«Rinforzare l’informazione e la consapevolezza pubblica sulla guerra ibrida, a partire da chi indossa l’uniforme. Come capo di Stato maggiore dell’Esercito ne sento l’urgenza per le conseguenze che può avere sui miei soldati. Siamo in guerra. Ibrida, ma pur sempre guerra». Il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello non usa giri di parole. La minaccia è presente, proprio mentre guida la più profonda trasformazione dell’Esercito nell’era moderna. Generale, cosa comporta la guerra ibrida? «Chi la conduce logora l’avversario senza offrirgli il pretesto per reagire, saggiando di continuo fin dove ci si può spingere prima che scatti una risposta. Il rischio, però, è concreto: non solo subire, ma scivolare per errore in un confronto aperto. C’è un dato di contesto che aiuta a misurare il fenomeno. Gli attacchi cibernetici gravi sono cresciuti di quasi il 50% a livello globale e di oltre il 40% in Italia. Accanto al cyber c’è tutto il resto: sabotaggi a infrastrutture e a cavi sottomarini, disturbo dei segnali satellitari, violazioni sistematiche degli spazi aerei alleati, interferenze nelle campagne elettorali. C’è poi la disinformazione, che si insinua nei processi decisionali (non solo militari, ma politici, economici e sociali) inquinando alla radice le informazioni su cui una comunità fonda le proprie scelte». A cosa si mira? «L’obiettivo principale di queste attività è minare la coesione di un Paese e l’anello più esposto non è un sistema d’arma né un’infrastruttura: è la singola persona. Il vettore è lo smartphone che ciascuno di noi ha in tasca, con cui si informa e forma le proprie opinioni. È lì che si gioca la partita, ed è per questo che stiamo per distribuire a tutto il personale dell’Esercito un vademecum : un “manuale di autodifesa cognitiva”, costruito su pochi passaggi essenziali. Riconoscere le leve emotive che la disinformazione utilizza, perché prima ti emoziona e poi ti convince. Cogliere i campanelli d’allarme, perché la fretta è nemica della verifica. E applicare quattro regole pratiche: fermarsi, controllare, confrontare, e solo alla fine condividere. Ma non basta. Da tempo abbiamo conferito nuova forza e attenzione ai nostri valori fondamentali (Patria, disciplina, onore, cui si aggiungono lo spirito di sacrificio, l’obbedienza, il coraggio, la lealtà, il senso del dovere e di appartenenza) perché, a mio modo di vedere, rappresentano l’ultimo, vero baluardo contro ogni forma di attacco cognitivo. Detto questo, sarebbe un errore pensare che la risposta possa essere solo militare. Un attacco informatico, una campagna di disinformazione o il sabotaggio di un’infrastruttura critica non si contrastano con i soli strumenti della Difesa: la tenuta dipende dall’intero sistema Paese, ovvero dalla risposta integrata delle sue Istituzioni, imprese, mezzi di comunicazione e mondo dell’informazione, fino ai singoli cittadini. È una logica portata avanti anche dal ministro Crosetto nel non-paper sul contrasto alla minaccia ibrida: abbandonare una postura reattiva per un approccio predittivo e adattivo, capace di prevenire e assorbire gli attacchi prima che producano danni». Cosa ci insegna la guerra in Ucraina? «L’Ucraina è per noi un tragico laboratorio, dove si combattono contemporaneamente tre guerre: una convenzionale, fatta di carri, artiglierie e trincee; una tecnologica, fatta di droni, missili ipersonici, guerra elettronica e attacchi cibernetici; e una terza, cognitiva, che punta al morale dei combattenti e alle opinioni pubbliche, facendo della mente umana una porzione del campo di battaglia. Studiando questo conflitto, la prima lezione, e forse la più dura da accettare, riguarda noi stessi: per oltre vent’anni gli eserciti occidentali, il nostro compreso, si sono assuefatti all’illusione di una pace permanente, abituandosi a operazioni di supporto alla pace condotte con preavvisi lunghi, in teatri relativamente permissivi. Quel modello non regge più. Sul fianco est ci è stato chiesto di schierare, in tempi molto rapidi, unità capaci di esprimere una deterrenza reale: guidiamo il battlegroup multinazionale in Bulgaria, e siamo presenti in Lettonia e in  Ungheria. La logica, oggi, è rovesciata rispetto a quella a cui eravamo abituati: la guerra non chiede il permesso e il contingente, allo scoppio della crisi, deve essere già pronto a rispondere». In che modo? «In generale, le implicazioni sono molte e trasversali, ma una ‒ forse ‒ conta più delle altre: oggi, l’Esercito o è tecnologico o non è. L’innovazione tecnologica si muove a ritmi senza precedenti . Si tratta di una rivoluzione con impatti dirompenti