«In Afghanistan la situazione delle donne continua a peggiorare. I Talebani le hanno sistematicamente private dei loro diritti fondamentali, vietando alle ragazze sia l’istruzione secondaria sia quella universitaria. Eppure, durante questi cinque anni, le donne afghane, sia all’interno del Paese sia in esilio, hanno creato percorsi alternativi per continuare a studiare. Attraverso classi clandestine gestite da insegnanti locali e scuole online, le ragazze continuano a formarsi. Le donne continuano a resistere all’oppressione sistematica ». La forza delle donne afghane, che striscia instancabile sottotraccia, nelle scuole clandestine, dentro edifici apparentemente normali, abitazioni e perfino dentro scuole primarie. Lo racconta Najiba Noori , regista afghana che vive a Parigi, fuggita dal suo Paese dopo il ritorno dei Talebani al potere nell’agosto 2021. In un documentario, ha raccontato l’epopea delle donne afghane. Si chiama «Writing Hawa» ed è la storia di tre generazioni di donne hazara della stessa famiglia. La regista, per cinque anni, ha filmato sua madre Hawa e sua nipote Zahra nelle loro aspirazioni di emanciparsi dalle tradizioni patriarcali.  Sarà proiettato in anteprima italiana domenica 11 ottobre alle 14:30, al Cinema La Compagnia di Firenze, nell’ambito del festival Middle East Now 2026, giunto alla sua diciassettesima edizione (www. middleastnow.it ). Najiba, il suo film mostra l’istruzione come un vero percorso verso l’emancipazione e l’indipendenza. Ma se oggi una ragazza afghana studia clandestinamente o online e poi non può frequentare l’università né entrare liberamente nel mondo del lavoro, quale futuro le stiamo realmente offrendo? «Quando le ragazze hanno il coraggio di studiare in classi clandestine o online nonostante le restrizioni imposte dai Talebani, compiono un potente atto di resistenza. È vero che spesso ci sentiamo impotenti e che, se la situazione dovesse continuare in questo modo, il futuro di questa generazione sarebbe molto buio. Ma allo stesso tempo crediamo che i Talebani non resteranno al potere per sempre. È la speranza che ci permette di andare avanti». Com’è cambiata la vita quotidiana delle donne in Afghanistan negli ultimi anni? «Tutto è cambiato nel giro di poche ore. Il ritorno al potere dei Talebani, per la seconda volta, è stato un enorme shock per il popolo afghano. Decenni di progressi e conquiste ottenuti con grande fatica per i diritti delle donne, la loro libertà e i loro sogni sono stati improvvisamente spazzati via. Oggi i Talebani stanno sistematicamente cancellando le donne dalla vita pubblica: le obbligano a viaggiare accompagnate da un tutore maschile, vietano che la loro voce possa essere udita fuori dalle loro case e impongono altre leggi oppressive. La vita è diventata una prigione per le donne». Oggi lei vive in Francia, mentre sua madre, Hawa, è rimasta nel Paese. Che cosa viene a sapere attraverso di lei dell’Afghanistan di oggi che non vediamo o non sentiamo raccontare nelle notizie internazionali? «Tre anni dopo che sono stata costretta a lasciare il Paese, anche mia madre, Hawa, è stata costretta ad abbandonare la sua casa e venire in Francia. Sono ancora in contatto con altri membri della mia famiglia che vivono in Afghanistan. Ogni giorno vengono imposte alle donne nuove restrizioni e nuove leggi. Le notizie sull’Afghanistan sono in gran parte scomparse dai media internazionali, ma il Paese continua a vivere una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. I miei familiari mi raccontano della vita quotidiana e di quanto le persone stiano soffrendo. La disoccupazione è molto diffusa e molte famiglie faticano a procurarsi il cibo. Le minoranze etniche, tra cui gli Hazara, continuano a subire persecuzioni e a essere costrette ad abbandonare le proprie case. Le donne vengono inoltre arrestate se non rispettano i rigidi codici di abbigliamento, che impongono loro di coprirsi dalla testa ai piedi, compreso il volto». Quanto è difficile per lei vivere lontano dai suoi cari rimasti in Afghanistan? «È difficile non vedere la mia famiglia per anni, sapendo che ogni giorno vive e soffre in queste condizioni. Allo stesso tempo, mi considero fortunata ad aver avuto la possibilità di andarmene. Oggi, vivendo in esilio e lavorando come regista, sento la responsabilità di far sentire la mia voce. Ho la possibilità di raccontare le loro storie e di parlare di ciò che sta accadendo nel mio Paese». Dopo il ritorno al potere dei Talebani, l’Afghanistan ha ricevuto una grande attenzione internazionale. Oggi, con le guerre in Ucraina e a Gaza e gli altri conflitti nel mondo, ha la sensazione che le donne afghane siano state dimenticate? E quali sono le conseguenze concrete quando l’attenzione dei media viene meno? «L’Afghanistan è scomparso molto rapidamente dai titoli dei giornali. Dopo il ritiro occidentale, l’attenzione dei media e l’interesse dell’opinione pubblica sono diminuiti e si è parlato pochissimo dei milioni di afghani che sono rimasti nel Paese. Oggi sento che le donne afghane sono state dimenticate. Quando l’attenzione dei media viene meno, le conseguenze sono molto concrete: diminuisce la pressione internazionale, si riduce la consapevolezza dell’opinione pubblica e viene prestata sempre meno attenzione alle restrizioni e alle violazioni dei diritti umani che donne e minoranze continuano a subire. Il mondo ha distolto lo sguardo e la dura realtà dell’Afghanistan continua a essere ignorata».