Alla vigilia del vertice fra Donald Trump e Xi Jinping , una visione lucida dei rapporti di forze impone di ammettere questo: la tregua serve a tutti e due. Non è un’osservazione scontata né condivisa. In America, in Occidente in generale, l’ostilità che suscita Trump annebbia la percezione delle debolezze del suo rivale. La Cina è la grande incompresa del nostro tempo, anche perché si nasconde a noi con il controllo e la manipolazione delle notizie. Un anno fa a quest’epoca dilagava perfino l’idea di una Cina «benefica, globalista e multilateralista», che tutti gli altri dovevano abbracciare per isolare e castigare l’America. Poi la realtà ha fatto pulizia di quelle sciocchezze: la Cina parla il linguaggio globalista ma pratica l’autarchia , vuole che il resto del mondo dipenda dalle sue produzioni, e non vuole dipendere da nessuno; smercia eccedenze produttive sottocosto distruggendo le industrie altrui e compra sempre meno da noi. Tutto questo inoltre viene scambiato per "forza" ma nasconde una debolezza: un modello di sviluppo così dipendente dai mercati mondiali non è sostenibile se il mondo gira verso il protezionismo; inoltre l’ossessione per la conquista dei mercati altrui continua a sacrificare i bisogni del popolo cinese. Questa è la realtà che fa da sfondo al vertice; delle debolezze di Trump sappiamo tutto , ne parliamo dalla mattina alla sera; sul suo rivale siamo assai indulgenti. Ma il vertice è meno squilibrato di quanto sembri. Domani Xi alla Casa Bianca avrà il terzo incontro di persona con Trump in meno di un anno: dopo Busan (Corea del Sud) e dopo la visita di Trump a Pechino in maggio. Nessuno si aspetta una svolta storica. Si prevede una proroga della tregua commerciale siglata a Busan un anno fa, che ha congelato certi superdazi Usa e l’embargo cinese sulle terre rare. Sarebbe un errore, però, liquidare il vertice come un banale “rinnovo contrattuale”. Su un tavolo in apparenza tecnico si giocano tre partite, dazi e terre rare, intelligenza artificiale, Taiwan , e in ciascuna si misura lo stato dei rapporti di forze. Il lavoro preparatorio è stato fatto domenica a New York, nella sede di JPMorgan, dove il segretario al Tesoro Scott Bessent e il rappresentante al Commercio Jamieson Greer hanno incontrato il vicepremier cinese He Lifeng, affiancato da Li Chenggang, appena promosso al nuovo titolo di rappresentante cinese per i negoziati commerciali internazionali. Le parti hanno concordato un dialogo bilaterale sull'AI. Sulla proroga della tregua, invece, Washington ha offerto sei mesi, mentre Pechino preferisce un accordo che copra tutto il resto del mandato di Trump (due anni abbondanti). Pesa anche il dossier terre rare: gli Usa sostengono che la Cina sta rispettando solo due terzi degli impegni che aveva preso sulle forniture, e non è chiaro se si tratti di un problema tecnico o di un sabotaggio intenzionale. Partiamo da Pechino, perché i numeri dell’economia cinese spiegano l'urgenza di stabilità, rivelano una fragilità che la propaganda ufficiale fatica a nascondere. Le vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,4% su base annua, sotto le attese, con le auto in caduta. Gli investimenti fissi sono scesi del 7,2% nei primi otto mesi, quelli privati del 10,1%. Eppure la produzione industriale ha accelerato al 5,2%, con i robot industriali a più 34,6% e le batterie al litio a più 57,2%. È il ritratto di un'economia a due velocità: una macchina manifatturiera che corre perché trainata dalle esportazioni, una domanda interna depressa. Ma anche sul fronte esterno non tutto luccica. Perfino l'export legato all'AI ad agosto ha registrato la prima contrazione in volume , anche se in valore resta molto forte, segno che solo gli aumenti