A Palazzo San Macuto, per la seduta n. 102 della Commissione parlamentare d’inchiesta , convocata giovedì 10 settembre alle 13:30, tocca all’uomo (quasi) senza volto , Raoul Bonarelli. L’ex gendarme di papa Wojtyla &nbsp;è stato a più riprese chiamato in causa nel giallo Orlandi-Gregori . È ritratto – fronte ampia e baffetti - in un fermo immagine Rai , mentre scorta Giovanni Paolo II in visita pastorale al quartiere Nomentano. Nulla più. Non una foto sui giornali, non una comparsata pubblica, nonostante il ruolo di alto rango.&nbsp; È lui l’uomo del Vaticano che, per essere stato coinvolto nelle indagini, ha accreditato (senza volerlo ed essendosi sempre dichiarato estraneo) la connessione tra i casi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori . La mattina andava a lavorare dentro le sacre mura, dove viveva con la famiglia la figlia del messo pontificio, e la sera rientrava in via Alessandria , dietro l'abitazione della seconda quindicenne, e frequentava lo stesso bar «da Baffo» in cui Mirella fu vista per l’ultima volta.&nbsp;&nbsp; Il gendarme fu riconosciuto&nbsp; mentre era nella chiesa di quartiere, alle spalle del Papa, e sospettato di essere l'adescatore . Per questo negli anni '80 fu indagato per il duplice sequestro e poi&nbsp; prosciolto nel 1997 , con l'archiviazione della prima inchiesta. Ha ottenuto la cittadinanza vaticana ed è stato insignito di due onorificenze dallo Stato italiano: commendatore della Repubblica, nel 1995, e Grande Ufficiale al Merito, &nbsp;nel 2007 .&nbsp; Una figura centrale nel doppio giallo. L’allora vice sovrastante della Vigilanza vaticana, nell’infinita sequenza di colpi di scena e passaggi a vuoto della Vatican connection, è infatti apparso come una sorta di&nbsp; uomo-cerniera tra le due vittime , e precisamente per questa ragione la sua audizione davanti alla Bicamerale è considerata importante. Le previsioni dicono che, come accaduto negli ultimi 43 anni, il super-poliziotto sceglierà il riserbo , chiedendo la secretazione della seduta. In ogni caso, l'approfondimento dei 40 deputati e senatori non potrà ignorare i punti-clou del suo coinvolgimento nell'intrigo, dalla famosa&nbsp; intercettazione che dimostrò palesi reticenze in Vaticano&nbsp; al "faccia a faccia" (per lui positivo)&nbsp; con la mamma di Mirella, fino alla contestata&nbsp; presenza nel bar della famiglia De Vito &nbsp;e alla battuta mai chiarita sui « praticoni » amici del prete. Vediamo... È il 15 dicembre 1985. Karol Wojtyla è da sette anni sul soglio di Pietro quando va in visita alla parrocchia di San Giuseppe , sulla Nomentana, a poche decine di metri dal palazzo dei Gregori , che si trova al civico 91. Bonarelli è in servizio come guardia del corpo quando Maria Vittoria Arzenton , la mamma di Mirella, incrocia il suo sguardo . Ecco l'emozionato racconto: «I l Signore ha ascoltato le mie preghiere, in apparenza si è trattato di un fatto casuale... Quando il papa venne nella nostra parrocchia di San Giuseppe, il parroco aveva fatto in modo che il pontefice ci ricevesse dopo la messa , ci disse di attraversare la sacrestia e salire…» Un saluto e un abbraccio a una famiglia che soffriva: questo era l'intento del Papa .&nbsp; Ma la sorpresa è in agguato: «Durante il tragitto verso la canonica - proseguì la donna - ci imbattemmo in un signore , palesemente addetto alla tutela del Santo Padre, che io conoscevo bene , di vista. Si trattava della stessa persona che avevo visto intrattenersi in un bar vicino la nostra abitazione , in via Nomentana 81, assieme a Sonia De Vito, la figlia dei gestori, e a mia figlia Mirella .&nbsp; Nel vedermi ebbe un moto di sorpresa e disappunto, come se avesse temuto di essere riconosciuto » .