Sono per lo più giovani, con un’ottima istruzione, una buona salute e un bel conto in banca. Una ricerca condotta qualche anno fa su due milioni di americani tracciava un identikit delle persone più propense a scegliere terapie «alternative» alla medicina ufficiale per il cancro:  femmine, giovani, in migliori condizione di salute generali, con livelli d’istruzione e un reddito più elevati . «Sono persone che credono, in virtù della loro educazione e dei loro introiti, di saper scegliere bene anche da sole - scrivono gli autori dell’ indagine pubblicata sul Journal of the National Cancer Institute  -. Che pensano di potersi permettere qualcosa “meglio” delle terapie standard e di essere in grado di valutare per se stessi senza affidarsi ai medici e alla scienza. Il fatto che siano giovani e godano generalmente di buona salute, poi, rende migliore la loro sopravvivenza al cancro». Ma, in base ai dati raccolti, dopo 5 anni dalla diagnosi era vivo il 78,3% di chi si era affidato ai trattamenti standard e soltanto il 54,7% di chi aveva scelto trattamenti alternativi. Eppure alcune  cure alternative senza comprovata efficacia (ne esistono molte, dalle origini più disparate) , come il metodo Hamer o la terapia di Bella, continuano ad attrarre persone in Italia e all'estero. Pur essendo stato radiato dall’albo dei medici nel 1981 , e la sua teoria sconfessata da più parti, Ryke Geerd Hamer suscita ancora adesione in alcuni malati di cancro. Questo ex medico tedesco, inventore della cosiddetta «Nuova medicina germanica», sosteneva che alla base della malattia ci fossero squilibri psichici causati da traumi improvvisi e drammatici che portano a conflitti biologici, a loro volta precursori del cancro. Hamer, infatti, incolpava il trauma per la morte del figlio Dirk (ucciso da un colpo partito dalla carabina di Vittorio Emanuele di Savoia nel 1978) per essersi ammalato di tumore dei testicoli e da questo evento drammatico ha estrapolato la sua teoria. Di conseguenza secondo la teoria di Hamer, i tumori non si curerebbero con i farmaci, ma risolvendo il conflitto che li ha causati. Questa fantasiosa teoria, sebbene completamente priva di una qualsivoglia base scientifica , ha indotto diversi malati di tumore a non intraprendere o a abbandonare trattamenti antitumorali efficaci. Alla fine degli anni Novanta alcune associazioni di pazienti oncologici, con il sostegno e l’amplificazione di tv e giornali, organizzano una campagna per chiedere la rimborsabilità dei farmaci contenuti nella terapia antitumorale proposta da Luigi Di Bella , medico modenese che da anni la somministrava privatamente ai suoi pazienti, d ichiarandone l’efficacia nel contrastare, o addirittura bloccare, neoplasie di diversa natura. Il Ministero, però, non riesce a ottenere dal dottor Di Bella la documentazione scientifica che possa avvalorare questa soluzione terapeutica e decide allora di avviare una propria verifica sperimentale. Nel febbraio 1998, un decreto legge autorizza il finanziamento e l’esecuzione di un programma di sperimentazioni per testare la Di Bella, sotto la supervisione dell’Istituto superiore di sanità . Il responso lascia poco spazio ai dubbi: « Non emerge alcuna evidenza che il trattamento multiterapia Di Bella sia dotato di una qualche attività antitumorale di interesse clinico». Questa vicenda nasce all’inizio degli anni Duemila, a Cuba, dove i ricercatori annunciano di aver messo a punto una nuova terapia: il Vitadox, un prodotto anticancerogeno derivato da una tossina dello scorpione blu (un veleno estratto colpendo con una piccola scarica elettrica i grandi scorpioni, ma senza ucciderli) allevato appositamente. Secondo i produttori, il Vitadox, in circa 10mila malati di cancro, ha «migliorato la qualità della vita» e «rallentato la crescita del