Giulia Cecchettin aveva 22 anni, nel novembre 2023. « In voi rivedo i miei figli . È sempre una grande emozione tornare fra i banchi di scuola». Gino , il padre di Giulia, si rivolge agli oltre quattrocento studenti seduti nell’aula magna. Il silenzio, fra le poltrone, vibra di attenzione; tutti sono in ascolto: «Dopo i funerali di mia figlia mi sono chiesto: di quali strumenti avrebbe avuto bisogno Filippo Turetta per non fare ciò che ha fatto? E di quali Giulia per aprirsi di più e chiedere aiuto? ». Martedì 22 settembre, in occasione del progetto CampBus del Corriere della Sera nel liceo classico milanese «Cesare Beccaria», si è tenuto un incontro di educazione all’affettività : oltre a Gino Cecchettin, anche la psicoterapeuta Lara Pelagotti e, a moderare l’evento, Federico Cella, responsabile della redazione Login del Corriere della Sera e co-fondatore di CampBus. Al centro della discussione, le emozioni . E la capacità (o incapacità) di gestirle. «Da un lato Filippo, che non è stato in grado di dominarle – prosegue Cecchettin –. Dall’altro lato Giulia, che temeva per lui. Filippo alternava momenti in cui minacciava di uccidersi a fasi in cui diventava violento, possessivo. La Fondazione a cui abbiamo deciso di dare vita risponde proprio a questo scopo: parlare di violenza di genere, offrire momenti di ascolto dei ragazzi e occasioni di confronto sui loro stati d’animo». Ma cosa sono, le emozioni? «Qualcosa di impalpabile – esordisce Pelagotti –. Sono un movimento sia psichico che fisico . E, in sé e per sé, nessuna emozione è positiva o negativa». Gino Cecchettin concorda: « Non bisogna mai sentirsi in colpa, se si prova un’emozione . Ma quando diventa molto forte, è importante parlarne con chi ti vuole bene, ritagliarsi il tempo per farlo. In occasione del 22esimo compleanno di Giulia le avevo regalato un sabato: io e lei, da soli. Siamo andati a Padova e abbiamo chiacchierato tantissimo. Chiedete del tempo, ai vostri genitori ». Quindi un test pratico: le reazioni «di pancia» messe alla prova . «Se ti ama è geloso/a. Vero o falso?», domanda la psicoterapeuta ai tanti ragazzi in sala. Sul «vero» la platea resta quasi completamente immobile; sul «falso», invece, si alza una foresta di mani, quasi all’unanimità. Oppure ancora: «Lui/lei vi chiede di essere rassicurato/a. È amore o controllo?». Qui, nel brusio generale, la sala si divide in due. «Non possiamo farci molto, con le nostre emozioni – prosegue Pelagotti –. È inutile mettersi lì e dire: “Non devo essere geloso”. O, ancora peggio, che ce lo dica qualcun altro: “Non arrabbiarti”, “non essere ansioso”: sono tutte frasi che spesso peggiorano il problema. Le nostre reazioni emotive dipendono in larga parte dalle esperienze che abbiamo vissuto in passato. E che ci hanno plasmato». Quindi, se non ha senso cercare di soffocare le emozioni, quel che si può fare è invece controllare le proprie azioni : a nessuno stato d’animo segue necessariamente un comportamento. «Nessuna emozione è un ordine. Si può essere gelosi, ma non controllanti. Se si ha paura di perdere una persona, si può verbalizzare e affrontare la cosa insieme, senza chiedere la password del telefono». Torna il tema dell’importanza di esprimersi, di condividere, di non soffocare dentro sé i propri sentimenti. Con gli amici, i parenti, ma anche a scuola, in momenti come quelli di educazione affettiva: « Filippo si è trovato dentro a delle emozioni che l’hanno portato a vedere solo il buio intorno a sé . Parlare con gli studenti è anche il tentativo di mostrare ai ragazzi che non c’è solo quell’oscurità, ma esiste un’altra strada», dice Federico Cella, facendosi portavoce del progetto