&nbsp; In altre dichiarazioni, la signora parlò di « stizza e imbarazzo ». La sostanza non cambia. Vittoria Arzenton sente di essere arrivata, per un aiuto superiore, a un passo dalla verità . Convocata dal magistrato, specifica: « Sarei in grado di riconoscerlo perfettamente : un uomo giovane, tra i 30 e i 40, altezza un metro e 70 circa, viso ovale e occhi sorridenti, accattivanti, capelli lisci bruni tagliati corti. Nei giorni di chiusura settimanale del bar dei De Vito, era solito sedere ad altro bar, all’incrocio tra via Nomentana e via Reggio Emilia». Da successivi accertamenti risultò che Bonarelli abitava nei pressi, in via Alessandria 107 . Interrogato, confermò di essere stato presente alla visita del papa, ma negò di essere cliente del bar dei de Vito. Il nome di Bonarelli, così, finì nel fascicolo n. 1147/1985 a fianco a quello dei quattro indiziati della pista di Bolzano (il presunto trasferimento di Emanuela in alto Adige), tra i quali l’esponente del Sismi Rudolf Teuffenbach , e di Oral Celik , l'estremista turco tirato in ballo dalla pista dello «scambio» ragazze-Ali Agca&nbsp; lanciata dalle telefonate del cosiddetto “Americano”, che da non molto si è scoperto essere stato Marco Accetti . Un intrigo da far tremare le vene ai polsi. Intanto Sonia De Vito era sotto indagine per falsa testimonianza . Scattarono le intercettazioni. E, seppure con inspiegabile lentezza, i risultati sembrarono arrivare...&nbsp; Sono le 19,53 del 12 ottobre 1993 , il giorno prima del confronto in Procura che la mamma di Mirella attende da quasi otto anni. Raoul Bonarelli è al telefono con un interlocutore che chiama «capo », il comandante della Gendarmeria Camillo Cibin. Ecco, molto esplicito, il tentativo di tenere basso il profilo. Capo : «Pronto!..»&nbsp; Bonarelli : «Sì, dica…».&nbsp; Capo : «Che sai di Orlandi? Niente! Noi non sappiamo niente!… Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori!… Ecco, del fatto che è venuto fuori di competenza… dell’ordine italiano».&nbsp; Bonarelli : «Ah, così devo dire?»&nbsp; Capo : «Ebbè, eh… Che ne sappiamo noi… L’ufficio ha indagato all’interno, questa è una cosa che è andata poi… Non dirlo, eh… che è andata alla Segreteria di Stato».&nbsp; Bonarelli : «No, no… Noi, io all’interno non devo dire niente. Niente» La connessione dei casi Gregori e Orlandi a questo punto appare evidente: il gendarme il giorno dopo deve andare al confronto con la madre di Mirella e il «capo» adesso gli sta parlando di Emanuela . Ma la mattina seguente, il 13 ottobre 1993, le cose non vanno come la signora Arzenton aveva sperato: posta davanti a Bonarelli, la donna dichiara che non è lui la persona vista al bar con la figlia . E, visionando il filmato della visita del Papa a San Giuseppe, si dice certa che «nessuna delle persone che mi vengono mostrate sembra rassomigliare neppure lontanamente all’uomo di cui ho parlato», come sintetizzerà il giudice Giovanni Malerba nella sua requisitoria, quattro anni dopo. La memoria sembra sfumare, o il timore reverenziale, oppure sono le avvisaglie della malattia che presto la condurrà alla morte, o ancora il desiderio di tutelare l’unica figlia che le è rimasta... Chissà. Lei, la sorella maggiore, Maria Antonietta Gregori , è proprio a quest’ultima ipotesi che pensa («Mamma aveva paura per me, non escludo sia stata intimidita») e ancora oggi ricorda con rabbia quel confronto fallito: «Io c’ero. Quando l’ho accompagnata al confronto non mi hanno fatto entrare, ma poco prima che entrasse era sicura che quello fosse il personaggio che stava sotto casa. Quando è uscita, aveva cambiato volto. Le ho detto “come è andata?” e lei “guarda, no, mi sono sbagliata, non era lui” . E io: “Ma come? Eri convinta fino all’ultimo! ” Ho sempre avuto in cuor mio – conclude la primogenita - la sensazione che lì dentro fosse successo qualcosa. È cambiata la versione di mia madre ed è impossibile, perché una madre le cose le vede, le sente».&nbsp; Siamo infine alla alla <b&