Il verdetto del giurista del Colle arriverà solo quando Sergio Mattarella avrà «studiato» le 19 pagine del decreto Scuola , articolo per articolo, comma per comma. Il capo dello Stato ieri era Torino e non ha avuto il tempo materiale di immergersi nell’ esame del provvedimento , che ha innescato aspre polemiche e anche qualche frizione con Palazzo Chigi. Al di là del timore che le conseguenze ricadranno sulle spalle dei presidi, la prima impressione che circolava a sera al Colle è che il governo abbia recepito gran parte dei consigli e dei moniti. La prova è nel confronto fra le prime bozze zeppe di cancellature e il testo finale. Nel governo, dove c’è chi riconosce la difficoltà di applicare il tetto del 30% in zone ad alta densità di immigrati, si parla di «ragionevole compromesso». E se l’opposizione grida «vergogna», in maggioranza prevale la convinzione che « Mattarella firmerà ». La retromarcia più vistosa, che per ore ha alimentato il «giallo», è all’articolo 11 , «Interventi urgenti per la promozione dell’integrazione». È uno dei passaggi più discussi, quello che obbliga i genitori di alunni con maggiori difficoltà a seguire corsi gratuiti di italiano . Al comma 3, nelle prime stesure era scritto che «nei casi di mancata osservanza» i figli potevano essere allontanati dalla famiglia. Una punizione durissima e in odore di incostituzionalità, che il Quirinale ha chiesto fermamente di far sparire dal testo . «È durato come un gatto in tangenziale», è la battuta che circolava in Parlamento. Il ministro Valditara nega di aver voluto quella norma e sospetta che le bozze siano state «diffuse ad arte». Ma al Dagl, l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, il testo sarebbe arrivato già senza il riferimento incriminato: «Articolo 1, comma 2, legge 19 luglio 1991, n.216». Al Quirinale riconoscono a Valditara di aver ammorbidito la riforma eliminando interi passaggi a rischio bocciatura e inserendo deroghe, come quella per i figli dei diplomatici voluta dalla Farnesina. A guidare la matita rossa del «prof» Mattarella è stato il principio fondamentale del diritto all’istruzione, che non può essere negato. «La scuola è aperta a tutti», è scolpito nella Costituzione. Il Colle ha chiesto di procedere «ove possibile», come era scritto nella circolare firmata nel 1990 dall’allora ministro Mattarella . E dunque all’articolo 11, dove si obbligano i genitori a frequentare corsi di italiano, ecco spuntare la deroga non solo per anziani, malati o disabili, ma anche per chiunque sia impossibilitato per la «particolare natura delle funzioni esercitate». Dove troverebbe il tempo un badante, impegnato a seguire un anziano h24? Quanto alle sanzioni, al Colle convengono sul principio che dove c’è un divieto o un obbligo violato possa scattare una multa. Il presidente non si lascerà condizionare dalla propaganda elettorale di una parte o dell’altra. E non è contrario in linea di principio all’idea di stabilire un tetto, ma pensa che gli studenti non possano essere spostati come pacchi . Per cui ha suggerito come bussola il «criterio di prossimità». E così bambini e ragazzi che non potranno frequentare la scuola prescelta , non saranno costretti a spostarsi in altri quartieri o comuni. Se nelle prime bozze la «presenza equilibrata» di immigrati nelle classi doveva tenere conto del domicilio, il testo approvato considera anche la «dislocazione sul territorio dei plessi scolastici» e le «eccezionali e documentate esigenze» delle famiglie. Il Colle ha anche ottenuto «l’eccezione delle scuole straniere in Italia e di quelle europee». Il criterio di « ragionevolezza » raccomandato da Mattarella ha convinto il governo a cambiare pure il quarto comma dell’articolo 11. Il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto rimane, ma burqa e niqab nel testo non sono citati. Lo stop al velo integrale era previsto anche per le mamme , ma poiché il divieto avrebbe impedito a tante donne musulmane di partecipare ai colloqui con i professori, il Colle ha preteso lo stralcio.
