La cronaca, anche quella più spicciola, offre sempre sempre spunti di riflessione generale. La vicenda del ristoratore di Lesmo che annuncia sui social di voler diventare, vantandosi, «il primo ristorante child free della Brianza» suscita un’infinita tristezza. Probabilmente è una trovata di marketing, seppur di cattivo gusto. Lascia il tempo che trova. Forse qualche cliente si sentirà a proprio agio e sarà invogliato ad andarci, magari con il proprio cane (portandolo come vediamo spesso dentro una carrozzina?). Noi non ci andremmo. Quel child free, tradotto, suona ancora peggio. «Senza bambini» rischia di essere il drammatico sottotitolo del nostro declino demografico, della nostra progressiva scomparsa. Una società sempre più anziana è sempre meno abituata a essere circondata da bambine e bambini che giocano, ridono, parlano. E inevitabilmente «disturbano». Ma sempre meno delle tante cose che ci dovrebbero disturbare veramente, alle quali siamo però abituati e alla fine rassegnati. Piero Angela ricordava, con la chiarezza narrativa che lo distingueva, un particolare punto di svolta della vita italiana. Fino al 1978, ognuno di noi uscendo di casa aveva più probabilità di incontrare un giovane di un anziano. Dopo quell’anno, uscendo di casa, incontriamo molto più facilmente, e molto più frequentemente, un anziano. Siamo una società anziana, non priva di incomprensibili egoismi generazionali, che rischia di perdere, sottovalutandola, la bellezza di vedersi circondata da bimbi che giocano e giovani che vogliono divertirsi. Sono peggio i quartieri vuoti e desolati di quelli frequentati dalle ragazze e dai ragazzi della movida. La tranquillità è un diritto, certo. Nessuno lo mette in dubbio. In questi giorni è in programmazione nelle sale cinematografiche un film straordinario. Sheep in the box del regista giapponese, premio Oscar, Koreeda Hirokazu, racconta la storia di due genitori che hanno perso il loro figlio in un incidente. Accettano la proposta di un’azienda di robotica di avere una copia perfetta istruita, con l’intelligenza artificiale, con i migliori ricordi della loro vita con il figlio. Un’opera commovente, straziante. Il robot è educato, empatico, perfetto. E dunque si comporta benissimo in ogni circostanza. Anche al ristorante. Ma poi decide, ribellandosi, di andarsene di casa. Ha imparato bene.
I bambini non danno mai fastidio
La cronaca, anche quella più spicciola, offre sempre sempre spunti di riflessione generale. La vicenda del ristoratore di Lesmo che annuncia sui social di voler diventare, vantandosi, «il primo ristorante child free della Brianza» suscita un’infinita tristezza. Probabilmente è una trovata di marketing, seppur di cattivo gusto. Lascia il tempo che trova. Forse qualche cliente si sentirà a proprio agio e sarà invogliato ad andarci, magari con il proprio cane (portandolo come vediamo spesso dentro una carrozzina?). Noi non ci andremmo. Quel child free, tradotto, suona ancora peggio. «Senza bambini» rischia di essere il drammatico sottotitolo del nostro declino demografico, della nostra progressiva scomparsa. Una società sempre più anziana è sempre meno abituata a essere circondata da bambine e bambini che giocano, ridono, parlano. E inevitabilmente «disturbano». Ma sempre meno delle tante cose che ci dovrebbero disturbare veramente, alle quali siamo però abituati e alla fine rassegnati. Piero Angela ricordava, con la chiarezza narrativa che lo distingueva, un particolare punto di svolta della vita italiana. Fino al 1978, ognuno di noi uscendo di casa aveva più probabilità di incontrare un giovane di un anziano. Dopo quell’anno, uscendo di casa, incontriamo molto più facilmente, e molto più frequentemente, un anziano. Siamo una società anziana, non priva di incomprensibili egoismi generazionali, che rischia di perdere, sottovalutandola, la bellezza di vedersi circondata da bimbi che giocano e giovani che vogliono divertirsi. Sono peggio i quartieri vuoti e desolati di quelli frequentati dalle ragazze e dai ragazzi della movida. La tranquillità è un diritto, certo. Nessuno lo mette in dubbio. In questi giorni è in programmazione nelle sale cinematografiche un film straordinario. Sheep in the box del regista giapponese, premio Oscar, Koreeda Hirokazu, racconta la storia di due genitori che hanno perso il loro figlio in un incidente. Accettano la proposta di un’azienda di robotica di avere una copia perfetta istruita, con l’intelligenza artificiale, con i migliori ricordi della loro vita con il figlio. Un’opera commovente, straziante. Il robot è educato, empatico, perfetto. E dunque si comporta benissimo in ogni circostanza. Anche al ristorante. Ma poi decide, ribellandosi, di andarsene di casa. Ha imparato bene.

SOURCE TRANSPARENCY