C'è una frase che gli psicologi ucraini sentono ripetere sempre più spesso, e che all'inizio sembra uno scherzo di cattivo gusto: «Mi sento più tranquilla quando sento le esplosioni» . Non è una posa, non è incoscienza. È il punto in cui la psiche, dopo anni di allarme, ha smesso di funzionare come dovrebbe. La psicologa ucraina Kateryna Vasylchenko-Deruzhko lo spiega così: il cervello vuole riportare tutto a uno scenario comprensibile. Quando i piani saltano — e con un allarme aereo saltano sempre, il traffico si blocca, i treni non partono, la giornata si sfascia — si apre una crepa. In quel momento bisogna decidere in fretta come rimettere insieme la giornata, e tutte le risorse interne finiscono lì. È stress puro, anche senza che cada nulla. Il paradosso è che l'adattamento arriva. Arriva sempre, perché adattarsi è la funzione principale della mente, quella che ci ha tenuti vivi come specie. Si impara a dormire quando si può, a bere un caffè e ricomporsi, a fare i conti con un corpo stanco. Ma il prezzo si paga altrove. «Zittire» le emozioni per non sentirle ogni volta è una strategia che funziona, f inché un giorno ci si chiede con un brivido: sono ancora viva? E allora l'esplosione, che spaventa tutti, diventa per qualcuno una conferma. La paura torna, e con la paura torna la sensazione di esistere. Serve un dolore più forte del torpore per sentire ancora qualcosa. Dall'altra parte del fronte c'è la stessa psiche, ma con un carico che non si vede. Nel centro di riabilitazione nella regione di Kharkiv Maksim Bayda — psicologo e maggiore delle forze armate ucraine, passato lui stesso dal fronte, e una delle persone che meglio conoscono i sintomi del disturbo da stress post-traumatico — ci ha spiegato: le storie che emergono hanno un denominatore comune: dormire male, incubi, e soprattutto un senso di colpa che non si scioglie. Colpa per i compagni rimasti a terra. Colpa, e questo è il punto più duro, per aver ucciso. Molti di loro non avevano mai tolto la vita a un essere vivente prima. E quando ne parlano, usano la parola esatta: omicidio . Non «neutralizzato», non «obiettivo». Omicidio. C'è un dettaglio che riguarda tutti, non solo chi ha combattuto: i trigger non sono solo i suoni che ci aspettiamo. Quando scatta un allarme, la mente registra tutto ciò che la circonda — odori, panorami, il sapore del cibo che si stava mangiando. Mesi dopo, è quello a far tornare l'ansia, non la sirena. Davanti alle prime reazioni non c'è margine: sono riflessi, non scelte. Quello che si può fare, invece, è restituire prevedibilità. Costruire in anticipo un algoritmo — cosa faccio, dove vado, cosa prendo — riduce l'intensità della paura, perché toglie alla mente l'onere di decidere mentre è già in allarme. E questo ce l'ha confermato anche lo psichiatra ucraino Oleh Berezhiuk che cura gli ex prigionieri di guerra e gli amputati nel centro Unbroken di Leopoli. Nel momento del trauma, le strutture sottocorticali del cervello e in particolare il sistema limbico (una sorta di «allarme» responsabile delle nostre emozioni) si attivano, mentre la corteccia, di fatto, si «spegne». Nella fase post-traumatica, l'«allarme» è costantemente attivo e i ricordi del trauma rimangono «bloccati» nella memoria a breve termine. Questo porta a reazioni emotive spiacevoli, intrusioni e flashback con ricordi ossessivi e realistici. E poi c'è l'orgoglio. Le culture che celebrano la resilienza a ogni costo rischiano di trasformarla in una gabbia: se non posso crollare, non chiedo aiuto, e il carico resta dov'è. Il vero indicatore di un problema non è piangere. È l'assenza di reazioni : l'indifferenza davanti a una notizia di morte, il rifiuto delle cose che prima piacevano, la sensazione di vivere con le ultime energie. Quando il torpore prende il posto dell'emozione, è quello il momento di parlare con qualcuno. Nessuno di questi meccanismi è, di per sé, una malattia. Sono risposte difensive, normali fin dove è possibile essere normali dentro una guerra . Ma restano un conto aperto che, prima o poi, qualcuno dovrà saldare.