Il giallo della bozza e l'intervento del Quirinale: l'ipotesi di «punizioni» ai genitori sparita dal testo finale
Il verdetto del giurista del Colle arriverà solo quando Sergio Mattarella avrà «studiato» le 19 pagine del decreto Scuola , articolo per articolo, comma per comma. Il capo dello Stato ieri era Torino e non ha avuto il tempo materiale di immergersi nell’ esame del provvedimento , che ha innescato aspre polemiche e anche qualche frizione con Palazzo Chigi. Al di là del timore che le conseguenze ricadranno sulle spalle dei presidi, la prima impressione che circolava a sera al Colle è che il governo abbia recepito gran parte dei consigli e dei moniti. La prova è nel confronto fra le prime bozze zeppe di cancellature e il testo finale. Nel governo, dove c’è chi riconosce la difficoltà di applicare il tetto del 30% in zone ad alta densità di immigrati, si parla di «ragionevole compromesso». E se l’opposizione grida «vergogna», in maggioranza prevale la convinzione che « Mattarella firmerà ». La retromarcia più vistosa, che per ore ha alimentato il «giallo», è all’articolo 11 , «Interventi urgenti per la promozione dell’integrazione». È uno dei passaggi più discussi, quello che obbliga i genitori di alunni con maggiori difficoltà a seguire corsi gratuiti di italiano . Al comma 3, nelle prime stesure era scritto che «nei casi di mancata osservanza» i figli potevano essere allontanati dalla famiglia. Una punizione durissima e in odore di incostituzionalità, che il Quirinale ha chiesto fermamente di far sparire dal testo . «È durato come un gatto in tangenziale», è la battuta che circolava in Parlamento. Il ministro Valditara nega di aver voluto quella norma e sospetta che le bozze siano state «diffuse ad arte». Ma al Dagl, l’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, il testo sarebbe arrivato già senza il riferimento incriminato: «Articolo 1, comma 2, legge 19 luglio 1991, n.216». Al Quirinale riconoscono a Valditara di aver ammorbidito la riforma eliminando interi passaggi a rischio bocciatura e inserendo deroghe, come quella per i figli dei diplomatici voluta dalla Farnesina. A guidare la matita rossa del «prof» Mattarella è stato il principio fondamentale del diritto all’istruzione, che non può essere negato. «La scuola è aperta a tutti», è scolpito nella Costituzione. Il Colle ha chiesto di procedere «ove possibile», come era scritto nella circolare firmata nel 1990 dall’allora ministro Mattarella . E dunque all’articolo 11, dove si obbligano i genitori a frequentare corsi di italiano, ecco spuntare la deroga non solo per anziani, malati o disabili, ma anche per chiunque sia impossibilitato per la «particolare natura delle funzioni esercitate». Dove troverebbe il tempo un badante, impegnato a seguire un anziano h24? Quanto alle sanzioni, al Colle convengono sul principio che dove c’è un divieto o un obbligo violato possa scattare una multa. Il presidente non si lascerà condizionare dalla propaganda elettorale di una parte o dell’altra. E non è contrario in linea di principio all’idea di stabilire un tetto, ma pensa che gli studenti non possano essere spostati come pacchi . Per cui ha suggerito come bussola il «criterio di prossimità». E così bambini e ragazzi che non potranno frequentare la scuola prescelta , non saranno costretti a spostarsi in altri quartieri o comuni. Se nelle prime bozze la «presenza equilibrata» di immigrati nelle classi doveva tenere conto del domicilio, il testo approvato considera anche la «dislocazione sul territorio dei plessi scolastici» e le «eccezionali e documentate esigenze» delle famiglie. Il Colle ha anche ottenuto «l’eccezione delle scuole straniere in Italia e di quelle europee». Il criterio di « ragionevolezza » raccomandato da Mattarella ha convinto il governo a cambiare pure il quarto comma dell’articolo 11. Il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto rimane, ma burqa e niqab nel testo non sono citati. Lo stop al velo integrale era previsto anche per le mamme , ma poiché il divieto avrebbe impedito a tante donne musulmane di partecipare ai colloqui con i professori, il Colle ha preteso lo stralcio.

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