( Questa analisi è stata pubblicata su Global, la newsletter di Federico Rampini: per riceverla basta iscriversi e lo si può fare qui ) Il giorno in cui Stati Uniti e Iran firmavano la tregua, il 17 giugno, la diplomazia cinese si attribuiva una parte del merito. Il ministero degli Esteri di Pechino faceva sapere di aver moltiplicato le telefonate per spingere le parti verso la pace; lo stesso Xi Jinping , si aggiungeva, era intervenuto di persona con proposte per chiudere il conflitto. Quel giorno un aereo partito dalla Cina atterrava a Teheran. Nella stiva, destinati al ministero della Difesa iraniano, c'erano componenti elettronici utilizzabili per costruire parti di droni e sistemi di guida dei missili . La coincidenza emerge dai dati doganali iraniani analizzati dal Wall Street Journal, in un'inchiesta pubblicata proprio mentre Xi era a Washington per il vertice con Donald Trump . Nell'agenda ufficiale del summit figuravano il commercio, la sicurezza dell'AI, Taiwan. Ma l'elefante nella stanza, scrive il quotidiano americano, è il sostegno cinese all'Iran. E c'è un secondo elefante, raccontato in un'altra inchiesta dello stesso giornale: l' arsenale nucleare cinese cresce a ritmo accelerato, si sospetta che Pechino abbia violato in segreto la moratoria sui test atomici . Lette insieme, le due storie compongono un ritratto coerente della strategia di Xi, e della difficoltà di Trump a guardarla in faccia. Partiamo dai numeri. Nel primo semestre di quest'anno le spedizioni dalla Cina al ministero della Difesa di Teheran contenenti componenti "a duplice uso" , civile e militare, sono state circa 1.300. Nelle casse, secondo i registri forniti dalla banca dati ImportGenius, c'erano localizzatori GPS , motori elettrici, componenti per motori aeronautici. Molte di queste forniture sono entrate in base all'articolo 119 del regolamento doganale iraniano, quello che esenta da ogni dazio gli armamenti e le importazioni per la difesa . Difficile immaginare un'etichetta più eloquente. Dopo lo scoppio della guerra, il 28 febbraio, e il blocco navale americano dei porti iraniani ad aprile, Teheran ha spostato la logistica in cielo. Mahan Air , compagnia già sanzionata perché secondo il Tesoro americano trasporta per conto del regime contanti, armi e personale, è passata da quattro voli settimanali fra Cina e Iran all'inizio di marzo a circa ventisette a fine aprile. Nella prima settimana di settembre i voli sono stati 39, il doppio del livello prebellico. Molti non risultano nemmeno prenotabili sul sito della compagnia: trasportano merci, non passeggeri. È un ponte aereo , secondo gli esperti militari è diventato l'arteria vitale dei programmi iraniani di droni e missili balistici . Tra i componenti offerti da fornitori cinesi ci sono quelli che servono agli Shahed , i droni iraniani a basso costo che hanno inflitto danni pesanti alle basi americane: Kate Koren, del Center for Strategic and International Studies di Washington, ha individuato diverse aziende cinesi che quest'anno ne pubblicizzavano apertamente la vendita. Poi c'è la chimica. Da anni aziende cinesi forniscono all'Iran perclorato di sodio , ingrediente del propellente per missili balistici. Pochi giorni prima dell'inizio della guerra le dogane iraniane registravano 300 tonnellate di composti chimici cinesi destinati al ministero della Difesa. Il Journal ha visionato una lettera dello scorso dicembre in cui un'azienda cinese già sanzionata, Haokun Energy, spiegava a un importatore legato all'Iran che l'export di perclorato richiedeva licenze governative , e che si era coordinata con le autorità cinesi per trattarne una parte "in via riservata". Il dettaglio pesa, perché Pechino ha sempre sostenuto di controllare con rigore l' export di beni a duplice uso. Il salto di qualità più grave riguarda lo spazio . Funzionari americani collegano immagini satellitari ottenute da entità cinesi all' attacco iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, che ha ucciso tre soldati americani. Il sostegno militare poggia su quello economico. La Cina è ormai l'unico grande acquirente del greggio iraniano , e garantisce a Teheran miliardi di