«Un'impresa straordinaria, piena di fatica e di alcuni momenti di sconforto, ma anche di tanta gioia e libertà assoluta». Aristide Polla , classe 1975 di Porte di Rendena, in Trentino, descrive così la SwissPeaks Odyssey. Con i suoi 650 chilometri e 44.000 metri di dislivello è una delle prove di ultra trail (corsa in montagna) più dure al mondo. Polla, di professione commesso in un negozio di ferramenta e atleta per passione, l’ha completata in 195 ore, coronando «il sogno di una vita». Sul sito ufficiale questa gara viene presentata come una «ricerca interiore». È stato così anche per lei? «Quando si macinano così tanti chilometri a contatto con la natura si arriva a un livello spirituale quasi primordiale, altrimenti irraggiungibile. Il punto in cui ho provato questa sensazione al massimo è stato sul colle della Forclaz, quando ho visto lo scorcio favoloso di un ghiacciaio». Come si allena? «Ogni giorno parto da casa alle 3.30 di mattina e faccio un paio d’ore di corsa prima di andare al lavoro, aumentando i chilometri man mano che la gara si avvicina. Di solito corro con uno zaino pesante fino a 10 chili per mettere forza sulle gambe, mentre due volte alla settimana uso i pesi». Ha adottato altre tecniche particolari? «Durante la gara facevo micro-sonni da quattro-cinque minuti per ritrovare la concentrazione e recuperare energie in breve tempo». Come ha gestito l’alimentazione? «Nei mesi precedenti ho aumentato la quantità di carboidrati, grassi e proteine. Dopo il primo giorno di gara l’obiettivo è ingerire più cibo possibile. Si consuma talmente tanto che è impossibile immagazzinare tutto ciò che si brucia, restando costantemente in deficit calorico, e anche cinque fette di polenta vanno giù senza nemmeno accorgersene. Alla fine ho perso quasi sette chili, la maggior parte di massa muscolare». Ha mai pensato di fermarsi? «Ci sono stati alcuni momenti di difficoltà, però volevo arrivare in fondo a ogni costo. Verso il sesto giorno ho sofferto di ritenzione idrica, avevo le gambe gonfie, erano come due blocchi di marmo. Ho affrontato una salita che adesso farei col sorriso, ma che in quel momento mi sembrava l’Everest. Ogni minuto dovevo fermarmi e massaggiarmi, è stata un’ora e mezza di sofferenza pura e piangevo dal male». Riavvolgendo il nastro, come si è avvicinato all’ultra trail? «Ho una grande passione per la montagna, mi piace stare nei boschi da solo e sono sempre andato a correre lungo i sentieri vicino casa. Sette-otto anni fa mia moglie mi ha convinto a partecipare alla prima gara, mi sono divertito e da lì non ho più smesso». Che cosa cerca quando sceglie di affrontare una nuova sfida? «Una forma di spiritualità interiore che si raggiunge solo attraverso la fatica e la stanchezza, una dimensione più profonda che in altri sport non ho mai trovato. Quando corro, arriva un momento in cui non sto semplicemente bene: provo qualcosa di più, una sensazione difficile da spiegare. E quando raggiungo quello stato, ne voglio ancora. Sono il primo avversario di me stesso e, dopo aver raggiunto un traguardo, sento sempre il bisogno di alzare ulteriormente l’asticella. Per me non conta il risultato finale, ma quanto mi sento soddisfatto di me stesso». Qual è il sacrificio più grande che comporta la preparazione di una gara? «Togliere un po’ di tempo alla famiglia, soprattutto quando parto presto la mattina e torno la sera tardi dopo il lavoro. In generale mi diverto talmente tanto che per me la fatica e le “rinunce” alimentari non sono dei sacrifici». Quanto conta il sostegno della famiglia? «Mia moglie Eva e i miei figli Angelica di 5 e Gabriele di 13 anni sono i miei primi tifosi e senza di loro tutto questo probabilmente non sarebbe stato possibile. Con Eva ho condiviso gli ultimi 500 metri della SwissPeaks ed è stato un momento magico. Ai miei figli vorrei insegnare che per raggiungere i propri obiettivi bisogna essere disposti a fare fatica». Nel 2025 ha raccolto le sue esperienze nel libro Libero di decidere . «Inizialmente l’avevo distribuito solo ai parenti per spiegargli cosa mi aveva spinto a dedicarmi all’ ultra trail . Poi ho deciso di pubblicarlo pensando che, come io ho ricevuto consigli quando ne avevo bisogno, qualcuno potesse trovare nel libro alcuni spunti. Dopo la pubblicazione, anche persone che non conoscevo mi hanno fatto i complimenti, dicendomi che avevo lasciato loro qualcosa. Ne sono stato felice perché non sono molte pagine, ma ci ho messo un pezzo di cuore». C he cosa le ha insegnato l’ultra trail? «Tante cose. La prima che alla fatica non c’è mai fine. All’inizio avevo un giro di allenamento predefinito e mi sembrava di essere un supereroe, quando però ho iniziato a fare le gare quel giro era solo il riscaldamento. Allo stesso tempo ho imparato che bisogna sempre stringere i denti e andare avanti. E poi è stupenda la fratellanza tra i partecipanti alle gare. Francesi, belgi, svizzeri, ma anche cinesi e giapponesi: se qualcuno ha bisogno di una mano c’è sempre qualcuno pronto a dargliela». Ha un sogno nel cassetto? «Con la SwissPeaks Odyssey ho realizzato quello più grande. Adesso mi piacerebbe fare la Dragon’s Back Race in Galles e quella nel Deserto dei Gobi, entrambe però molto costose sia a livello logistico sia di iscrizione».
