«Io sono nato nell’acqua». A sette mesi Gianfranco Vianello era già seduto accanto al padre, su una gondola, con in mano un bastone. Lui non può ricordare quel momento, naturalmente. Ma ricorda il profumo della salsedine. Da quella fotografia sono passati ottant’anni. E lunedì, «Crea», così lo chiamano tutti, quasi fosse un cognome, ha compiuto ottant’anni. Ottant’anni di barche, pesca, regate, legno, laguna. Una vita dentro l’acqua e dentro una Venezia che nel frattempo è cambiata molto più di lui. La storia, però, era cominciata prima. Nel 1918 suo nonno aveva vinto la prima Regata Storica della famiglia. Poi il padre Sergio, gli zii, e infine Gianfranco: dodici vittorie alla Storica, sette consecutive con Palmiro Fongher, dal 1977 al 1983, fino al titolo di Re del Remo. Gianfranco, che ricordi ha della vittoria di suo nonno alla Regata Storica? «Era un uomo di laguna: pescatore, cacciatore, barcaiolo, regatante. La nostra famiglia viveva di queste attività. Sei mesi andavi a pescare, poi facevi altri lavori. La Regata era parte della sua vita, non una cosa separata. A casa mia si parlava sempre di chi era più bravo. E dovevi essere bravo davvero, non a parole. Dovevi dimostrarlo sull’acqua». Che Venezia era quella della sua infanzia? «Io sono veneziano veneziano, anche se mia mamma era di Belluno. Era una città dove dovevi conquistarti la fiducia della gente. Dovevi dimostrare quello che sapevi fare. La laguna era piena di lavoro: pescatori, artigiani, arsenalotti, trasportatori con le barche, gondolieri, operai nei cantieri navali. La sera riempivano le osterie della Giudecca e di Venezia. Mangiavano, bevevano e parlavano. Io sono sempre stato un bravo ascoltatore. Ascoltavo questi uomini e imparavo la vera cultura veneziana da loro». E se dico «Crea», che cosa significa questo nome per lei? «I miei bisnonni trasportavano l’argilla dal Po di Goro fino a Venezia. La portavano con le barche, era il loro lavoro. E con l’argilla si facevano tante cose, anche gli stampi del vetro a Murano. Da lì, da quell’argilla, è nato il nome Crea, che poi è rimasto alla famiglia». Nella sua famiglia il remo passava di generazione in generazione. Ma il suo vero maestro chi è stato? «Mio padre mi ha fatto annusare l’acqua. La notte, quando andavi per i canali, era tutto nero. C’era la barca, l’acqua e quello che sapevi fare. Io questa sensibilità l’ho presa da lui. Già a sei anni, dopo la scuola, andavo in laguna con un compagno a raccogliere ostriche per suo nonno. Quello era il nostro doposcuola. Ero un monello: mio padre mi mandava a pedate a scuola e io mi nascondevo dietro le reti da pesca. A sedici anni avevo terminato gli studi e sono andato a fare il pescatore». Ha vinto dodici Regate Storiche, la prima nel 1967 all’età di ventun anni, e poi sette consecutive dal 1977 al 1983 con Palmiro Fongher. Che cosa c’era nel vostro modo di vogare insieme? «Palmiro lo conoscevo da sempre e c’era una grande stima reciproca. Lui aveva quattordici anni più di me. Ci accumunava la passione e la voglia di fare bene le cose. A un certo punto gli ho detto: proviamo. Qualcuno rideva. Abbiamo provato e abbiamo vinto. Nel 1981, dopo cinque vittorie consecutive, siamo diventati Re del Remo». E l’immagine più bella di quelle vittorie? «Tutte. Quando arrivi e vedi tutta la gente nei palazzi. Tu sei sulla barca, hai fatto la tua regata e per dieci secondi ti sembra che tutta Venezia sia lì per te. La gente che ti chiama, tutta l’architettura intorno. Senti Venezia. Ti penetra». Ha fatto il pescatore e poi maestro d’ascia. Che cosa le hanno insegnato quei mestieri? «La pesca è stata una delle cose più belle della mia vita: ero libero. Poi, quando ho cominciato a lavorare sulle barche, mi dicevano che ero bravo ma che facevo delle stupidaggini, che dovevo imparare a lavorare