dollari nonostante le sanzioni. Già prima della guerra comprava oltre l'80% dell'export petrolifero iraniano, forte del patto strategico venticinquennale firmato nel 2021. Società di comodo, spesso a Hong Kong, e banche cinesi fanno transitare i pagamenti in yuan , fuori dalla vista del Tesoro americano. Dopo il lancio, a fine agosto, della "Operation Economic Outcast" di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent, circa quattro milioni di barili iraniani sono arrivati in Cina nella settimana successiva, secondo la società di analisi Kpler. Solo di recente il flusso ha cominciato a restringersi in modo sostanziale, a riprova che il blocco americano funziona. L'episodio più istruttivo riguarda l' Egitto . I pagamenti in dollari per prodotti petrolchimici iraniani venduti a clienti egiziani passavano per la filiale emiratina di Banque Misr, banca di Stato del Cairo. Quando il Tesoro Usa ha intimato di smettere, i pagamenti sono stati dirottati in yuan attraverso il CIPS , il sistema cinese di pagamenti interbancari transfrontalieri, molto più opaco per gli americani. Washington se n'è accorta e il piano è fallito. Pechino sospetta che gli egiziani abbiano passato informazioni agli americani, e secondo il Journal Xi in persona ne ha parlato con al-Sisi durante la visita al Cairo del primo settembre. Ecco la dedollarizzazione nella sua versione concreta, lontana dai convegni accademici: un' infrastruttura finanziaria alternativa costruita per aggirare le sanzioni, che il leader cinese sorveglia di persona. Di fronte a tutto questo la Casa Bianca ha scelto la prudenza. Trump ha indicato ai collaboratori il buon rapporto con Xi come priorità, e i vertici dell'amministrazione hanno minimizzato l' aiuto cinese all'Iran . A luglio il segretario alla Guerra Pete Hegseth diceva al Congresso che Cina e Russia aiutano l'Iran; pochi giorni dopo Trump lo smentiva, spiegando che Xi gli aveva garantito personalmente di non fornire armi a Teheran. "Mi fido di loro", ha detto di Xi e di Putin. Bessent, interrogato due volte sulle banche cinesi, si è guardato bene dal nominare la Cina. Le sanzioni contro entità cinesi ci sono, e numerose, ma nessuna grande azienda è stata toccata. Al Congresso democratici e repubblicani, fatto raro, premono su Trump e vogliono più durezza verso la Cina. Le elezioni di mid-term potranno influire anche su questo. Qual è il calcolo di Pechino? Gli analisti citati dal Journal lo descrivono così: indebolire la posizione diplomatica americana e prosciugare gli arsenali degli Stati Uniti , costretti a consumare munizioni costose e difficili da rimpiazzare. Con un limite: la Cina è il primo importatore mondiale di energia e soffre per lo shock petrolifero. Non le serve una vittoria iraniana. Le serve una guerra che logori l'America senza incendiare il mondo. La seconda inchiesta sposta la partita su un piano più alto. L'amministrazione Trump ha avviato colloqui discreti con la Cina sul suo arsenale nucleare , ai margini di riunioni multilaterali a Ginevra, New York e Casablanca, e altri incontri sono previsti il mese prossimo. Il nodo è il Trattato del 1996 per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari , il CTBT . Non è mai entrato in vigore perché troppi Stati non l'hanno ratificato, fra cui sia la Cina sia gli Stati Uniti. Ma Washington, Pechino e Mosca dichiarano di rispettarlo. L'America accusa la Cina di aver condotto in segreto test "supercritici" a bassissima potenza, tra cui uno nel sito di Lop Nur, nello Xinjiang, nel giugno 2020. Pechino nega. Nell'ottobre 2025 Trump aveva minacciato di riprendere i test americani, fermi dal 1992, se Cina e Russia non avessero smesso. Il senatore repubblicano Tom Cotton vuole che l'America rompa il tabù e faccia anch'essa esperimenti a bassa potenza. I fautori del controllo degli armamenti propongono invece di rafforzare la verifica, con sensori sismici o di radiazioni vicino ai siti di test. Poi ci sono i missili : a luglio la Cina ha dato appena due ore di preavviso per un lancio balistico da sottomarino, e ha respinto la
Il doppio gioco di Xi Jinping: la pace a parole, i droni inviati all'Iran (nel giorno della tregua), l'escalation nucleare
