alla speranza». Spesso dimentichiamo che anche gli invasori possono essere vittime, strumenti nelle mani del potere. «Ci sono vari gradi di responsabilità. Penso al soldato di diciotto anni che, se non va in guerra, finisce davanti al plotone d'esecuzione: non può essere giudicato come l'ufficiale che prende le decisioni. Nel caso che racconto il popolo cosacco non si era alleato con i nazisti per ragioni ideologiche, ma perché, cacciato dai suoi territori, cercava di riavere una terra». Non è la prima volta che riscopre un evento storico dimenticato. La storia è la nostra memoria, ma ai ragazzi risulta spesso indigesta quando devono studiarla. «Non piace perché la sentiamo distante, per ragioni di tempo e di spazio. Viene condensata in nomi di generali, date, spostamenti di truppe: tutte cose che hanno poco di emotivo. I romanzi storici, quando riportano alla luce certi eventi in modo accurato, ci fanno capire come l'essere umano ha reagito davanti alle tragedie. In quel buio, in quella difficoltà, possiamo immedesimarci, seguire il personaggio, capire e interrogarci. La storia è importante perché ci fa capire quanto ci è costata la vita che viviamo oggi, quale prezzo ha avuto per le generazioni precedenti e che cosa significa chiamare casa questa terra». Il libro esce in un tempo di guerre, esodi e confini contesi. Come possiamo insegnare ai ragazzi a non perdere la speranza? «Innanzitutto dovremmo mostrare più fiducia in loro. Vedo spesso critiche tranchant verso le nuove generazioni, ma siamo noi a consegnare loro un futuro precario. È stato scritto che saranno le prime a non poter sperare di migliorare la propria condizione. Tutti noi siamo partiti con una probabilità statisticamente alta di crescere socialmente, culturalmente ed economicamente; loro sono i primi a subire un arresto. Il mondo che lasciamo loro è complesso, difficile, pieno di stimoli fortissimi che li distraggono da ciò che conta di più». La protagonista, Serafina, è una donna forte: ha sofferto, ma ha saputo rialzarsi. Che cosa possono imparare le ragazze da lei? «Che la libertà viene dall'indipendenza: economica, culturale, di pensiero critico. Bisogna imparare a provvedere a sé stesse per poter parlare di libertà. Mi spaventa molto il ritorno dell'idea della donna e della moglie tradizionalista, che ha attecchito negli Stati Uniti. Qui in Italia sta tornando l'immagine della moglie modesta, ubbidiente, che trova compimento solo tra le pareti di casa e che, se coltiva altri desideri, è considerata scapestrata, poco sotto controllo. È un pensiero pericolosissimo, e le ragazze devono essere in allerta. Speranza sì, ma attiva: non cerchiamo sempre di essere salvate. I diritti non ce li ha mai regalati nessuno. Vanno conquistati e, in questo periodo storico, anche difesi, perché rischiano di essere revocati». Nei suoi romanzi le donne sono il lato più umano e resiliente della Storia? «Sì, e sono quelle che trovi nei documenti. Sono rimaste a resistere quando gli uomini erano chiamati altrove, dall'emigrazione o dai fronti di guerra. Hanno retto intere comunità e hanno guidato quel cammino nella notte fino all'alba. Eppure i libri di testo le hanno dimenticate. Mi sembrava importante ritagliare per loro almeno uno spazio nei romanzi, far riemergere figure femminili che sono state fondamentali anche per la società di oggi e che ci hanno portato a essere le donne che siamo». Come si insegna ai ragazzi a crescere restando umani? «Bisogna recuperare la compassione, un termine considerato obsoleto che va assolutamente rispolverato in una società feroce come la nostra. Spesso la si confonde con la pietà, la si considera una fragilità interiore, un eccesso di emotività. Invece compatire significa soffrire con l'altro: sentire il suo dolore, provarlo su di sé e cercare di alleviarlo. Per farlo serve una forza grandissima, serve centratura, stabilità, un'apertura di cuore ma anche di testa verso il mondo. Per restare umani bisogna stare in mezzo al mondo, sentirlo, percepirne l'umanità».