bene. Sono stati gli anni più difficili. Lavorare bene e lavorare male richiede lo stesso tempo. Ma se lavori bene, alla fine fai qualcosa che assomiglia a te. E così è stato». Che cosa significa costruire una barca? «È un’arte. Quando fai una barca sai quello che cominci, ma non sai come finisce. Devi pensare al peso, all’equilibrio, all’acqua. Ci sono cose che non sono scritte nei libri. Finché la barca non la metti in acqua non sai se hai fatto bene o male. Io ho fatto l’università di questa roba qua. Mio padre mi diceva: “Scegli sempre il migliore. Buttati sul mare grande. Se vai con le mezze tacche non impari niente”. L’allievo deve passare il maestro». Che cosa è rimasto di quella Venezia? «Quelli che io rappresento non ci sono più. Siamo rimasti in pochi. Non ci sono più tanti pescatori, tanti cantieri, tante barche. E quando perdi il lavoro che caratterizza una città, perdi anche una parte della sua cultura. Anche i pesci non ci sono più come prima. Quando torno in certi posti, non li riconosco più». C’è un sogno che è rimasto nel cassetto? «Il cantante lirico. Ho sempre avuto una bella voce. Mi piace cantare e ancora oggi, quando sono in barca da solo, canto». E oggi, a ottant’anni, che cosa vuole ancora fare? «Continuare. Lavorare. Costruire barche nel mio cantiere alla Giudecca e sognare. Vado in barca quattro volte al giorno. Quando attraverso il ponte della Libertà e vedo la laguna mi fa ancora un effetto: mamma mia. A volte faccio un giro più lungo, ci metto anche mezz’ora in più, ma mi godo Venezia. È un bagno di piacere. Una città non può vivere soltanto del passato se non ha la sua gente, i suoi costumi. Venezia non può essere soltanto turismo. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che siamo stati, di quello che siamo e soprattutto di quello che potremmo ancora essere».
Gianfranco Vianello, gli 80 anni del re del remo: «Papà mi mandava a pedate a scuola, io preferivo le reti da pesca»
«Io sono nato nell’acqua». A sette mesi Gianfranco Vianello era già seduto accanto al padre, su una gondola, con in mano un bastone. Lui non può ricordare quel momento, naturalmente. Ma ricorda il profumo della salsedine. Da quella fotografia sono passati ottant’anni. E lunedì, «Crea», così lo chiamano tutti, quasi fosse un cognome, ha compiuto ottant’anni. Ottant’anni di barche, pesca, regate, legno, laguna. Una vita dentro l’acqua e dentro una Venezia che nel frattempo è cambiata molto più di lui. La storia, però, era cominciata prima. Nel 1918 suo nonno aveva vinto la prima Regata Storica della famiglia. Poi il padre Sergio, gli zii, e infine Gianfranco: dodici vittorie alla Storica, sette consecutive con Palmiro Fongher, dal 1977 al 1983, fino al titolo di Re del Remo. Gianfranco, che ricordi ha della vittoria di suo nonno alla Regata Storica? «Era un uomo di laguna: pescatore, cacciatore, barcaiolo, regatante. La nostra famiglia viveva di queste attività. Sei mesi andavi a pescare, poi facevi altri lavori. La Regata era parte della sua vita, non una cosa separata. A casa mia si parlava sempre di chi era più bravo. E dovevi essere bravo davvero, non a parole. Dovevi dimostrarlo sull’acqua». Che Venezia era quella della sua infanzia? «Io sono veneziano veneziano, anche se mia mamma era di Belluno. Era una città dove dovevi conquistarti la fiducia della gente. Dovevi dimostrare quello che sapevi fare. La laguna era piena di lavoro: pescatori, artigiani, arsenalotti, trasportatori con le barche, gondolieri, operai nei cantieri navali. La sera riempivano le osterie della Giudecca e di Venezia. Mangiavano, bevevano e parlavano. Io sono sempre stato un bravo ascoltatore. Ascoltavo questi uomini e imparavo la vera cultura veneziana da loro». E se dico «Crea», che cosa significa questo nome per lei? «I miei bisnonni trasportavano l’argilla