tumore», senza tuttavia curarlo definitivamente. Insomma, un buon rimedio palliativo che sembra agire contro l’angiogenesi, cioè i nuovi vasi sanguigni che il tumore crea per alimentarsi. Grazie al tam tam su internet, le ambasciate cubane in varie parti del mondo sono state subissate di richieste. I « viaggi della speranza » si sono moltiplicati, così come il via vai di corrieri del farmaco, alcuni veri e propri speculatori. Con cicli di cura  « spacciati »  a circa mille euro a confezione per un mese di cura . La premessa di questa alternativa è: il cancro è un fungo che si cura con il bicarbonato . I tumori, però, non hanno nulla a che vedere con i funghi e pare che questa bizzarra idea nasca dal fatto che  « le masse cancerogene sono sempre bianche ». Un’affermazione che non ha alcuna base scientifica e che può essere facilmente confutata cercando in internet immagini di tumori asportati da chirurghi o analizzati in laboratorio dai patologi. I sostenitori di questa teoria dicono che il cancro è causato da un’infezione fungina e che per curarlo bisognerebbe iniettare bicarbonato di sodio, che in realtà non viene utilizzato neppure per trattare le infezioni fungine vere e proprie. La storia comincia negli anni ‘70 quando alcuni studiosi americani della Johns Hopkins School of Medicine identificarono nella cartilagine di squalo alcuni fattori anti-angiogenetici: inibendo la formazione di vasi sanguigni nei tessuti, i medicinali anti-angiogenetici erano al tempo considerati (e si sono poi effettivamente rivelati) una delle strade più promettenti nella lotta contro il cancro. Sulla base di queste ricerche il medico statunitense William Lane pubblicò nel 1992 un libro che diventò un best seller: «Sharks don’t get cancer» ( Gli squali non si ammalano di cancro ), nel quale prometteva di curare il cancro somministrando cartilagine di squalo per via orale . Nonostante tutte le sperimentazioni effettuate in questi decenni abbiano respinto l’ipotesi, grazie alla pubblicazione è nata e tuttora fiorisce un’industria di integratori a base di cartilagine di squalo che promettono di trattare, oltre al cancro, numerose altre malattie . E che nel frattempo ha causato anche lo sterminio di questi pesci (nel solo Nord America nelle scorse decadi il loro numero è diminuito dell’80 per cento). Non esiste un alimento che provochi l’insorgenza del cancro, così come non ne esiste uno che in assoluto la impedisca . I regimi alimentari ipocalorici o quelli che non prevedono certe vitamine non proteggono l’organismo dalle neoplasie . Seguire una dieta vegetariana o vegana non è condizione sufficiente per non ammalarsi di cancro. Una teoria del tutto priva di fondamento scientifico sostiene che chi si nutre di cibi acidi incrementi l’acidità del sangue favorendo il rischio di insorgenza di tumore . Per evitare questo rischio secondo questa teoria bisogna aumentare l’apporto nella dieta di cibi alcalini sani, come ortaggi verdi e frutta. Questa ipotesi non ha alcun fondamento scientifico in quanto il nostro organismo regola i livelli di acidità e alcalinità di cui necessita e si libera degli eccessi. L’uso di dosi elevate di vitamine (in particolare A, C, E) si basa sul presupposto che la loro somministrazione ad un alto dosaggio possa presentare un’attività antitumorale. Non è stato in alcun modo dimostrato che assumere dosi elevate di vitamine sia utile per la prevenzione e la terapia dei tumori, mentre molti studi clinici hanno evidenziato che l’abuso di queste sostanze (come per esempio la vitamina A) può causare patologie anche gravi. Liborio Bonifacio era un veterinario di Agropoli, in provincia di Salerno , che negli anni Sessanta del Novecento sosteneva di aver prodotto un siero in grado di curare il cancro. Secondo lui il liquido, ricavato dalle feci e d