Al Tribunale di Firenze «la giustizia si è capovolta : un feroce boss si è travestito da pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può nemmeno difendersi. Questo è il processo contro Baiardo: un monumento all’ipocrisia giudiziaria». Così, in una lettera a Il Giornale , Marina Berlusconi replica alle affermazioni del boss Giuseppe Graviano , sentito venerdì come testimone assistito a Firenze in videocollegamento dal carcere di Cagliari dove si trova detenuto all’ergastolo per le stragi di mafia. Il processo è quello a carico di Salvatore Baiardo , l’ex gelataio di Omegna già condannato per aver favorito negli anni Novanta la latitanza di Graviano, e ora imputato per calunnia nei confronti del giornalista Massimo Giletti, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. «Baiardo — continua la figlia di Silvio Berlusconi — è soltanto un pretesto: i veri imputati sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, costretti a un processo surrettizio che fa scempio delle regole dello Stato di diritto ». Graviano , tra molti «non ricordo» e «non so» racconta che suo nonno, negli anni ’69-’70, investì 4-5 milioni di lire per fare con altri amici palermitani una società con Silvio Berlusconi, spiega che c’era una scrittura privata che custodiva il cugino morto (mai trovata dagli inquirenti), aggiunge che la fotografia sul lago d’Orta di lui, Berlusconi e del generale dei carabinieri Delfino «non esiste» e smentisce l’ex boss Giovanni Brusca che ha riportato la storia dell’orologio da 500 milioni al polso del Cavaliere che Graviano avrebbe visto. «Senza alcun riscontro – prosegue Marina Berlusconi - si è permesso che le farneticanti dichiarazioni di uno stragista su incontri inesistenti e presunti capitali oscuri all’origine di Fininvest si trasformassero in un’ipotesi da prendere in considerazione. Peccato che decenni di indagini, una quantità sterminata di documenti passati al setaccio e verifiche di ogni genere abbiano sempre prodotto lo stesso risultato: di quegli incontri e di quei capitali non c’è alcuna prova, il nulla più assoluto. E non potrebbe essere altrimenti, perché non sono mai esistiti. Eppure, si ricomincia ogni volta da capo, in un assurdo eterno ritorno al punto di partenza, dove ciò che è già stato accertato - e che dovrebbe essere definitivamente chiarito - sembra non contare nulla».