L'ultimo atto di una guerra ibrida che a Palazzo Chigi definiscono quotidiana, è il decreto del governo russo pubblicato i primi di settembre che di fatto espropria la filiale locale dell'azienda italiana Dkc. In Italia la notizia è passata sotto traccia, rilanciata solo da qualche sito finanziario di secondo piano. Ma negli uffici del governo definiscono l'atto del Cremlino «un attacco ai nostri interessi economici nazionali» , una sorta di secondo caso Ariston: l'azienda italiana che produce materiali elettrici ha in territorio russo 4.200 dipendenti, che da alcuni giorni lavorano sotto un commissariamento che ha affidato tutte le deleghe ad esponenti vicini al governo di Mosca.  Non ci sono solo i droni, la Lituania, gli incidenti al confine: a Palazzo Chigi tengono il conto quotidiano, settimanale, degli atti che definiscono ostili, di ritorsione, di spionaggio (e non tutti quelli che vengono bloccati vengono pubblicizzati) e che avrebbero come mandanti entità fisiche o digitali che provengono dalla Russia. «Sono arrivati a spiare persino alcuni vertici delle nostre società partecipate e per fortuna in quel caso siamo intervenuti in tempo» , racconta chi segue un dossier che incrocia geopolitica, servizi e uffici diplomatici.  Ma se il drone di provenienza russa colpito da un nostro caccia nel confine baltico dell'Alleanza atlantica, tredici ore prima che arrivasse in visita il nostro ministro della Difesa Guido Crosetto, è solo uno dei tanti episodi di cui a Chigi tengono conto, e nemmeno uno dei più vistosi (visto che il collegamento con i nostri interessi, il coinvolgimento del nostro caccia, è solo una casualità), il vero incubo, lo scenario estremo che a Roma viene sussurrato, e che nel quartier generale della Nato a Bruxelles è invece oggetto di analisi approfondite da almeno due mesi, è quello di una sfida aperta da parte di Putin .  Per militari, diplomatici e non pochi funzionari di non poche cancellerie, è insieme un allarme, un rompicapo, e una possibile mossa di scacchi che non vorresti mai subire: un attacco chirurgico ad interessi e obiettivi vitali della Nato , magari in uno dei Paesi più facili da colpire (la Romania è in testa alle simulazioni che fanno a Bruxelles, un attacco potrebbe arrivare sia dal Mar Nero che attraverso le regioni della Transnistria), in modo da testare le effettive capacità e volontà di risposta dell'Alleanza.  Gli americani ovviamente sono stati i primi a formulare lo scenario, visto che la catena di comando della Nato fa perno sulla loro intelligence e sui loro sistemi informatici, ma ormai il dossier è stato ampiamente condiviso con i tanti membri europei dell'organizzazione militare. Sarebbe un modo per verificare, da parte del Cremlino , se l'articolo 5 del Trattato Nato tiene alla prova dei fatti: ovviamente sarebbe non solo un grande azzardo, ma anche un possibile motivo di un'escalation difficile da fermare. Un attacco inequivocabile in territorio Nato difficilmente potrebbe non provocare una reazione e l'attivazione del mutuo soccorso della clausola dell'articolo 5.  Nei report che vengono smistati da Bruxelles, e che sono approdati anche nelle stanze in cui lavora Giorgia Meloni, lo scenario, magari nei primi mesi del 2027, viene ormai ritenuto «possibile». Non è solo più una mera ipotesi, è oggetto di contromisure in atto dall'inizio dell'estate. Il segno che la guerra ibrida in corso ha già superato ogni livello immaginabile.  Ed è anche in questo clima che oggi pomeriggio Giorgia Meloni arriva in Norvegia , per un bilaterale e una cena con il governo locale, di estrazione socialista, che potrebbe apparire ordinario, ma che nei dossier che si stanno limando da entrambe le parti coinvolge le nostre due prime aziende militari, Leonardo e Fincantieri , per uno spettro di cooperazioni industriali possibili con omologhi norvegesi che vengono ritenute quasi «sterminate». Ma non si esclude anche un confronto su petrolio e gas, viste le grandi capacità di produzione dell'industria norvegese, primo fornitore di gas liquefatto dell'Unione europea. Anche per questo motivo viene segnalata anche la presenza di esponenti dell'Eni nella delegazione italiana.