dal Po di Goro fino a Venezia. La portavano con le barche, era il loro lavoro. E con l’argilla si facevano tante cose, anche gli stampi del vetro a Murano. Da lì, da quell’argilla, è nato il nome Crea, che poi è rimasto alla famiglia». Nella sua famiglia il remo passava di generazione in generazione. Ma il suo vero maestro chi è stato? «Mio padre mi ha fatto annusare l’acqua. La notte, quando andavi per i canali, era tutto nero. C’era la barca, l’acqua e quello che sapevi fare. Io questa sensibilità l’ho presa da lui. Già a sei anni, dopo la scuola, andavo in laguna con un compagno a raccogliere ostriche per suo nonno. Quello era il nostro doposcuola. Ero un monello: mio padre mi mandava a pedate a scuola e io mi nascondevo dietro le reti da pesca. A sedici anni avevo terminato gli studi e sono andato a fare il pescatore». Ha vinto dodici Regate Storiche, la prima nel 1967 all’età di ventun anni, e poi sette consecutive dal 1977 al 1983 con Palmiro Fongher. Che cosa c’era nel vostro modo di vogare insieme? «Palmiro lo conoscevo da sempre e c’era una grande stima reciproca. Lui aveva quattordici anni più di me. Ci accumunava la passione e la voglia di fare bene le cose. A un certo punto gli ho detto: proviamo. Qualcuno rideva. Abbiamo provato e abbiamo vinto. Nel 1981, dopo cinque vittorie consecutive, siamo diventati Re del Remo». E l’immagine più bella di quelle vittorie? «Tutte. Quando arrivi e vedi tutta la gente nei palazzi. Tu sei sulla barca, hai fatto la tua regata e per dieci secondi ti sembra che tutta Venezia sia lì per te. La gente che ti chiama, tutta l’architettura intorno. Senti Venezia. Ti penetra». Ha fatto il pescatore e poi maestro d’ascia. Che cosa le hanno insegnato quei mestieri? «La pesca è stata una delle cose più belle della mia vita: ero libero. Poi, quando ho cominciato a lavorare sulle barche, mi dicevano che ero bravo ma che facevo delle stupidaggini, che dovevo imparare a lavorare bene. Sono stati gli anni più difficili. Lavorare bene e lavorare male richiede lo stesso tempo. Ma se lavori bene, alla fine fai qualcosa che assomiglia a te. E così è stato». Che cosa significa costruire una barca? «È un’arte. Quando fai una barca sai quello che cominci, ma non sai come finisce. Devi pensare al peso, all’equilibrio, all’acqua. Ci sono cose che non sono scritte nei libri. Finché la barca non la metti in acqua non sai se hai fatto bene o male. Io ho fatto l’università di questa roba qua. Mio padre mi diceva: “Scegli sempre il migliore. Buttati sul mare grande. Se vai con le mezze tacche non impari niente”. L’allievo deve passare il maestro». Che cosa è rimasto di quella Venezia? «Quelli che io rappresento non ci sono più. Siamo rimasti in pochi. Non ci sono più tanti pescatori, tanti cantieri, tante barche. E quando perdi il lavoro che caratterizza una città, perdi anche una parte della sua cultura. Anche i pesci non ci sono più come prima. Quando torno in certi posti, non li riconosco più». C’è un sogno che è rimasto nel cassetto? «Il cantante lirico. Ho sempre avuto una bella voce. Mi piace cantare e ancora oggi, quando sono in barca da solo, canto». E oggi, a ottant’anni, che cosa vuole ancora fare? «Continuare. Lavorare. Costruire barche nel mio cantiere alla Giudecca e sognare. Vado in barca quattro volte al giorno. Quando attraverso il ponte della Libertà e vedo la laguna mi fa ancora un effetto: mamma mia. A volte faccio un giro più lungo, ci metto anche mezz’ora in più, ma mi godo Venezia. È un bagno di piacere. Una città non può vivere soltanto del passato se non ha la sua gente, i suoi costumi. Venezia non può essere soltanto turismo. Dobbiamo essere orgogliosi di quello che siamo stati, di quello che siamo e soprattutto di quello che potremmo ancora essere».

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