« C’era un esito dubbio sui pedali , che su questi pedali dove era stato ottenuto del dna e poi non era stato più ottenuto da successivi campionamenti. Lo ricordo come una cosa strana , insomma...». Sono le parole del tenente colonnello Alessandro Coli , ufficiale che nel 2007 con il grado di tenente lavorava nella sezione di Biologia dei Ris di Parma insieme all’allora capitano Alberto Marino e al tenente Giorgio Portera. È lui davanti al procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi — sebbene non direttamente coinvolto nelle analisi — a ricostruire cosa accadde in quei giorni di fine settembre 2007 durante i test del dna sui pedali della bici di Alberto Stasi . E il suo racconto a verbale secondo gli inquirenti, aiuta a capire che quel risultato contrastante ( negativo, positivo, poi ancora per due volte negativo , anche se di questi due esami non si è mai trovata traccia) fu un elemento tutt’altro che sottovalutato: « Sicuramente un dibattito si sarà aperto più che altro tra noi internamente », ricorda Coli. Come dire, la voce girava, insistente. «Ricordo questo argomento del discorso dei pedali, un tampone che... cioè, penso lo possa aver detto anche lui (Marino, ndr.) in laboratorio, il fatto che da un prelievo è uscito il dna e poi da altri prelievi ripetuti non è uscito niente. Era una cosa anomala perché poi dopo su questo... su questa traccia si valutava un attimino anche l’esito... Però ecco, non ricordo una confidenza personale in cui è venuto a dirmi: “Oh, ma che ne pensi?” ». Coli si riferisce anche a successivi campionamenti fatti tra fine settembre e ottobre in cui, ancora una volta, inspiegabilmente non compariva dna. «C’era un esito dubbio sui pedali, che su questi pedali dove era stato ottenuto del dna e poi non era stato più ottenuto da successivi campionamenti. Lo ricordo come una cosa strana. Però da esperto biologo se mi dicono: ho fatto un prelievo e poi sono ritornato a fare il prelievo e non è uscito più nulla... Il primo prelievo è uscito dna e poi ho rifatto un prelievo e non ho ottenuto nulla... ripetuto più volte, questo mi lasciò un po’ perplesso». Il tenente colonnello dei carabinieri, oggi in servizio a Firenze, chiarisce: «L’asportazione totale di campioni, di una traccia da una superficie, a me capitava spesso, se tornavo su col prelievo, di riottenere comunque un profilo, magari con quantità minore di dna. Mi ricordo che forse era una cosa, diciamo così, anomala questo discorso dei pedali. Però come risultato mi sembrava un po’ strano non riottenere un profilo da una superficie, diciamo così, che inizialmente fornisce dna a meno che non ci sia stata una degradazione successiva». Coli riflette anche sulla tipologia di reperto analizzato: «E mi sembrava un’anomalia perché pensare che con un primo tampone fosse stato asportato tutto, diciamo, non la vedevo una cosa coerente, ecco. Un pedale ha una superficie irregolare, quindi riuscire a ripulirla con un lavaggio completo...». Il procuratore aggiunto Civardi chiede possibili spiegazioni di cosa possa essere accaduto: «Siccome il tampone viene messo in una provetta, si preleva il liquido, il tampone rimane nella provetta... A meno che uno non riprovi a riestrarre da quel tampone lì. Non so se mi sono spiegato: non avendo buttato la provetta, rimetto liquido di estrazione e potrei provare a recuperare quel che è rimasto, in teoria lì potrebbe essere rimasto, e riquantifico».
I test «fantasma» sulla bici di Stasi non comunicati alla Procura. L'ufficiale del Ris: «C'era un esito dubbio sui pedali, era strano. Noi in ufficio ne parlavamo»
« C’era un esito dubbio sui pedali , che su questi pedali dove era stato ottenuto del dna e poi non era stato più ottenuto da successivi campionamenti. Lo ricordo come una cosa strana , insomma...». Sono le parole del tenente colonnello Alessandro Coli , ufficiale che nel 2007 con il grado di tenente lavorava nella sezione di Biologia dei Ris di Parma insieme all’allora capitano Alberto Marino e al tenente Giorgio Portera. È lui davanti al procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi — sebbene non direttamente coinvolto nelle analisi — a ricostruire cosa accadde in quei giorni di fine settembre 2007 durante i test del dna sui pedali della bici di Alberto Stasi . E il suo racconto a verbale secondo gli inquirenti, aiuta a capire che quel risultato contrastante ( negativo, positivo, poi ancora per due volte negativo , anche se di questi due esami non si è mai trovata traccia) fu un elemento tutt’altro che sottovalutato: « Sicuramente un dibattito si sarà aperto più che altro tra noi internamente », ricorda Coli. Come dire, la voce girava, insistente. «Ricordo questo argomento del discorso dei pedali, un tampone che... cioè, penso lo possa aver detto anche lui (Marino, ndr.) in laboratorio, il fatto che da un prelievo è uscito il dna e poi da altri prelievi ripetuti non è uscito niente. Era una cosa anomala perché poi dopo su questo... su questa traccia si valutava un attimino anche l’esito... Però ecco, non ricordo una confidenza personale in cui è venuto a dirmi: “Oh, ma che ne pensi?” ». Coli si riferisce anche a successivi campionamenti fatti tra fine settembre e ottobre in cui, ancora una volta, inspiegabilmente non compariva dna. «C’era un esito dubbio sui pedali, che su questi pedali dove era stato ottenuto del dna e poi non era stato più ottenuto da successivi campionamenti. Lo ricordo come una cosa strana. Però da esperto biologo se mi dicono: ho fatto un prelievo e poi sono ritornato a fare il prelievo e non è uscito più nulla... Il primo prelievo è uscito dna e poi ho rifatto un prelievo e non ho ottenuto nulla... ripetuto più volte, questo mi lasciò un po’ perplesso». Il tenente colonnello dei carabinieri, oggi in servizio a Firenze, chiarisce: «L’asportazione totale di campioni, di una traccia da una superficie, a me capitava spesso, se tornavo su col prelievo, di riottenere comunque un profilo, magari con quantità minore di dna. Mi ricordo che forse era una cosa, diciamo così, anomala questo discorso dei pedali. Però come risultato mi sembrava un po’ strano non riottenere un profilo da una superficie, diciamo così, che inizialmente fornisce dna a meno che non ci sia stata una degradazione successiva». Coli riflette anche sulla tipologia di reperto analizzato: «E mi sembrava un’anomalia perché pensare che con un primo tampone fosse stato asportato tutto, diciamo, non la vedevo una cosa coerente, ecco. Un pedale ha una superficie irregolare, quindi riuscire a ripulirla con un lavaggio completo...». Il procuratore aggiunto Civardi chiede possibili spiegazioni di cosa possa essere accaduto: «Siccome il tampone viene messo in una provetta, si preleva il liquido, il tampone rimane nella provetta... A meno che uno non riprovi a riestrarre da quel tampone lì. Non so se mi sono spiegato: non avendo buttato la provetta, rimetto liquido di estrazione e potrei provare a recuperare quel che è rimasto, in teoria lì potrebbe essere rimasto, e riquantifico».

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