Ilaria Tuti: «Abbiamo paura di questo mondo. E lasciare liberi i nostri figli costa fatica»
La compassione non è pietà, né debolezza. È sentire il dolore dell'altro e provare ad alleviarlo, una fatica che richiede stabilità e forza. È questo lo sguardo che Ilaria Tuti , autrice bestseller della serie di Teresa Battaglia , diventata anche una fiction, e una dei protagonisti del podcast Merlino (progetto Il Libraio Scuola ), porta nel suo ultimo romanzo, Ed è un poco la notte e un poco l'alba (Longanesi), dedicato a un episodio della Seconda guerra mondiale. Nel 1944 un contingente cosacco, uomini delle pianure del Don al soldo dei tedeschi, arriva in Carnia per domare la resistenza partigiana. Comincia così una convivenza forzata con gli abitanti, fatta di violenze, saccheggi e timidi tentativi di integrazione. Tuti intreccia la Storia e il destino dei singoli, raccontando luci e ombre di chi invade e di chi è invaso. Il titolo del libro è tratto da una prosa di Pierluigi Cappello: «Ed è un poco la notte e un poco l'alba. Noi, bambini di allora, siamo stati quello, il Friuli di allora è stato quello». Perché ha scelto questa citazione? «È un passaggio di uno splendido testo in cui Cappello descriveva il Friuli prima del terremoto. Era un Friuli dal tessuto sociale denso, fatto di relazioni secolari tra le famiglie e tra i borghi. Con il terremoto quel tessuto si è frantumato, si è disintegrato come gli edifici, ed è stato difficilissimo ricostruirlo». Un po' come è successo con la guerra? «Per Pierluigi il buio era la tenebra del vecchio Friuli: una terra contadina, povera, con zone di arretratezza culturale, sociale ed economica, e per secoli segnata da un'emigrazione fortissima e dura. Io però ho un po' rivisto questa spiegazione. Ho pensato a quello spazio liminale che si apre nelle guerre, in ogni trasformazione sociale e politica, in ogni distruzione da cui ricostruire. La lunga notte da attraversare è la guerra; l'alba che arriva è quella dei valori a cui la popolazione si è aggrappata, sia durante il conflitto sia dopo il terremoto, che è stato simile per tipo di devastazione: macerie, tutto crollato, una società da ricomporre». Cappello parla dei bambini di allora. E chi sono quelli di oggi? «Cappello li descriveva come spiriti liberi. Quel Friuli l'ho visto scemare, ma ho fatto in tempo a viverne una parte: la comunità si era ricomposta nei prefabbricati in cui ho abitato fino a otto anni. C'era ancora una vita di comunità dallo spirito antico e una grande libertà per i bambini. Eravamo un po' figli di tutti, stavamo a contatto con la natura in ogni stagione. I bambini di adesso, purtroppo, sono pochi. Lo vedo con mia figlia, che ha nove anni: non si esce di casa e si trova l'amichetto con cui giocare, bisogna cercarlo. Abbiamo paura di questo mondo, e lasciarli liberi ci costa fatica». Nel romanzo ci sono saccheggi e violenza, eppure non manca mai la meraviglia. Come si racconta la compassione dentro la barbarie senza giustificarla? «Bisogna arrivare a sospendere il giudizio, ed è molto difficile. Occorre anche rendersi conto che è sempre facile mettersi dalla parte dei buoni e dei giusti a ottant'anni o a un secolo di distanza, che si tratti della Prima o della Seconda guerra mondiale. Si devono cercare quei minimi appigli per vedere davvero nell'altro l'essere umano. È qualcosa che emerge dai documenti: durante il lavoro di ricerca non ho trovato solo morte e devastazione, ma anche piccoli gesti, da entrambe le parti, che riaprivano alla speranza». Spesso dimentichiamo che anche gli invasori possono essere vittime, strumenti nelle mani del potere. «Ci sono vari gradi di responsabilità. Penso al soldato di diciotto anni che, se non va in guerra, finisce davanti al plotone d'esecuzione: non può essere giudicato