Il rumore che calma, i sensi di colpa dei sopravvissuti e il cervello che va in sovraccarico: cosa succede alla mente quando la guerra diventa routine
C'è una frase che gli psicologi ucraini sentono ripetere sempre più spesso, e che all'inizio sembra uno scherzo di cattivo gusto: «Mi sento più tranquilla quando sento le esplosioni» . Non è una posa, non è incoscienza. È il punto in cui la psiche, dopo anni di allarme, ha smesso di funzionare come dovrebbe. La psicologa ucraina Kateryna Vasylchenko-Deruzhko lo spiega così: il cervello vuole riportare tutto a uno scenario comprensibile. Quando i piani saltano — e con un allarme aereo saltano sempre, il traffico si blocca, i treni non partono, la giornata si sfascia — si apre una crepa. In quel momento bisogna decidere in fretta come rimettere insieme la giornata, e tutte le risorse interne finiscono lì. È stress puro, anche senza che cada nulla. Il paradosso è che l'adattamento arriva. Arriva sempre, perché adattarsi è la funzione principale della mente, quella che ci ha tenuti vivi come specie. Si impara a dormire quando si può, a bere un caffè e ricomporsi, a fare i conti con un corpo stanco. Ma il prezzo si paga altrove. «Zittire» le emozioni per non sentirle ogni volta è una strategia che funziona, f inché un giorno ci si chiede con un brivido: sono ancora viva? E allora l'esplosione, che spaventa tutti, diventa per qualcuno una conferma. La paura torna, e con la paura torna la sensazione di esistere. Serve un dolore più forte del torpore per sentire ancora qualcosa. Dall'altra parte del fronte c'è la stessa psiche, ma con un carico che non si vede. Nel centro di riabilitazione nella regione di Kharkiv Maksim Bayda — psicologo e maggiore delle forze armate ucraine, passato lui stesso dal fronte, e una delle persone che meglio conoscono i sintomi del disturbo da stress post-traumatico — ci ha spiegato: le storie che emergono hanno un denominatore comune: dormire male, incubi, e soprattutto un senso di colpa che non si scioglie. Colpa per i compagni rimasti a terra. Colpa, e questo è il punto più duro, per aver ucciso. Molti di loro non avevano mai tolto la vita a un essere vivente prima. E quando ne parlano, usano la parola esatta: omicidio . Non «neutralizzato», non «obiettivo». Omicidio. C'è un dettaglio che riguarda tutti, non solo chi ha combattuto: i trigger non sono solo i suoni che ci aspettiamo. Quando scatta un allarme, la mente registra tutto ciò che la circonda — odori, panorami, il sapore del cibo che si stava mangiando. Mesi dopo, è quello a far tornare l'ansia, non la sirena. Davanti alle prime reazioni non c'è margine: sono riflessi, non scelte. Quello che si può fare, invece, è restituire prevedibilità. Costruire in anticipo un algoritmo — cosa faccio, dove vado, cosa prendo — riduce l'intensità della paura, perché toglie alla mente l'onere di decidere mentre è già in allarme. E questo ce l'ha confermato anche lo psichiatra ucraino Oleh Berezhiuk che cura gli ex prigionieri di guerra e gli amputati nel centro Unbroken di Leopoli. Nel momento del trauma, le strutture sottocorticali del cervello e in particolare il sistema limbico (una sorta di «allarme» responsabile delle nostre emozioni) si attivano, mentre la corteccia, di fatto, si «spegne». Nella fase post-traumatica, l'«allarme» è costantemente attivo e i ricordi del trauma rimangono «bloccati» nella memoria a breve termine. Questo porta a reazioni emotive spiacevoli, intrusioni e flashback con ricordi ossessivi e realistici. E poi c'è l'orgoglio. Le culture che celebrano la resilienza a ogni costo rischiano di trasformarla in una gabbia: se non posso crollare, non chiedo aiuto, e il carico resta dov'è. Il vero indicatore di un problema non è piangere. È l'assenza di reazioni : l'indifferenza davanti a una notizia di morte, il rifiuto delle cose che prima piacevano, la sensazione di vivere con le ultime energie. Quando il torpore prende il posto dell'emozione, è quello il momento di parlare con qualcuno. Nessuno di questi meccanismi è, di per sé, una malattia. Sono risposte difensive, normali fin dove è possibile essere normali dentro una guerra . Ma restano un conto aperto che, prima o poi, qualcuno dovrà saldare.

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