dei prezzi riescono a nascondere le difficoltà. Dietro l'apparente forza manifatturiera restano la crisi immobiliare mai risolta, la disoccupazione giovanile e una sovracapacità produttiva che spinge le fabbriche a scaricare sull'estero ciò che il mercato interno non assorbe. Ma il resto del mondo sta correndo ai ripari, il protezionismo contro la Cina di cui Trump e Biden erano stati pionieri, ora coinvolge molti altri attori, Paesi emergenti inclusi. Riaprire un fronte tariffario, in queste condizioni, sarebbe per Xi un autogol. Sullo sfondo c'è anche la moneta. Secondo il Nikkei lo yuan/renminbi (la moneta cinese) è considerato sottovalutato del 30%. Pechino ne rallenta l'apprezzamento mentre Stati Uniti ed Europa chiedono un riequilibrio degli scambi. Un surplus manifatturiero gigantesco e una domanda interna anemica sono due facce della stessa medaglia, cioè l’impatto distruttivo della Cina sulla crescita del resto del mondo; la questione riguarda anche Bruxelles e Roma. Sulle terre rare la posta è più alta di quanto sembri. Pechino controlla circa il 90% della produzione mondiale delle terre rare leggere e quasi tutta quella delle varietà più pregiate, quelle che servono per magneti industriali, semiconduttori, laser, turbine eoliche e robot. Le nuove restrizioni annunciate da Pechino, se entreranno in vigore come previsto il 10 novembre, estenderanno le licenze all'export ad altri cinque elementi, tra cui l'erbio, essenziale per i data center dell'AI e i cavi transoceanici. Da dicembre, inoltre, la Cina ha tagliato drasticamente le forniture di magneti e di disprosio al Giappone , dopo che la premier Takaichi aveva detto che Tokyo potrebbe difendere Taiwan in caso di invasione: una ritorsione politica a cui il Giappone non è nuovo. Tokyo sperimentò per prima questo genere di ricatto politico nel lontano 2010. Non a caso il Sol Levante è la nazione che più di ogni altra ha diversificato i propri approvvigionamenti di terre rare ed è sulla strada giusta per affrancarsi dalla dipendenza cinese. L'asimmetria più interessante del vertice è quella degli orologi. Trump è vincolato dalle elezioni di medio termine di novembre e da una guerra che continua a pesare. Xi, che si appresta a un quarto mandato senza precedenti alla guida del Partito, non deve rispondere a nessun elettorato e può permettersi di aspettare. L'anno scorso, di fronte ai dazi imposti da Trump, Xi è stato l'unico leader al mondo a non arretrare , rispondendo colpo su colpo fino a usare la leva delle terre rare per costringere Washington alla tregua: un episodio in cui Pechino non solo ha retto la pressione americana, ma l'ha rovesciata. Da qui lo slogan della stabilità strategica costruttiva, che chiede a Washington di accettare confini oltre i quali non spingersi: lo si è visto in luglio, quando Pechino l'ha invocata contro l'ipotesi di uno stop americano ai robot umanoidi cinesi. Per gli analisti occidentali è più una richiesta di riconoscimento del peso cinese che un vero sforzo negoziale. La sequenza di vertici, tre in meno di un anno, con altri due in calendario a novembre a Shenzhen e a dicembre a Miami, serve a Xi anche per mostrarsi in patria come uno statista, mentre l'economia interna arranca. Anche Trump ha le sue ragioni per volere una tregua. Il 3 novembre si vota per il Congresso e gli agricoltori, tra i primi a pagare il conto delle guerre commerciali, vanno tenuti dalla propria parte. Huang Jing, studioso di Shanghai, sostiene che una Camera a maggioranza democratica aumenterebbe il controllo sulla diplomazia di Trump con Pechino in modo dannoso per gli interessi cinesi. L'accusa di debolezza verso la Cina diventerà un'arma ricorrente nelle mani dei democratici. È la lettura di