FOMO è un Original della Direzione Rai Contenuti Digitali e Transmediali, scritto e diretto da Pietro Daviddi e David Gallerano. La serie è una produzione OUR FILMS, prodotta da Gabriele Immirzi, Lorenzo Mieli e Mario Gianani. Andrà in onda su RaiPlay da giovedì. Com’è vivere l’adolescenza , la stagione in cui più si cerca la propria autostima, in un tempo storico che ha fatto diventare la legittimazione pubblica delle proprie qualità, da quelle del talento a quelle del fisico, un obbligo, quasi un passaporto per vivere? «Fomo» è il titolo di una serie televisiva realizzata da Pietro Daviddi e David Gallerano che andrà su Rai Play dal 17 settembre. Per un anno scolastico le telecamere sono entrate in una classe del quinto anno del liceo linguistico Vittoria Colonna di Roma e hanno seguito, fino al giorno della maturità, i ragazzi dell’istituto. Non è fiction, non è un documentario. È una specie di diario televisivo collettivo di ragazzi di diciotto anni nell’ultimo anno della loro esperienza scolastica. Mi ha fatto venire in mente stilisticamente, si parva licet , il meraviglioso «Diario di un maestro» girato nel 1973 da Vittorio de Seta in una scuola elementare della Tiburtina. Il primo merito del lavoro di Daviddi e Gallerano è infatti di aver fatto «sparire» la macchina da presa. I ragazzi sembrano aver assorbito la presenza di questo occhio, abituati come sono a convivere con la riproduzione costante dell’esistente assicurata dai cellulari. Così il racconto si dipana senza interferenze recitative, tranne forse quelle degli adulti, e trasferisce un senso di verità alla storia di quella piccola comunità. «Fomo» sta per Fear of missing out cioè paura dell’esclusione . E questo mi pare sia proprio il filo rosso del racconto e delle testimonianze di questi ragazzi colti nella scuola e fuori: nelle feste, nei momenti di svago, nelle attività e, scelta giusta, nel chiuso delle loro stanze, dove si è più sinceramente in presenza di sé stessi. Mi sono occupato più volte, su queste colonne, della situazione degli adolescenti, cercando di segnalare come una emergenza la loro condizione generale , testimoniata da mille dati che parlano di un incremento di ansia, depressione, autolesionismo che dovrebbe essere oggetto dell’attenzione di istituzioni distratte. So bene che quello è e sarà sempre uno dei passaggi della propria esistenza più difficili. Ma lo stato d’animo dei ragazzi di oggi merita qualche attenzione meno ovvia. La diffusione dei social ha creato una condizione del tutto originale: una maggiore solitudine, una competitività esasperata, a cominciare dalla febbre per il numero dei follower, una costante esposizione pubblica della propria vita, la ricerca o la convinzione di avere un pubblico al quale dar permanentemente conto della propria vita. E poi la frammentarietà della comunicazione, deprivata del «senso» delle cose, e la diffusione di paure lontane e immanenti: la guerra, il clima, il lavoro che non ci sarà, le pandemie...  Gli studenti del Colonna parlano di attacchi di panico, del bisogno, praticato, di sedute con lo psicanalista per il bisogno di «qualcuno che li stia a sentire», avvertono il peso di una aspettativa esterna che chiede loro sempre «performance», sempre di essere «al cento per cento», dicono senza timidezze che avvertono l’esigenza di «piacere a qualcuno» e che però gli pesa «una vita da follower». Non sono degli emarginati, non trasmettono disperazione. Sono ragazzi vivi che si divertono, come hanno fatto i loro coetanei di tutti i tempi. Vivono le pene d’amore e quelle non meno laceranti delle amicizie. Sentono che quei giorni, con l’esame finale, sono un passaggio nella loro vita, sono fine e inizio. Ridono e piangono, facilmente. Le ragazze hanno scarsa stima dei maschi «Odio gli uomini, devono schiattare tutti» , ne denunciano tra loro la possessività, l’idea che i ragazzi da soli siano una cosa, ma in gruppo diventino «stupidi». Sono fortemente autocritici. Uno di loro dice che hanno «lo spessore di un foglio di carta» o che si sentono solo «bambini grandi». Ma sono ragazzi allegri, non degli zombie, sono curiosi delle persone più che di quello che accade. La politica infatti quasi non esiste , grande differenza con le generazioni precedenti, la si vede solo nella protezione di un cellulare che contiene un appello pro Gaza. Responsabilità forse non dei giovani, ma dell’assenza di sogni e lotte che valga la pena di condividere. Non sanno molto: «Golia per me è una caramella alla liquirizia», Primo Levi cercano di piazzarlo in una squadra di calcio ma gli piace Leopardi che parla al loro disagio, sembra la voce del malessere che vivono. È tutto un profluvio di «Raga», «Amò» «Bro’» e di sigarette elettroniche dalle quali non si separano mai. L’impegnato Tancredi, il tenebroso Valerio Clemente, la bella e dolce Tea, l’inquieta Frida, la tormentata Lucia e tutti gli altri non stanno recitando, stanno raccontando sé stessi. I loro coetanei e i genitori, i professori e i nonni farebbero bene a guardare questi nostri figli e nipoti. Non capita sovente di sentirli parlare, le loro stanze spesso si chiudono, e se c’è una cosa di cui loro hanno bisogno è di essere conosciuti. Non necessariamente capiti, ma almeno ascoltati. I ragazzi di «Fomo» non sono personaggi, sono persone. Quello che dicono non è stato scritto da altri. È la verità di una generazione dimenticata, in una società anziana e cinica.