Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su seGreta, la newsletter del Corriere della Sera dedicata al lato nascosto dei sentimenti tra sesso e amore: potete iscrivervi qui .  Erano quattro amici al bar che non volevano proprio cambiarlo, il mondo. Eppure il mondo è già cambiato e se vogliono stargli dietro devono, se non adeguarsi, quantomeno provare a capirlo. Ed è così che Massimo, Mattia, Luigi e Riccardo, i protagonisti della serie Netflix «Maschi veri» (adattamento nostrano della spagnola «Machos Alfa»), si ritrovano a ridisegnare le relazioni con le donne. Finendo a un corso di decostruzione della mascolinità con esiti improbabili, che attraversano sia la prima che la seconda stagione.  Tra i tanti terreni di scontro tra vecchia e nuova mentalità maschile c’è anche il sesso : «Abbiamo deciso di non affrontarlo in maniera esplicita ma nella serie se ne parla molto, moltissimo». Parola del regista  Matteo Oleotto, classe 1977 . La prima stagione, che ha diretto insieme a Letizia Lamartire, era uscita con grande successo l’anno scorso;  il 7 ottobre debutta la seconda , stavolta girata insieme a Milena Cocozza. Quale è la situazione più scomoda nella quale avete gettato i protagonisti, in questa seconda stagione? Una si intuisce già dal trailer, in cui Massimo, interpretato da Matteo Martari, si sente oggetto delle attenzioni di Simona, la sua manager al lavoro interpretata da Carolina Crescentini. Niente di così strano: secondo l'ultimo rapporto Censis sulla sessualità degli italiani per il 71,9% degli intervistati è normale che siano le donne a fare il primo passo, e per un altro 61,7% quello dell'uomo cacciatore e della donna preda è solo uno stereotipo. Però, cosa succede se queste attenzioni non sono gradite? «Per me, quello che "patisce" di più in questa seconda stagione è proprio Massimo. A creare disagio non c'è una scena in particolare, ma un'intera linea narrativa: abbiamo lavorato sull'imbarazzo maschile nel sentirsi gli occhi di una donna addosso. Provando a ribaltare lo stereotipo: il fatto che una donna sia affascinante non significa che le sue attenzioni non possano essere fastidiose».  Nella prima stagione, la situazione più difficile forse era quella di Luigi, interpretato da Pietro Sermonti, che ribalta lo stereotipo della moglie indifferente e del marito appassionato: era lui a non voler più fare sesso con lei. «La parte di lui che non vuole farlo è stata la più commentata dagli spettatori maschi, infatti! Anche con la solite battute: "Ma com’è possibile, con una donna così poi". E invece, anche le grandi passioni si possono spegnere (ne avevamo parlato diffusamente anche noi  qui , ndr ): la sfida è capire come alimentarle e reinventarsi una vita nuova anche in quell'ambito, e quando magari si ha tutt’altro per la testa tra il lavoro, i casini, l’età… Io, che mi considero un uomo progressista, vedo questa linea narrativa come la più emozionante perché mi ha messo di fronte a tanti pensieri sulla vita di tutti i giorni».  So che anni fa, in tempi non sospetti, anche tu avevi creato un gruppo di decostruzione della mascolinità. Com’è andata? «Lo avevo organizzato a Gorizia ben prima di lavorare alla serie. Hanno partecipato persone molto diverse: un commerciante, un vigile urbano, un disoccupato e altri ancora. Ha funzionato: spesso purtroppo noi uomini tendiamo a rinchiuderci nel classico modello delle chiacchiere da spogliatoio, così invece abbiamo tirato fuori pensieri ed emozioni». Anche sul sesso? «Abbiamo parlato di sesso, sì. È venuto fuori con una fatica incredibile, è un tema di cui gli uomini della mia generazione parlano più che altro in termini di prestazione, esibizione, goliardia… insomma, non in maniera serena e soprattutto realistica. Oppure tutto si riduce a un "l'ho fatto con mia moglie / non l'ho fatto con mia moglie ma senza scendere nella complessità