Il commesso 50enne che ha corso 650 chilometri in 195 ore: «Ho perso 7 chili. L'allenamento? Alle 3.30 prima di andare a lavoro»
«Un'impresa straordinaria, piena di fatica e di alcuni momenti di sconforto, ma anche di tanta gioia e libertà assoluta». Aristide Polla , classe 1975 di Porte di Rendena, in Trentino, descrive così la SwissPeaks Odyssey. Con i suoi 650 chilometri e 44.000 metri di dislivello è una delle prove di ultra trail (corsa in montagna) più dure al mondo. Polla, di professione commesso in un negozio di ferramenta e atleta per passione, l’ha completata in 195 ore, coronando «il sogno di una vita». Sul sito ufficiale questa gara viene presentata come una «ricerca interiore». È stato così anche per lei? «Quando si macinano così tanti chilometri a contatto con la natura si arriva a un livello spirituale quasi primordiale, altrimenti irraggiungibile. Il punto in cui ho provato questa sensazione al massimo è stato sul colle della Forclaz, quando ho visto lo scorcio favoloso di un ghiacciaio». Come si allena? «Ogni giorno parto da casa alle 3.30 di mattina e faccio un paio d’ore di corsa prima di andare al lavoro, aumentando i chilometri man mano che la gara si avvicina. Di solito corro con uno zaino pesante fino a 10 chili per mettere forza sulle gambe, mentre due volte alla settimana uso i pesi». Ha adottato altre tecniche particolari? «Durante la gara facevo micro-sonni da quattro-cinque minuti per ritrovare la concentrazione e recuperare energie in breve tempo». Come ha gestito l’alimentazione? «Nei mesi precedenti ho aumentato la quantità di carboidrati, grassi e proteine. Dopo il primo giorno di gara l’obiettivo è ingerire più cibo possibile. Si consuma talmente tanto che è impossibile immagazzinare tutto ciò che si brucia, restando costantemente in deficit calorico, e anche cinque fette di polenta vanno giù senza nemmeno accorgersene. Alla fine ho perso quasi sette chili, la maggior parte di massa muscolare». Ha mai pensato di fermarsi? «Ci sono stati alcuni momenti di difficoltà, però volevo arrivare in fondo a ogni costo. Verso il sesto giorno ho sofferto di ritenzione idrica, avevo le gambe gonfie, erano come due blocchi di marmo. Ho affrontato una salita che adesso farei col sorriso, ma che in quel momento mi sembrava l’Everest. Ogni minuto dovevo fermarmi e massaggiarmi, è stata un’ora e mezza di sofferenza pura e piangevo dal male». Riavvolgendo il nastro, come si è avvicinato all’ultra trail? «Ho una grande passione per la montagna, mi piace stare nei boschi da solo e sono sempre andato a correre lungo i sentieri vicino casa. Sette-otto anni fa mia moglie mi ha convinto a partecipare alla prima gara, mi sono divertito e da lì non ho più smesso». Che cosa cerca quando sceglie di affrontare una nuova sfida? «Una forma di spiritualità interiore che si raggiunge solo attraverso la fatica e la stanchezza, una dimensione più profonda che in altri sport non ho mai trovato. Quando corro, arriva un momento in cui non sto semplicemente bene: provo qualcosa di più, una sensazione difficile da spiegare. E quando raggiungo quello stato, ne voglio ancora. Sono il primo avversario di me stesso e, dopo aver raggiunto un traguardo, sento sempre il bisogno di alzare ulteriormente l’asticella. Per me non conta il risultato finale, ma quanto mi sento soddisfatto di me stesso». Qual è il sacrificio più grande che comporta la preparazione di una gara? «Togliere un po’ di tempo alla famiglia, soprattutto quando parto presto la mattina e torno la sera tardi dopo il lavoro. In generale mi diverto talmente tanto che per me la fatica e le “rinunce” alimentari non sono dei sacrifici». Quanto conta il sostegno della famiglia? «Mia moglie Eva e i miei figli Angelica di 5 e Gabriele di 13 anni sono i miei primi tifosi e senza di loro tutto questo probabilmente non sarebbe stato possibile. Con Eva ho condiviso gli ultimi 500 metri della SwissPeaks ed è stato un momento magico. Ai miei figli vorrei insegnare che per raggiungere i propri obiettivi bisogna essere disposti a fare fatica». Nel 2025 ha raccolto le sue esperienze nel libro Libero di decidere . «Inizialmente l’avevo distribuito solo ai parenti per spiegargli cosa mi aveva spinto a dedicarmi all’ ultra trail . Poi ho deciso di pubblicarlo pensando che, come io ho ricevuto consigli quando ne avevo bisogno, qualcuno potesse trovare nel libro alcuni spunti. Dopo la pubblicazione, anche persone che non conoscevo mi hanno fatto i complimenti, dicendomi che avevo lasciato loro qualcosa. Ne sono stato felice perché non sono molte pagine, ma ci ho messo un pezzo di cuore». C he cosa le ha insegnato l’ultra trail? «Tante cose. La prima che alla fatica non c’è mai fine. All’inizio avevo un giro di allenamento predefinito e mi sembrava di essere un supereroe, quando però ho iniziato a fare le gare quel giro era solo il riscaldamento. Allo stesso tempo ho imparato che bisogna sempre stringere i denti e andare avanti. E poi è stupenda la fratellanza tra i partecipanti alle gare. Francesi, belgi, svizzeri, ma anche cinesi e giapponesi: se qualcuno ha bisogno di una mano c’è sempre qualcuno pronto a dargliela». Ha un sogno nel cassetto? «Con la SwissPeaks Odyssey ho realizzato quello più grande. Adesso mi piacerebbe fare la Dragon’s Back Race in Galles e quella nel Deserto dei Gobi, entrambe però molto costose sia a livello logistico sia di iscrizione».

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