Ci sono due modi per spiegare perché i flussi di petrolio in uscita dal Golfo sembrino in netta ripresa: gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra, oppure l’Iran ha segretamente iniziato a riscuotere dei pedaggi per il passaggio dallo stretto di Hormuz. E che il primo scenario non sia il più verosimile lascia capire quanto impenetrabile sia ancora la nebbia che grava sul conflitto aperto dagli Stati Uniti più di sette mesi fa. Di recente molti analisti internazionali, da Goldman Sachs a JpMorgan, fino a società di tracciamento della navigazione come Vortexa e Kpler, si sono trovati d’accordo su un aspetto essenziale: i flussi di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz sono in ripresa. Non c’è consenso sui volumi esatti che stanno transitando , ma sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che le piccole petroliere stanno viaggiando fuori dal Golfo e verso l’Oceano Indiano in numero nettamente superiore a quello dei primi mesi del conflitto. Le navi di solito le navi operano di notte lungo la costa dell’Oman e arrivano nei pressi del porto di Fujairah, fuori dallo stretto. Lì il petrolio viene trasbordato su petroliere più grandi e riprende il percorso, in gran parte verso le principali raffinerie asiatiche. La ripresa dei flussi di greggio sembra significativa : nelle ultime settimane, incluso il prodotto trasportato attraverso gli oleodotti, anche oltre dieci milioni di barili al giorno dei quasi 15 milioni che passavano prima della guerra. Più limitati invece i flussi di carburanti – probabilmente 2,5 milioni di barili, rispetto ai quasi sei di prima della guerra – perché una parte delle raffinerie del Golfo sono danneggiate per i combattimenti dei mesi scorsi. Resta tuttavia la domanda di fondo: perché? Resta da spiegare, in altri termini, cosa esattamente abbia riaperto i transiti, mentre l’Iran dispone ancora di un arsenale di decine di migliaia di droni in grado di colpire le navi nello stretto. Non risulta infatti che le petroliere vengano attualmente prese di mira. La Casa Bianca e il Pentagono hanno lasciato filtrare la loro versione: l’intervento dell’esercito americano avrebbe debellato gran parte della minaccia dei Guardiani della rivoluzione con azioni mirate e lo sminamento dei fondali. Si tratta di uno scenario plausibile, almeno in buona parte. Ma per loro natura i depositi di droni sono facili da nascondere e l’uso bellico dei droni stessi permette una flessibilità di cui l’artiglieria tradizionale non dispone. Inoltre, anche di notte e con il segnale satellitare spento, resta molto difficile per una nave passare inosservata in un braccio di mare angusto come lo stretto di Hormuz nel punto in cui le coste dell’Iran e dell’Oman sono più vicine. Anche per questo, l’altro scenario acquista solidità: alcuni Paesi e le relative compagnie di estrazione o trasporto marittimo del petrolio hanno iniziato a versare un pedaggio coperto all’Iran, per garantirsi il transito . Gli analisti internazionali che interpellano i dirigenti del Golfo sottolineano che i pagamenti sarebbero già iniziati, anche se l’Arabia Saudita sarebbe il solo Paese che rifiuta ancora di piegarsi alle pretese dei Guardiani della rivoluzione . Due fattori rendono più credibile lo scenario del dazio di Teheran già in vigore. In primo luogo, l’incertezza e la tensione restano così alte che il Brent resta costa oltre 100 dollari a barile malgrado la ripresa dei volumi di export. Inoltre gli Stati Uniti stanno inviando la portaerei Roosevelt verso la regione , forse per una nuova ondata di attacchi dopo le elezioni di midterm previste fra un mese. Ma perché la Casa Bianca ha preso una decisione del genere, se davvero l’Iran avrebbe perso il controllo dello stretto?
Il petrolio torna a scorrere e a passare da Hormuz: il sospetto di pedaggi segreti imposti da Teheran
Ci sono due modi per spiegare perché i flussi di petrolio in uscita dal Golfo sembrino in netta ripresa: gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra, oppure l’Iran ha segretamente iniziato a riscuotere dei pedaggi per il passaggio dallo stretto di Hormuz. E che il primo scenario non sia il più verosimile lascia capire quanto impenetrabile sia ancora la nebbia che grava sul conflitto aperto dagli Stati Uniti più di sette mesi fa. Di recente molti analisti internazionali, da Goldman Sachs a JpMorgan, fino a società di tracciamento della navigazione come Vortexa e Kpler, si sono trovati d’accordo su un aspetto essenziale: i flussi di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz sono in ripresa. Non c’è consenso sui volumi esatti che stanno transitando , ma sembrano esserci pochi dubbi sul fatto che le piccole petroliere stanno viaggiando fuori dal Golfo e verso l’Oceano Indiano in numero nettamente superiore a quello dei primi mesi del conflitto. Le navi di solito le navi operano di notte lungo la costa dell’Oman e arrivano nei pressi del porto di Fujairah, fuori dallo stretto. Lì il petrolio viene trasbordato su petroliere più grandi e riprende il percorso, in gran parte verso le principali raffinerie asiatiche. La ripresa dei flussi di greggio sembra significativa : nelle ultime settimane, incluso il prodotto trasportato attraverso gli oleodotti, anche oltre dieci milioni di barili al giorno dei quasi 15 milioni che passavano prima della guerra. Più limitati invece i flussi di carburanti – probabilmente 2,5 milioni di barili, rispetto ai quasi sei di prima della guerra – perché una parte delle raffinerie del Golfo sono danneggiate per i combattimenti dei mesi scorsi. Resta tuttavia la domanda di fondo: perché? Resta da spiegare, in altri termini, cosa esattamente abbia riaperto i transiti, mentre l’Iran dispone ancora di un arsenale di decine di migliaia di droni in grado di colpire le navi nello stretto. Non risulta infatti che le petroliere vengano attualmente prese di mira. La Casa Bianca e il Pentagono hanno lasciato filtrare la loro versione: l’intervento dell’esercito americano avrebbe debellato gran parte della minaccia dei Guardiani della rivoluzione con azioni mirate e lo sminamento dei fondali. Si tratta di uno scenario plausibile, almeno in buona parte. Ma per loro natura i depositi di droni sono facili da nascondere e l’uso bellico dei droni stessi permette una flessibilità di cui l’artiglieria tradizionale non dispone. Inoltre, anche di notte e con il segnale satellitare spento, resta molto difficile per una nave passare inosservata in un braccio di mare angusto come lo stretto di Hormuz nel punto in cui le coste dell’Iran e dell’Oman sono più vicine. Anche per questo, l’altro scenario acquista solidità: alcuni Paesi e le relative compagnie di estrazione o trasporto marittimo del petrolio hanno iniziato a versare un pedaggio coperto all’Iran, per garantirsi il transito . Gli analisti internazionali che interpellano i dirigenti del Golfo sottolineano che i pagamenti sarebbero già iniziati, anche se l’Arabia Saudita sarebbe il solo Paese che rifiuta ancora di piegarsi alle pretese dei Guardiani della rivoluzione . Due fattori rendono più credibile lo scenario del dazio di Teheran già in vigore. In primo luogo, l’incertezza e la tensione restano così alte che il Brent resta costa oltre 100 dollari a barile malgrado la ripresa dei volumi di export. Inoltre gli Stati Uniti stanno inviando la portaerei Roosevelt verso la regione , forse per una nuova ondata di attacchi dopo le elezioni di midterm previste fra un mese. Ma perché la Casa Bianca ha preso una decisione del genere, se davvero l’Iran avrebbe perso il controllo dello stretto?

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