Ad accendere la lampadina ai pm di Pavia è stato (involontariamente) l’ex tenente, Giorgio Portera. Il suo riferimento a un «esito dell’Obti test negativo» sui pedali della bici di Stasi è parso qualcosa più di un lapsus . Perché quel campione che i Ris attribuirono «con elevata probabilità a sangue» — elemento che portò al fermo di Stasi il 24 settembre 2007 — in realtà non venne mai riconosciuto come tale, tanto che l’arresto non venne poi convalidato dal giudice. Ma soprattutto non venne mai sottoposto ad alcun esame specifico per la ricerca di emoglobina. Nelle relazioni tecniche firmate dall’allora capitano Alberto Marino viene dato atto di aver sottoposto la traccia a un test generico come il Combur che aveva dato esito positivo. Tuttavia quel campione (in cui era contenuta una grande quantità di dna della vittima) non risulta mai essere stato sottoposto — né il 20 settembre, né dopo quando Stasi era ormai in carcere—, all’esame specifico per la ricerca del sangue umano, appunto l’Obti test. Ma perché Portera ha il ricordo dell’esito negativo? La risposta è arrivata dagli appunti del fascicolo interno dei Ris di Parma acquisiti dai pm nei giorni scorsi. Il 20 settembre 2007, come riporta un foglio di appunti scritto dall’allora consulente del pm Marino, il pedale «con vite sinistrorsa con almeno una traccia bruna su un tacchetto» è stato sottoposto all’Obti test con esito negativo. Un dato mai apparso in nessuna relazione e di cui mai si era parlato prima, anche informalmente. Nel tardo pomeriggio di quel 20 settembre 2007, Marino farà su quel campione — che il giorno prima aveva evidenziato 2,78 nanogrammi del dna di Chiara Poggi — due controanalisi con esito negativo. Anche quei risultati però non saranno mai messi agli atti e della loro esistenza si scoprirà solo con la recente analisi dei «dati grezzi». Il sospetto di chi indaga è che quel giorno Marino abbia non solo effettuato due tracciati di dna risultati completamente «piatti», ma abbia anche sottoposto quella sospetta macchia di sangue al test specifico con esito negativo. Elemento ancora più grave, visto che subito dopo quell’esito la pm Rosa Muscio fece scattare il fermo (24 settembre) di Stasi nell’ipotesi che si trattasse non solo di dna ma anche di sangue. Possibile che davvero un dato così importante sia stato occultato? A far insospettire chi indaga ci sono altri due aspetti. Il 25 settembre (mentre Stasi è ancora in carcere in attesa di convalida) Matteo Fabbri, consulente della difesa, chiede a verbale che «venga effettuata una diagnosi di specie, tipo Obti test, sulle tracce rinvenute sui pedali». Il capitano Marino (che firma il documento) «prende atto» ma scrive che non effettuerà quell’analisi procedendo alla ricerca del Dna su una nuova traccia nel frattempo prelevata dai pedali (anche questa sarà negativa al test genetico). Mentre due anni più tardi, quando Stasi è a processo (sarà assolto), sempre Marino «consiglia» al perito del Tribunale, Carlo Robino, di non procedere con il «test immunologico», come l’Obti, perché il campione è esiguo. Coincidenze che adesso vengono lette con una luce del tutto diversa. Specie dopo la conferma che era stato Marino a dare ordine di distruggere i reperti di Garlasco conservati al Ris nel settembre 2016, appena nominato comandante della sezione di Biologia. Il comandante Donghi ha scritto alla procura di Pavia che si trattava di campioni intermedi e che non potevano essere conservati in eterno (i giudici ne ordineranno la distruzione 6 anni dopo). Ma in una relazione interna (scovata ora dai pm), Donghi aveva invece riportato che quell’ordine era arrivato in autonomia da Marino. Agli atti anche alcune mail dove l’ex comandante Luciano Garofano spronava un carabiniere affinché «adombrasse una misura (con tutte le cautele del caso)» delle famose impronte di scarpa del killer nel sangue: «Sarebbe auspicabile». Ieri intanto, a Porta a Porta, è tornato a parlare Andrea Sempio. «Si fa fatica. Oggi non sto vivendo: o chiuso in camera, o dall’avvocato. La mia vita è quella », ha spiegato il 38enne indagato nell’inchiesta della procura di Pavia. Che, a proposito della sua vicenda, ha detto di «sperare di risolvere tutto in udienza preliminare, di non affrontare un vero e proprio processo con tutti i vari gradi. Perché per quanto uno si possa sentire sicuro, poi deve riuscire a spiegare le cose in aula, e non è così automatico». Sempio ha anche ammesso che, a questo punto, «il pensiero che si possa arrivare al carcere c’è, ma francamente cerco di non pensare a questa eventualità» . E, comunque vada, ha confessato di temere che in ogni caso possa rimanergli appiccicato il «marchio» del killer: «Cerco di non immaginare come potrà essere dopo, perché comunque vedo difficile l’idea di ricostruirmi una vita», ha risposto. «Per il momento cerco di non interrogarmi, so che la macchia di “assassino che se l’è cavata”, quella non te la levi: è una cosa su cui cerco di non farmi domande per adesso, è troppo in là».