sulle capacità di combattimento di un’Istituzione come la nostra: Intelligenza Artificiale, droni, satelliti, missili ipersonici, dominio cyber e guerra elettronica, disinformazione e attacchi ibridi. Il modo di fare la guerra è cambiato, e resistere a questo cambiamento significa soccombere. A partire da questa premessa, sono convinto che tra gli effetti più rilevanti di questo sviluppo tecnologico, che sta cambiando il nostro ‒ e non solo il nostro ‒ modo di combattere, vi sia la “trasparenza del campo di battaglia”. La densità e la diffusione dei sensori hanno reso la sorpresa quasi impossibile. Quella visibilità ‒ fisica ed elettromagnetica ‒ si traduce in vulnerabilità: in pochi minuti (a volte secondi), ciò che viene visto viene colpito, con una precisione che vent’anni fa era appannaggio di pochissimi. Ne discende che dobbiamo ripensare da capo il concetto di occultamento e di inganno: oggi nascondersi dal nemico è molto difficile, ma possiamo ancora impedirgli di capire, confondendolo, disorientandolo e costringendolo a fare continuamente i conti con nuovi dilemmi. Dobbiamo trovare soluzioni nuove, creative e fuori da ogni schema. Parallelamente - dice ancora il generale Masiello -, i conflitti in atto stanno prepotentemente riabilitando il peso decisivo della disponibilità di scorte di munizionamento di ogni tipo (in particolare artiglieria, missili contraerei, missili balistici), di mezzi e materiali, oltreché dell’efficienza di una logistica sempre più aderente alle esigenze del combattimento e, per questo, affidata in larga misura a strumenti tecnologici, tra cui droni e Intelligenza Artificiale. Tutto questo è strettamente correlato ad un principio che per lungo tempo è sembrato superato, ma che sta nuovamente facendo sentire il proprio peso: la “rilevanza della massa” per sostenere lo sforzo nel tempo . Per anni abbiamo creduto che la qualità potesse compensare la quantità. Non è così: in guerra, le forze si logorano rapidamente e senza la capacità di generarle e rigenerarle velocemente, non si può sostenere un confronto prolungato. Questo vale per il personale, ma è altrettanto vero per i mezzi e i materiali. Le nostre procedure di acquisizione sono state concepite per un mondo che si muoveva lentamente, in cui i sistemi arrivavano dopo anni nelle caserme. Oggi, invece, la tecnologia cambia incessantemente, con una rapidità senza precedenti». Discorso che vale anche per la dronizzazione del campo di battaglia? «L’impiego massivo di sistemi robotici autonomi a basso costo è ormai un fatto. Nel solo 2025 la Russia ha lanciato sull’Ucraina cinquantamila droni Shahed : sciami di piattaforme economiche, prodotte in serie e considerate sacrificabili, che saturano i sensori avversari, ne consumano le munizioni di pregio e costringono a scelte continue su dove guardare e cosa colpire. È il principio dello steel before flesh : mandare avanti l’acciaio prima della carne, con piattaforme di consumo che aprono la strada e proteggono gli assetti pregiati e difficili da rigenerare, soprattutto il personale. Questo non deve però veicolare una convinzione che considero sbagliata. Si è detto e scritto di come i sistemi autonomi, in particolare i droni, abbiano decretato la fine delle capacità convenzionali come il carro armato, le artiglierie, gli elicotteri o i sistemi contraerei, ma è una conclusione affrettata: quei sistemi si sono trovati di fronte mezzi corazzati concepiti per scenari superati da decenni, incapaci di contrastare le minacce odierne, come quelle nello spettro elettromagnetico. A essere superato non è il mezzo o il sistema, ma quel particolare modo di concepirlo». Quindi, in uno scenario come quello attuale, come cambierà l'assetto dell'Esercito? «In guerra ‒ oggi come ieri ‒ non esistono soluzioni definitive, in grado di rispondere a ogni esigenza e annullare ogni minaccia. Le parti in campo si confrontano su ogni dominio e, a parità di condizioni, prevale chi detiene la tecnologia più avanzata e, al contempo, sa adattarsi più rapidamente. Come accennato, stiamo ripensando quelle capacità tradizionali a cui il conflitto ha restituito centralità : la componente blindo-corazzata, l’artiglieria di precisione e a lungo raggio, la difesa contraerei, le capacità di mobilità e contro-mobilità del genio, le operazioni in ambiente urbano e sotterraneo, e gli elicotteri da combattimento. Ma più che recuperare quelle capacità, come abbiamo detto, le stiamo reinterpretando secondo lo “spirito del nostro tempo”: un “sistema di sistemi” in cui ogni piattaforma è al tempo stesso sensore, effettore e nodo decisionale di una rete più a