un osservatore cinese, ma è un altro modo per spiegare perché entrambi i leader hanno fretta di incassare prima del voto Usa. Non è un caso che Trump, in questi giorni, eviti di criticare la Cina , minimizzando persino le rivelazioni secondo cui Pechino avrebbe fornito all'Iran immagini satellitari di una base americana in Giordania colpita da un attacco iraniano, dove hanno perso la vita tre soldati Usa. Proprio sull'agricoltura il vertice toccherà un tasto dolente per Trump. A maggio la Casa Bianca annunciò che la Cina avrebbe acquistato almeno 17 miliardi di dollari l'anno di prodotti agricoli americani fino al 2028. Il New York Times ha fatto i conti: nei primi sette mesi dell'anno, soia esclusa, gli acquisti sono stati di 3,9 miliardi di dollari, appena sopra il minimo da sei anni registrato nello stesso periodo del 2025. Il mais, tra gennaio e luglio, è fermo a circa 6,9 milioni di dollari contro i 5,2 miliardi del 2022. Pechino, va detto, non ha mai confermato la cifra dei 17 miliardi: parla soltanto di obiettivi indicativi per l'espansione dell'interscambio agricolo. Il numero è americano; la promessa cinese è più vaga. La soia, invece, è la prova che gli acquisti cinesi sono una leva politica. Pechino è in linea con l'impegno di 25 milioni di tonnellate per l'anno: ne ha comprate circa la metà, con un'accelerazione ad agosto guidata da Sinograin, la società di Stato che gestisce le riserve. Di solito questi ordini si piazzano molto prima, e un analista di Kpler ne deduce che si tratti di un accordo geopolitico: la Cina compra ciò che serve a mostrare buona volontà a Trump e trattiene il resto come merce di scambio. Trump, che nel primo mandato accusò Pechino di averlo deluso e dovette varare un salvataggio da 23 miliardi per i contadini, ha già sperimentato q
Il faccia a faccia con Trump: perché a Xi basta la tregua, e perché non capiamo la sua Cina
Alla vigilia del vertice fra Donald Trump e Xi Jinping , una visione lucida dei rapporti di forze impone di ammettere questo: la tregua serve a tutti e due. Non è un’osservazione scontata né condivisa. In America, in Occidente in generale, l’ostilità che suscita Trump annebbia la percezione delle debolezze del suo rivale. La Cina è la grande incompresa del nostro tempo, anche perché si nasconde a noi con il controllo e la manipolazione delle notizie. Un anno fa a quest’epoca dilagava perfino l’idea di una Cina «benefica, globalista e multilateralista», che tutti gli altri dovevano abbracciare per isolare e castigare l’America. Poi la realtà ha fatto pulizia di quelle sciocchezze: la Cina parla il linguaggio globalista ma pratica l’autarchia , vuole che il resto del mondo dipenda dalle sue produzioni, e non vuole dipendere da nessuno; smercia eccedenze produttive sottocosto distruggendo le industrie altrui e compra sempre meno da noi. Tutto questo inoltre viene scambiato per "forza" ma nasconde una debolezza: un modello di sviluppo così dipendente dai mercati mondiali non è sostenibile se il mondo gira verso il protezionismo; inoltre l’ossessione per la conquista dei mercati altrui continua a sacrificare i bisogni del popolo cinese. Questa è la realtà che fa da sfondo al vertice; delle debolezze di Trump sappiamo tutto , ne parliamo dalla mattina alla sera; sul suo rivale siamo assai indulgenti. Ma il vertice è meno squilibrato di quanto sembri. Domani Xi alla Casa Bianca avrà il terzo incontro di persona con Trump in meno di un anno: dopo Busan (Corea del Sud) e dopo la visita di Trump a Pechino in maggio. Nessuno si aspetta una svolta storica. Si prevede una proroga della tregua commerciale siglata a Busan un anno fa, che ha congelato certi superdazi Usa e l’embargo cinese sulle terre rare. Sarebbe un