Un’indagine che accelera, molto. Un duplice omicidio con «elementi certi», «da mesi». Per questo in Questura a Campobasso si sono moltiplicate le verbalizzazioni davanti alla Mobile che indaga sulla morte, dopo Natale, di Sara Di Vita, 15 anni, e di sua madre Antonella, 50, avvelenate dalla ricina somministrata in qualche alimento. Dove, stando alle indiscrezioni, sarebbero state trovate tracce della letale sostanza. Si scava, intanto, su testimonianze discordanti, contraddizioni, omissioni, reticenze. Venerdì scorso, sino alle 22, è stata ascoltata Laura Di Vita, cugina di Gianni, marito e papà delle due vittime. La donna è stata riconvocata martedì, raggiungendo il totale di 6 audizioni. E poi: sabato è stata sentita Loredana, altra cugina che vive a Pietracatella , il borgo in cui vivono tutti i Di Vita e di cui Gianni, commercialista, è stato sindaco dal 2006 al 2014. Colloquio definito «importante» dagli inquirenti che, dettaglio dopo dettaglio, stanno inquadrando un movente intrecciato, soprattutto, attorno alla pista passionale.    Domenica, alle 8, si è di nuovo ripresentata in Questura Monia, professoressa all’Agrario di Riccia (sempre a Campobasso), amica del cuore di Gianni e che proprio con lui era stata convocata a metà agosto per un confronto all’americana di due ore. E ancora: ieri è stata ascoltata Maria Antonietta, vicepreside del classico in cui studia Alice (sorella maggiore di Sara) e moglie di Giampiero Mastrogiorgio, l’infermiere che somministrò le flebo a madre e figlia in quel drammatico Santo Stefano in cui le condizioni delle due donne peggiorarono d’improvviso. «Bisogna portarle in ospedale», fu la sollecitazione del sanitario, chiamato proprio da Gianni, davanti a quelle due donne visibilmente provate. Le famiglie Di Vita e Mastrogiorgio si frequentavano da anni: amici i mariti, amiche le mogli e amiche anche le figlie, tutte all’incirca della stessa età . Quando è stato sequestrato il cellulare di Alice , agli specialisti dello Sco (che da qualche giorno hanno consegnato le copie forensi agli avvocati) è stato chiesto di esaminare con attenzione anche i messaggi scambiati con i Mastrogiorgio. Obiettivo: ricostruire il clima familiare (anche con le domande fatte all’infermiere e alla moglie) in quei giorni a cavallo di Natale in cui si concretizzò l’avvelenamento. In questa vicenda — oltre ai cinque medici del Cardarelli sotto inchiesta per omicidio colposo, avendo sottovalutato i sintomi che portarono alla morte madre e figlia — c’è una sola indagata dopo che la procuratrice Elvira Antonelli ha aperto a carico di ignoti, nello scorso marzo, il fascicolo per duplice omicidio volontario. Si tratta di una cara amica di Antonella e il reato per cui sono in corso gli accertamenti è quello di favoreggiamento. Sulle prime, agli inquirenti la donna non avrebbe raccontato che la moglie di Gianni già dal 2019 le aveva accennato al divorzio. Intanto dall’Istituto Koch di Berlino , è atteso il rapporto sulla presenza della ricina nei 70 alimenti sequestrati a casa dei Di Vita. Si parla di anomalie riscontrate, ma dagli investigatori giunge un secco «no comment». Fosse così, fosse davvero già stato individuato il «vettore» del veleno , la svolta sarebbe a un passo.