come l'ufficiale che prende le decisioni. Nel caso che racconto il popolo cosacco non si era alleato con i nazisti per ragioni ideologiche, ma perché, cacciato dai suoi territori, cercava di riavere una terra». Non è la prima volta che riscopre un evento storico dimenticato. La storia è la nostra memoria, ma ai ragazzi risulta spesso indigesta quando devono studiarla. «Non piace perché la sentiamo distante, per ragioni di tempo e di spazio. Viene condensata in nomi di generali, date, spostamenti di truppe: tutte cose che hanno poco di emotivo. I romanzi storici, quando riportano alla luce certi eventi in modo accurato, ci fanno capire come l'essere umano ha reagito davanti alle tragedie. In quel buio, in quella difficoltà, possiamo immedesimarci, seguire il personaggio, capire e interrogarci. La storia è importante perché ci fa capire quanto ci è costata la vita che viviamo oggi, quale prezzo ha avuto per le generazioni precedenti e che cosa significa chiamare casa questa terra». Il libro esce in un tempo di guerre, esodi e confini contesi. Come possiamo insegnare ai ragazzi a non perdere la speranza? «Innanzitutto dovremmo mostrare più fiducia in loro. Vedo spesso critiche tranchant verso le nuove generazioni, ma siamo noi a consegnare loro un futuro precario. È stato scritto che saranno le prime a non poter sperare di migliorare la propria condizione. Tutti noi siamo partiti con una probabilità statisticamente alta di crescere socialmente, culturalmente ed economicamente; loro sono i primi a subire un arresto. Il mondo che lasciamo loro è complesso, difficile, pieno di stimoli fortissimi che li distraggono da ciò che conta di più». La protagonista, Serafina, è una donna forte: ha sofferto, ma ha saputo rialzarsi. Che cosa possono imparare le ragazze da lei? «Che la libertà viene dall'indipendenza: economica, culturale, di pensiero critico. Bisogna imparare a provvedere a sé stesse per poter parlare di libertà. Mi spaventa molto il ritorno dell'idea della donna e della moglie tradizionalista, che ha attecchito negli Stati Uniti. Qui in Italia sta tornando l'immagine della moglie modesta, ubbidiente, che trova compimento solo tra le pareti di casa e che, se coltiva altri desideri, è considerata scapestrata, poco sotto controllo. È un pensiero pericolosissimo, e le ragazze devono essere in allerta. Speranza sì, ma attiva: non cerchiamo sempre di essere salvate. I diritti non ce li ha mai regalati nessuno. Vanno conquistati e, in questo periodo storico, anche difesi, perché rischiano di essere revocati». Nei suoi romanzi le donne sono il lato più umano e resiliente della Storia? «Sì, e sono quelle che trovi nei documenti. Sono rimaste a resistere quando gli uomini erano chiamati altrove, dall'emigrazione o dai fronti di guerra. Hanno retto intere comunità e hanno guidato quel cammino nella notte fino all'alba. Eppure i libri di testo le hanno dimenticate. Mi sembrava importante ritagliare per loro almeno uno spazio nei romanzi, far riemergere figure femminili che sono state fondamentali anche per la società di oggi e che ci hanno portato a essere le donne che siamo». Come si insegna ai ragazzi a crescere restando umani? «Bisogna recuperare la compassione, un termine considerato obsoleto che va assolutamente rispolverato in una società feroce come la nostra. Spesso la si confonde con la pietà, la si considera una fragilità interiore, un eccesso di emotività. Invece compatire significa soffrire con l'altro: sentire il suo dolore, provarlo su di sé e cercare di alleviarlo. Per farlo serve una forza grandissima, serve centratura, stabilità, un'apertura di cuore ma anche di testa verso il mondo. Per restare umani bisogna stare in mezzo al mondo, sentirlo, percepirne l'umanità».

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