( Questa analisi è stata pubblicata su Global, la newsletter di Federico Rampini: per riceverla basta iscriversi e lo si può fare qui ) Il giorno in cui Stati Uniti e Iran firmavano la tregua, il 17 giugno, la diplomazia cinese si attribuiva una parte del merito. Il ministero degli Esteri di Pechino faceva sapere di aver moltiplicato le telefonate per spingere le parti verso la pace; lo stesso Xi Jinping , si aggiungeva, era intervenuto di persona con proposte per chiudere il conflitto. Quel giorno un aereo partito dalla Cina atterrava a Teheran. Nella stiva, destinati al ministero della Difesa iraniano, c'erano componenti elettronici utilizzabili per costruire parti di droni e sistemi di guida dei missili . La coincidenza emerge dai dati doganali iraniani analizzati dal Wall Street Journal, in un'inchiesta pubblicata proprio mentre Xi era a Washington per il vertice con Donald Trump . Nell'agenda ufficiale del summit figuravano il commercio, la sicurezza dell'AI, Taiwan. Ma l'elefante nella stanza, scrive il quotidiano americano, è il sostegno cinese all'Iran. E c'è un secondo elefante, raccontato in un'altra inchiesta dello stesso giornale: l' arsenale nucleare cinese cresce a ritmo accelerato, si sospetta che Pechino abbia violato in segreto la moratoria sui test atomici . Lette insieme, le due storie compongono un ritratto coerente della strategia di Xi, e della difficoltà di Trump a guardarla in faccia. Partiamo dai numeri. Nel primo semestre di quest'anno le spedizioni dalla Cina al ministero della Difesa di Teheran contenenti componenti "a duplice uso" , civile e militare, sono state circa 1.300. Nelle casse, secondo i registri forniti dalla banca dati ImportGenius, c'erano localizzatori GPS , motori elettrici, componenti per motori aeronautici. Molte di queste forniture sono entrate in base all'articolo 119 del regolamento doganale iraniano, quello che esenta da ogni dazio gli armamenti e le importazioni per la difesa . Difficile immaginare un'etichetta più eloquente. Dopo lo scoppio della guerra, il 28 febbraio, e il blocco navale americano dei porti iraniani ad aprile, Teheran ha spostato la logistica in cielo. Mahan Air , compagnia già sanzionata perché secondo il Tesoro americano trasporta per conto del regime contanti, armi e personale, è passata da quattro voli settimanali fra Cina e Iran all'inizio di marzo a circa ventisette a fine aprile. Nella prima settimana di settembre i voli sono stati 39, il doppio del livello prebellico. Molti non risultano nemmeno prenotabili sul sito della compagnia: trasportano merci, non passeggeri. È un ponte aereo , secondo gli esperti militari è diventato l'arteria vitale dei programmi iraniani di droni e missili balistici . Tra i componenti offerti da fornitori cinesi ci sono quelli che servono agli Shahed , i droni iraniani a basso costo che hanno inflitto danni pesanti alle basi americane: Kate Koren, del Center for Strategic and International Studies di Washington, ha individuato diverse aziende cinesi che quest'anno ne pubblicizzavano apertamente la vendita. Poi c'è la chimica. Da anni aziende cinesi forniscono all'Iran perclorato di sodio , ingrediente del propellente per missili balistici. Pochi giorni prima dell'inizio della guerra le dogane iraniane registravano 300 tonnellate di composti chimici cinesi destinati al ministero della Difesa. Il Journal ha visionato una lettera dello scorso dicembre in cui un'azienda cinese già sanzionata, Haokun Energy, spiegava a un importatore legato all'Iran che l'export di perclorato richiedeva licenze governative , e che si era coordinata con le autorità cinesi per trattarne una parte "in via riservata". Il dettaglio pesa, perché Pechino ha sempre sostenuto di controllare con rigore l' export di beni a duplice uso. Il salto di qualità più grave riguarda lo spazio . Funzionari americani collegano immagini satellitari ottenute da entità cinesi all' attacco iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, che ha ucciso tre soldati americani. Il sostegno militare poggia su quello economico. La Cina è ormai l'unico grande acquirente del greggio iraniano , e garantisce a Teheran miliardi di dollari nonostante le sanzioni. Già prima della guerra comprava oltre l'80% dell'export petrolifero iraniano, forte del patto strategico venticinquennale firmato nel 2021. Società di comodo, spesso a Hong Kong, e banche cinesi fanno transitare i pagamenti in yuan , fuori dalla vista del Tesoro americano. Dopo il lancio, a fine agosto, della "Operation Economic Outcast" di Trump e del segretario al Tesoro Scott Bessent, circa quattro milioni di barili iraniani sono arrivati in Cina nella settimana successiva, secondo la società di analisi Kpler. Solo di recente il flusso ha cominciato a restringersi in modo sostanziale, a riprova che il blocco americano funziona. L'episodio più istruttivo riguarda l' Egitto . I pagamenti in dollari per prodotti petrolchimici iraniani venduti a clienti egiziani passavano per la filiale emiratina di Banque Misr, banca di Stato del Cairo. Quando il Tesoro Usa ha intimato di smettere, i pagamenti sono stati dirottati in yuan attraverso il CIPS , il sistema cinese di pagamenti interbancari transfrontalieri, molto più opaco per gli americani. Washington se n'è accorta e il piano è fallito. Pechino sospetta che gli egiziani abbiano passato informazioni agli americani, e secondo il Journal Xi in persona ne ha parlato con al-Sisi durante la visita al Cairo del primo settembre. Ecco la dedollarizzazione nella sua versione concreta, lontana dai convegni accademici: un' infrastruttura finanziaria alternativa costruita per aggirare le sanzioni, che il leader cinese sorveglia di persona. Di fronte a tutto questo la Casa Bianca ha scelto la prudenza. Trump ha indicato ai collaboratori il buon rapporto con Xi come priorità, e i vertici dell'amministrazione hanno minimizzato l' aiuto cinese all'Iran . A luglio il segretario alla Guerra Pete Hegseth diceva al Congresso che Cina e Russia aiutano l'Iran; pochi giorni dopo Trump lo smentiva, spiegando che Xi gli aveva garantito personalmente di non fornire armi a Teheran. "Mi fido di loro", ha detto di Xi e di Putin. Bessent, interrogato due volte sulle banche cinesi, si è guardato bene dal nominare la Cina. Le sanzioni contro entità cinesi ci sono, e numerose, ma nessuna grande azienda è stata toccata. Al Congresso democratici e repubblicani, fatto raro, premono su Trump e vogliono più durezza verso la Cina. Le elezioni di mid-term potranno influire anche su questo. Qual è il calcolo di Pechino? Gli analisti citati dal Journal lo descrivono così: indebolire la posizione diplomatica americana e prosciugare gli arsenali degli Stati Uniti , costretti a consumare munizioni costose e difficili da rimpiazzare. Con un limite: la Cina è il primo importatore mondiale di energia e soffre per lo shock petrolifero. Non le serve una vittoria iraniana. Le serve una guerra che logori l'America senza incendiare il mondo. La seconda inchiesta sposta la partita su un piano più alto. L'amministrazione Trump ha avviato colloqui discreti con la Cina sul suo arsenale nucleare , ai margini di riunioni multilaterali a Ginevra, New York e Casablanca, e altri incontri sono previsti il mese prossimo. Il nodo è il Trattato del 1996 per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari , il CTBT . Non è mai entrato in vigore perché troppi Stati non l'hanno ratificato, fra cui sia la Cina sia gli Stati Uniti. Ma Washington, Pechino e Mosca dichiarano di rispettarlo. L'America accusa la Cina di aver condotto in segreto test "supercritici" a bassissima potenza, tra cui uno nel sito di Lop Nur, nello Xinjiang, nel giugno 2020. Pechino nega. Nell'ottobre 2025 Trump aveva minacciato di riprendere i test americani, fermi dal 1992, se Cina e Russia non avessero smesso. Il senatore repubblicano Tom Cotton vuole che l'America rompa il tabù e faccia anch'essa esperimenti a bassa potenza. I fautori del controllo degli armamenti propongono invece di rafforzare la verifica, con sensori sismici o di radiazioni vicino ai siti di test. Poi ci sono i missili : a luglio la Cina ha dato appena due ore di preavviso per un lancio balistico da sottomarino, e ha respinto la

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