errore, però, liquidare il vertice come un banale “rinnovo contrattuale”. Su un tavolo in apparenza tecnico si giocano tre partite, dazi e terre rare, intelligenza artificiale, Taiwan , e in ciascuna si misura lo stato dei rapporti di forze. Il lavoro preparatorio è stato fatto domenica a New York, nella sede di JPMorgan, dove il segretario al Tesoro Scott Bessent e il rappresentante al Commercio Jamieson Greer hanno incontrato il vicepremier cinese He Lifeng, affiancato da Li Chenggang, appena promosso al nuovo titolo di rappresentante cinese per i negoziati commerciali internazionali. Le parti hanno concordato un dialogo bilaterale sull'AI. Sulla proroga della tregua, invece, Washington ha offerto sei mesi, mentre Pechino preferisce un accordo che copra tutto il resto del mandato di Trump (due anni abbondanti). Pesa anche il dossier terre rare: gli Usa sostengono che la Cina sta rispettando solo due terzi degli impegni che aveva preso sulle forniture, e non è chiaro se si tratti di un problema tecnico o di un sabotaggio intenzionale. Partiamo da Pechino, perché i numeri dell’economia cinese spiegano l'urgenza di stabilità, rivelano una fragilità che la propaganda ufficiale fatica a nascondere. Le vendite al dettaglio sono cresciute dello 0,4% su base annua, sotto le attese, con le auto in caduta. Gli investimenti fissi sono scesi del 7,2% nei primi otto mesi, quelli privati del 10,1%. Eppure la produzione industriale ha accelerato al 5,2%, con i robot industriali a più 34,6% e le batterie al litio a più 57,2%. È il ritratto di un'economia a due velocità: una macchina manifatturiera che corre perché trainata dalle esportazioni, una domanda interna depressa. Ma anche sul fronte esterno non tutto luccica. Perfino l'export legato all'AI ad agosto ha registrato la prima contrazione in volume , anche se in valore resta molto forte, segno che solo gli aumenti dei prezzi riescono a nascondere le difficoltà. Dietro l'apparente forza manifatturiera restano la crisi immobiliare mai risolta, la disoccupazione giovanile e una sovracapacità produttiva che spinge le fabbriche a scaricare sull'estero ciò che il mercato interno non assorbe. Ma il resto del mondo sta correndo ai ripari, il protezionismo contro la Cina di cui Trump e Biden erano stati pionieri, ora coinvolge molti altri attori, Paesi emergenti inclusi. Riaprire un fronte tariffario, in queste condizioni, sarebbe per Xi un autogol. Sullo sfondo c'è anche la moneta. Secondo il Nikkei lo yuan/renminbi (la moneta cinese) è considerato sottovalutato del 30%. Pechino ne rallenta l'apprezzamento mentre Stati Uniti ed Europa chiedono un riequilibrio degli scambi. Un surplus manifatturiero gigantesco e una domanda interna anemica sono due facce della stessa medaglia, cioè l’impatto distruttivo della Cina sulla crescita del resto del mondo; la questione riguarda anche Bruxelles e Roma. Sulle terre rare la posta è più alta di quanto sembri. Pechino controlla circa il 90% della produzione mondiale delle terre rare leggere e quasi tutta quella delle varietà più pregiate, quelle che servono per magneti industriali, semiconduttori, laser, turbine eoliche e robot. Le nuove restrizioni annunciate da Pechino, se entreranno in vigore come previsto il 10 novembre, estenderanno le licenze all'export ad altri cinque elementi, tra cui l'erbio, essenziale per i data center dell'AI e i cavi transoceanici. Da dicembre, inoltre, la Cina ha tagliato drasticamente le forniture di magneti e di disprosio al Giappone , dopo che la premier Takaichi aveva detto che Tokyo potrebbe difendere Taiwan in caso di invasione: una ritorsione politica a cui il Giappone non è nuovo. Tokyo sperimentò per prima questo genere di ricatto politico nel lontano 2010. Non