Tornare a vivere. Prendersi i propri spazi. C’è una generazione, soprattutto in musica, che corre. Senza fermarsi. Lo ha fatto anche Ariete: «Dai 18 ai 22 anni non mi sono fermata e sono certa di essermi persa delle cose. La scelta di fermarmi è stata esclusivamente mia, non c’è stato un burn out», dice la cantautrice. A tre anni dall’ultimo lavoro, un’era geologica per i suoi coetanei, ieri ha pubblicato «Tutti tornano a casa», terzo album di una carriera partita da una cameretta in pandemia e proiettata al successo da racconti post-adolescenziali in cui la fragilità diventava identificazione e riconoscimento reciproco più che debolezza. Cosa ha fatto lontana dai riflettori? «Mi sono presa tempo da dedicare a me stessa dopo che era finita una relazione, ho fatto un viaggio interiore più che un viaggio fisico. Ho scoperto e coltivato la routine: il rapporto con il cane, la palestra, gli appuntamenti con nutrizionista e psicologa». Alla psicologa dedica «Seduta n.65». «Una canzone cruda e sincera. Lei non l’ha ancora sentita. Avevo fatto 64 sedute con lei e questo flusso di coscienza è come fosse la numero 65. Sono sempre stata sensibile ai problemi della salute mentale, ho un fratello che ha molti alti e bassi, ma per la prima volta questo tipo di lavoro ha fatto bene a me». «Tutti tornano a casa»... «Sono andata a vedere un concerto di James Blake a Roma. Uno spettacolo, come una cena al ristorante, ci porta a condividere uno spazio e dei momenti con degli sconosciuti per poi, alla fine, diramarsi e tornare tutti alle proprie vite. Ognuno torna al posto dove si sente protetto. Quello di casa non vuole però essere un concetto didascalico, anche perché qualcuno una casa non ce l’ha o non ci sta bene... È un viaggio, ecco perché sono in una valigia sullo scatto della copertina, verso il luogo in cui ci si sente protetti». E per lei cosa rappresenta? «Mi sono data dei comandamenti: per me casa è pazienza, rispetto e ascolto e mi sono resa conto che in questo periodo ho messo in pratica questi concetti verso me stessa. Fino a qualche mese fa avevo un problema a gestire la solitudine, avevo paura di dormire da sola e c’era sempre qualcuno in casa con me. Non ne ho bisogno. La mia casa sono io». E la casa fisica? «Ho una passione per costruire e arredare che nasce da ragazzina con il videogame The Sims e che ora si è allargata all’architettura in generale. La casa «vera» di Roma l’ho realizzata con mie idee, mettendo al centro una grande cucina: adoro cucinare». Ospiti del disco sono Angelina Mango («Che bella vita» è il singolo), Fulminacci, Tredici Pietro, prima stanza a destra. «Tutte collaborazioni nate da amicizia o stima artistica e umana. Non riuscirei a farne costruite a tavolino. Con Angelina è scattata una connessione al di là del fatto che siamo due ragazze, quasi coetanee, che fanno lo stesso lavoro. Fulminacci è un amico vero: vacanze insieme in Puglia, smezzandoci la guida della mia macchina e parlando tantissimo, partite a carte e Monopoly. Tredici Pietro è una conoscenza musicale: gli ho mandato un messaggio e lui ha risposto al volo “famolo”. prima stanza a destra è un giovane fresco: con lui ho esplorato il dream pop». Nayt firma con lei «Tachicardia». Parla di qualcuno che non c’è più... «Ero in un momento difficile, pieno di dolore per un amico perso. Avevo scritto questa canzone prima di andare al funerale, ma non riuscivo a chiuderla. Nayt mi ha mandato delle idee che erano perfette». Nel testo di «Casa mia/ Casa tua» ricordando il primo amore si chiede: «forse ancora non sono donna». E ora? «Sono cresciuta, non solo per un discorso di maturità generale, ma grazie a un percorso serio con una psicologa. Sono sulla strada per diventarlo». Dopo Sanremo 2023 con «Mare di guai» arrivarono i palazzetti. Ora torna nei club. Ha corso troppo? «I club li avevo saltati causa covid e poi è arrivata l’esposizione del Festival e ho fatto i palasport perché penso che sia giusto battere il ferro finché è caldo. Credo anche che si debba sensibilizzare il pubblico sul fatto che la musica non è solo numeri e che un artista abbia il diritto di fermarsi, magari tornare indietro e poi ripartire. Invece il pubblico è bombardato dai numeri e ti giudica solo per quello».