CampBus. Infine un grande momento di confronto con studenti e studentesse del Beccaria. La prima domanda l’ha fatta la psicoterapeuta Pelagotti. Ed è stata: « Come gestite un’emozione travolgente come, ad esempio, la rabbia? ». «Io mi sfogo sugli oggetti – dice uno studente –. Non sono una persona che si arrabbia spesso, ma quando capita tiro pugni al telefono». «Io cerco di fregarmene, di ridimensionare la cosa. Magari ci si incavola per una stupidaggine. Ma poi la riguardi, capisci quanto sia piccola e lasci andare», aggiunge Lucia. Matilde, invece, ne parla con le persone a lei più vicine: «Così riesco ad analizzare meglio che provo. E capisco che io non sono la mia rabbia». Anche Gino Cecchettin ha una domanda: « Qual è stato il vostro momento più memorabile? ». Il suo è stato la nascita di Elena, la prima figlia. A lui si aggiunge un coro di voci: chi ricorda il primo bacio, chi un ballo fino a notte tarda, chi il primo cinema col padre reduce da una lunga chemioterapia, chi l’abbraccio di un’amica in un momento di difficoltà. «Da quando abbiamo dato vita alla Fondazione ho sentito, girando per le scuole, circa tremila momenti memorabili. E sono quasi tutti di socialità , hanno a che fare con l’altro, con un momento di condivisione», sottolinea Gino Cecchettin. Il 5 novembre uscirà nelle sale cinematografiche Se domani non torno , il film sulla vicenda di Giulia: «Qualche tempo fa ero seduto in aereo – ricorda Gino –. Una ragazza mi ha toccato la spalla e m’ha detto: “Grazie. Quello che stai facendo con la Fondazione mi ha salvato la vita”. Ho poi scoperto che aveva da poco trovato le forze di lasciare un ragazzo violento. Anche se fanno male, le storie tristi vanno raccontate, perché altrimenti si rischia che vengano perdute».
Gino Cecchettin agli studenti di CampBus: «Ai vostri genitori chiedete di regalarvi del tempo insieme»
Giulia Cecchettin aveva 22 anni, nel novembre 2023. « In voi rivedo i miei figli . È sempre una grande emozione tornare fra i banchi di scuola». Gino , il padre di Giulia, si rivolge agli oltre quattrocento studenti seduti nell’aula magna. Il silenzio, fra le poltrone, vibra di attenzione; tutti sono in ascolto: «Dopo i funerali di mia figlia mi sono chiesto: di quali strumenti avrebbe avuto bisogno Filippo Turetta per non fare ciò che ha fatto? E di quali Giulia per aprirsi di più e chiedere aiuto? ». Martedì 22 settembre, in occasione del progetto CampBus del Corriere della Sera nel liceo classico milanese «Cesare Beccaria», si è tenuto un incontro di educazione all’affettività : oltre a Gino Cecchettin, anche la psicoterapeuta Lara Pelagotti e, a moderare l’evento, Federico Cella, responsabile della redazione Login del Corriere della Sera e co-fondatore di CampBus. Al centro della discussione, le emozioni . E la capacità (o incapacità) di gestirle. «Da un lato Filippo, che non è stato in grado di dominarle – prosegue Cecchettin –. Dall’altro lato Giulia, che temeva per lui. Filippo alternava momenti in cui minacciava di uccidersi a fasi in cui diventava violento, possessivo. La Fondazione a cui abbiamo deciso di dare vita risponde proprio a questo scopo: parlare di violenza di genere, offrire momenti di ascolto dei ragazzi e occasioni di confronto sui loro stati d’animo». Ma cosa sono, le emozioni? «Qualcosa di impalpabile – esordisce Pelagotti –. Sono un movimento sia psichico che fisico . E, in sé e per sé, nessuna emozione è positiva o negativa». Gino Cecchettin concorda: « Non bisogna mai sentirsi in colpa, se si prova un’emozione . Ma quando diventa molto forte, è importante parlarne con chi ti vuole bene, ritagliarsi il tempo per farlo. In occasione del 22esimo compleanno