a caso il Sol Levante è la nazione che più di ogni altra ha diversificato i propri approvvigionamenti di terre rare ed è sulla strada giusta per affrancarsi dalla dipendenza cinese. L'asimmetria più interessante del vertice è quella degli orologi. Trump è vincolato dalle elezioni di medio termine di novembre e da una guerra che continua a pesare. Xi, che si appresta a un quarto mandato senza precedenti alla guida del Partito, non deve rispondere a nessun elettorato e può permettersi di aspettare. L'anno scorso, di fronte ai dazi imposti da Trump, Xi è stato l'unico leader al mondo a non arretrare , rispondendo colpo su colpo fino a usare la leva delle terre rare per costringere Washington alla tregua: un episodio in cui Pechino non solo ha retto la pressione americana, ma l'ha rovesciata. Da qui lo slogan della stabilità strategica costruttiva, che chiede a Washington di accettare confini oltre i quali non spingersi: lo si è visto in luglio, quando Pechino l'ha invocata contro l'ipotesi di uno stop americano ai robot umanoidi cinesi. Per gli analisti occidentali è più una richiesta di riconoscimento del peso cinese che un vero sforzo negoziale. La sequenza di vertici, tre in meno di un anno, con altri due in calendario a novembre a Shenzhen e a dicembre a Miami, serve a Xi anche per mostrarsi in patria come uno statista, mentre l'economia interna arranca. Anche Trump ha le sue ragioni per volere una tregua. Il 3 novembre si vota per il Congresso e gli agricoltori, tra i primi a pagare il conto delle guerre commerciali, vanno tenuti dalla propria parte. Huang Jing, studioso di Shanghai, sostiene che una Camera a maggioranza democratica aumenterebbe il controllo sulla diplomazia di Trump con Pechino in modo dannoso per gli interessi cinesi. L'accusa di debolezza verso la Cina diventerà un'arma ricorrente nelle mani dei democratici. È la lettura di un osservatore cinese, ma è un altro modo per spiegare perché entrambi i leader hanno fretta di incassare prima del voto Usa. Non è un caso che Trump, in questi giorni, eviti di criticare la Cina , minimizzando persino le rivelazioni secondo cui Pechino avrebbe fornito all'Iran immagini satellitari di una base americana in Giordania colpita da un attacco iraniano, dove hanno perso la vita tre soldati Usa. Proprio sull'agricoltura il vertice toccherà un tasto dolente per Trump. A maggio la Casa Bianca annunciò che la Cina avrebbe acquistato almeno 17 miliardi di dollari l'anno di prodotti agricoli americani fino al 2028. Il New York Times ha fatto i conti: nei primi sette mesi dell'anno, soia esclusa, gli acquisti sono stati di 3,9 miliardi di dollari, appena sopra il minimo da sei anni registrato nello stesso periodo del 2025. Il mais, tra gennaio e luglio, è fermo a circa 6,9 milioni di dollari contro i 5,2 miliardi del 2022. Pechino, va detto, non ha mai confermato la cifra dei 17 miliardi: parla soltanto di obiettivi indicativi per l'espansione dell'interscambio agricolo. Il numero è americano; la promessa cinese è più vaga. La soia, invece, è la prova che gli acquisti cinesi sono una leva politica. Pechino è in linea con l'impegno di 25 milioni di tonnellate per l'anno: ne ha comprate circa la metà, con un'accelerazione ad agosto guidata da Sinograin, la società di Stato che gestisce le riserve. Di solito questi ordini si piazzano molto prima, e un analista di Kpler ne deduce che si tratti di un accordo geopolitico: la Cina compra ciò che serve a mostrare buona volontà a Trump e trattiene il resto come merce di scambio. Trump, che nel primo mandato accusò Pechino di averlo deluso e dovette varare un salvataggio da 23 miliardi per i contadini, ha già sperimentato q

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