della relazione». Ammettere di non averlo fatto, però, non è già un passo in più? «Dipende. Se non si va oltre, se non si arriva al "non l'ho fatto perché lei non ha voluto / non sono riuscito", manca la parte più importante, cioè l’accettazione di un problema, e non si riesce ad andare avanti, a sviscerare la situazione. Nel gruppo di decostruzione ci siamo riusciti perché a un certo punto uno di noi ha raccontato i suoi problemi spiegandone però anche la causa. Da lì si è aperto il vaso di Pandora e la conversazione è scesa a un diverso livello di profondità. Però nella vita di tutti i giorni, per noi uomini, resta difficile parlare di sesso. La mia generazione, che è poi la stessa dei protagonisti di "Maschi veri", spesso è legata ai modelli di un tempo mentre i giovani oggi hanno un approccio più aperto e sereno». Cosa intendi quando parli di «modelli di un tempo»? «Faccio parte della Generazione X e le persone della mia età arrivano da una non-educazione sul sesso. Quando ero ragazzo non se ne parlava né a casa né a scuola, con il risultato che finivamo per confrontarci solo con i giornaletti porno, quando e se si riusciva a recuperarli. Il risultato? Di sesso si parlava poco o niente e quando arrivava il Grande Giorno la paura di combinare un disastro era onnipresente». Però lavorando alla serie, qualcosa è venuto fuori. «Ti racconto una cosa successa durante la prima stagione. Una dinamica che osservavamo ogni giorno sul set e che trovavo curiosa: gli attori non cercavano mai le battute, anzi a volte avevamo addirittura la sensazione che si vergognassero di dirle. Una cosa che di norma agli attori non succede quando impersonano personaggi distanti da loro come, per esempio, dei serial killer. È stato lì che abbiamo capito quanto importanti siano i temi che stavamo maneggiando e quanto sia facile ritrovare le stesse situazioni nella vita di tutti i giorni». E' vero: il 43% degli italiani, secondo il rapporto Censis, ritiene che i maschi non siano più virili come un tempo. Il dato, «spacchettato» per età, rivela che questa percezione in realtà cambia tra una generazione e l'altra: a sostenere che non ci siano più i maschi di una volta è il 47,4% dei 45-60enni ma solo il 36,2% dei 18-34enni. «Gli uomini della generazione della quale faccio parte secondo me sono particolarmente in crisi. Da un lato siamo cresciuti con determinati ruoli in testa, retaggio del passato, ma dall'altro lato siamo ancora giovani e da noi ci si aspetta un certo dinamismo, un pensiero attivo e critico. Per questo facciamo fatica». Lavorarci su ha smosso qualcosa, per te, a livello personale? «Quando lavoravamo alla prima stagione ho approfittato delle riprese per mettermi lo smalto alle unghie. Sognavo da tanto di farlo: ne ho scelto uno nero e mentre mi osservavo le unghie mi sentivo figo, giovane, fluido. Finché non siamo usciti a bere una birra con la troupe e ho beccato le ragazze più giovani che mi guardavano di sottecchi». …e? «E mi sono accorto che purtroppo no, quella nel loro sguardo non era ammirazione. Anzi: mi guardavano come fossi un vecchio che fa cose da anziano». Com'è finita? «Ho continuato a metterlo, è anche un modo per educare mio figlio di 9 anni alla libertà. In questo ha funzionato: quando andiamo al supermercato si ferma a guardare gli smalti e mi indica quelli che secondo lui potrebbero starmi meglio. Io, nel frattempo, mi sono comprato una gonna. Lunga, blu scuro, elegante: noi maschi abbiamo poche possibilità di scelta nel vestiario e io ho sempre voluto andare oltre quella manciata di opzioni che si possono riassumere in camicia-giacca-cravatta». Stavolta com'è andata? Meglio che con lo smalto? «Non l'ho ancora indossata! Ma non per imbarazzo o paura del giudizio: non ho ancora avuto l'occasione giusta».  Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su seGreta, la newsletter del Corriere dell