di Giulia le avevo regalato un sabato: io e lei, da soli. Siamo andati a Padova e abbiamo chiacchierato tantissimo. Chiedete del tempo, ai vostri genitori ». Quindi un test pratico: le reazioni «di pancia» messe alla prova . «Se ti ama è geloso/a. Vero o falso?», domanda la psicoterapeuta ai tanti ragazzi in sala. Sul «vero» la platea resta quasi completamente immobile; sul «falso», invece, si alza una foresta di mani, quasi all’unanimità. Oppure ancora: «Lui/lei vi chiede di essere rassicurato/a. È amore o controllo?». Qui, nel brusio generale, la sala si divide in due. «Non possiamo farci molto, con le nostre emozioni – prosegue Pelagotti –. È inutile mettersi lì e dire: “Non devo essere geloso”. O, ancora peggio, che ce lo dica qualcun altro: “Non arrabbiarti”, “non essere ansioso”: sono tutte frasi che spesso peggiorano il problema. Le nostre reazioni emotive dipendono in larga parte dalle esperienze che abbiamo vissuto in passato. E che ci hanno plasmato». Quindi, se non ha senso cercare di soffocare le emozioni, quel che si può fare è invece controllare le proprie azioni : a nessuno stato d’animo segue necessariamente un comportamento. «Nessuna emozione è un ordine. Si può essere gelosi, ma non controllanti. Se si ha paura di perdere una persona, si può verbalizzare e affrontare la cosa insieme, senza chiedere la password del telefono». Torna il tema dell’importanza di esprimersi, di condividere, di non soffocare dentro sé i propri sentimenti. Con gli amici, i parenti, ma anche a scuola, in momenti come quelli di educazione affettiva: « Filippo si è trovato dentro a delle emozioni che l’hanno portato a vedere solo il buio intorno a sé . Parlare con gli studenti è anche il tentativo di mostrare ai ragazzi che non c’è solo quell’oscurità, ma esiste un’altra strada», dice Federico Cella, facendosi portavoce del progetto CampBus. Infine un grande momento di confronto con studenti e studentesse del Beccaria. La prima domanda l’ha fatta la psicoterapeuta Pelagotti. Ed è stata: « Come gestite un’emozione travolgente come, ad esempio, la rabbia? ». «Io mi sfogo sugli oggetti – dice uno studente –. Non sono una persona che si arrabbia spesso, ma quando capita tiro pugni al telefono». «Io cerco di fregarmene, di ridimensionare la cosa. Magari ci si incavola per una stupidaggine. Ma poi la riguardi, capisci quanto sia piccola e lasci andare», aggiunge Lucia. Matilde, invece, ne parla con le persone a lei più vicine: «Così riesco ad analizzare meglio che provo. E capisco che io non sono la mia rabbia». Anche Gino Cecchettin ha una domanda: « Qual è stato il vostro momento più memorabile? ». Il suo è stato la nascita di Elena, la prima figlia. A lui si aggiunge un coro di voci: chi ricorda il primo bacio, chi un ballo fino a notte tarda, chi il primo cinema col padre reduce da una lunga chemioterapia, chi l’abbraccio di un’amica in un momento di difficoltà. «Da quando abbiamo dato vita alla Fondazione ho sentito, girando per le scuole, circa tremila momenti memorabili. E sono quasi tutti di socialità , hanno a che fare con l’altro, con un momento di condivisione», sottolinea Gino Cecchettin. Il 5 novembre uscirà nelle sale cinematografiche Se domani non torno , il film sulla vicenda di Giulia: «Qualche tempo fa ero seduto in aereo – ricorda Gino –. Una ragazza mi ha toccato la spalla e m’ha detto: “Grazie. Quello che stai facendo con la Fondazione mi ha salvato la vita”. Ho poi scoperto che aveva da poco trovato le forze di lasciare un ragazzo violento. Anche se fanno male, le storie tristi vanno raccontate, perché altrimenti si rischia che vengano perdute».

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