Giorni dopo la sua morte, nel novembre 1982, alcuni funzionari del Cremlino ebbero il delicato compito di aprire i cassetti di Leonid Brežnev (foto sopra). Brežnev era stato segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica per quasi vent’anni, l’uomo alla testa di una delle due superpotenze nucleari del pianeta, protagonista dei passaggi più difficili della storia recente. La sua scrivania doveva contenere carte della massima riservatezza, alle quali si poteva mettere mano solo con grande cautela. Fra queste, in un faldone in mezzo ad altre relazioni dedicate ai temi più triviali, emerse un breve documento dalla copertina imbrattata . Non ho idea se qualcuno in quel momento lesse o se si rese conto del contenuto, di certo nessuno lo distrusse. Verosimilmente ci si limitò a trasferirlo là dove doveva andare; da allora è negli archivi del Cremlino. A me lo ha passato lo storico Sergey Radchenko – nato a Sachalin, nell’Estremo Oriente russo, ma oggi cittadino britannico –, che è riuscito a visitare quegli archivi quando ancora erano accessibili. Oggi, non più: entra solo chi riceve un permesso speciale e del resto da qualche anno gli scaffali di antichi documenti conservati sottochiave servono soprattutto a soddisfare, o incendiare, le passioni di Vladimir Putin; chiuso nel suo palazzo, il dittatore si fa portare testi originali del IX secolo o relazioni degli archeologi per approfondire nei minimi dettagli tutto ciò che si può sapere delle origini della nazione russa e dei suoi diritti naturali al suolo del continente eurasiatico. Quel plico trovato nella scrivania di Brežnev era di tutt’altro tenore. È una lettera di poche pagine stese in uno stile duro e diretto, soprattutto se si pensa che era destinata al Politburo del Comitato centrale del Pcus. La data sul frontespizio è il 6 luglio 1968 e quel giorno stesso Brežnev, navigato burocrate, doveva aver immediatamente sepolto tutto in un angolo remoto della sua scrivania a coprirsi di polvere per anni. Eppure avrebbe dovuto prendere sul serio almeno l’autore, perché un giorno questi avrebbe preso il suo posto al vertice dell’Unione Sovietica: Jurij Vladimirovič Andropov . (…)Jurij Andropov sapeva essere un uomo duro, anche spietato. Ambasciatore sovietico a Budapest mentre l’Armata Rossa sopprimeva nel sangue la rivolta ungherese, doveva aver registrato nella sua mente la velocità alla quale un potere in apparenza incontrastato può arrivare sull’orlo del collasso. Ma Andropov era anche un riformatore. Capiva che il partito doveva cambiare il paese, prima che il paese distruggesse il partito. In quello stesso 1968, incontra un giovane brillante dirigente regionale di nome Michail Gorbačëv e da allora ne diventa il grande mentore. Quindi, nell’estate di quell’anno, dopo appena quattordici mesi trascorsi alla testa del KGB, Andropov si decide a mandare la sua lettera riservata a Brežnev e all’intero Politburo . «Considero necessario presentare le mie considerazioni su alcuni aspetti pressanti di politica interna ed estera del Pcus» esordisce. Poi, esaurito un breve preambolo congratulatorio, viene al dunque: «Non si può fare a meno di vedere come il corso degli eventi, tanto nella vita internazionale che nel nostro paese, ci metta di fronte a nuovi complessi problemi che richiedono serie svolte e decisioni importanti. Di cosa stiamo parlando? I n primo luogo, dell’economia» scrive il capo del più grande e temuto servizio segreto sovietico. «Ci sono gravi problemi che stanno già iniziando a farsi sentire e in futuro potrebbero portare a conseguenze indesiderabili (…)» . La profezia di Andropov Andropov sta spiegando ai dirigenti del partito che il progetto sovietico inizia ad avere l’aria di un cadavere, avviato al naufragio. Nella sua disamina, conferma in anticipo ciò che i consulenti americani della Russia post-comunista avrebbero detto del KGB, per giustificare a se stessi la scelta di collaborare con gli uomini che ne avevano fatto parte: rappresentano ciò che per la Francia sono i diplomati dell’École nationale d’administration, la spina dorsale della classe dirigente . Andropov nella lettera parla dell’«arretratezza scientifica e tecnica» dell’Unione Sovietica (…), dell’esigenza di «migliorare la selezione e la promozione in tutte le aree» perché «si creino le condizioni nel partito per la formazione di personale capace e intraprendente» (sottinteso, meno grigi passacarte e più uomini come Gorbačëv). Ma non è tutto, perché Andropov indica anche gli indizi di quanto sarebbe successo nei decenni a venire: «Il progresso scientifico e tecnologico nel mondo, come sappiamo, sta accelerando. Non è un segreto che persino nei paesi più sviluppati dell’Europa occidentale si sentano voci allarmate sul fatto che gli Stati Uniti li stanno sempre più staccando in sviluppo economico e soprattutto nell’industria, e minacciano di trasformare l’Europa in una sorta di satellite sulla base di quello che Robert McNamara [già segretario alla Difesa americano, allora presidente della Banca mondiale] ha chiamato il “colonialismo tecnologico”». Queste le stime nella lettera a Brežnev, più di mezzo secolo fa: «Già oggi la produttività di un lavoratore dell’industria in America è del 60 per cento più alta che nella Repubblica federale tedesca, del 70 per cento più che in Francia e dell’80 per cento più che in Inghilterra». Qui Andropov riserva l’affondo più doloroso per l’élite sovietica: «È anche impossibile non notare come gli Stati Uniti stanno sempre più staccando altri paesi nell’introduzione di tecnologie avanzate e nell’uso dei computer . Oggi hanno circa 40.000 computer, in confronto a 2500 nel nostro paese. (…). Il 43 per cento dei giovani di 20-24 anni studia all’università (in confronto al 5-16 per cento nei paesi d’Europa occidentale e 24 per cento nell’Unione Sovietica)». Le conclusioni di Andropov, semplicemente, sono una profezia: «Questi elementi meritano l’attenzione più seria... Stiamo parlando di fattori che in quindici o vent’anni determineranno il volto della Terra e quindi è importante non perderci niente... Vincere la competizione con gli Stati Uniti solo con gli slogan è impossibile». Conosco poche altre letture dei sintomi di declino di un sistema più precoci e precise di questa, opera di un uomo egli stesso prodotto dal modello di cui mette spietatamente a nudo le disfunzioni . Con vent’anni di anticipo, Andropov capiva dov’era diretta l’Unione Sovietica. Capiva che le trasformazioni tecnologiche a venire avrebbero lasciato indietro anche l’Europa, il suo miracolo economico ridotto ad archeologia manifatturiera. Il medesimo orizzonte temporale che Andropov indica, con precisione clinica, si rivelerà quello della decomposizione del socialismo reale e della caduta del Muro di Berlino. Lui sarebbe asceso al vertice assoluto dell’Unione Sovietica giusto poco prima di allora, alla morte di Brežnev, ormai vecchio e fragile, e quando il suo paese era probabilmente già troppo in là nel processo di disfacimento perché si potesse ancora cambiarne di molto la traiettoria. Andropov, malato di reni, si batterà nei suoi ultimi mesi perché a succedergli sia il suo relativamente giovane protetto Gorbačëv (nella foto sotto, Andropov con un giovane Gorbačëv) e anche in questo i suoi calcoli si riveleranno, dopo la morte, corretti (al termine di un interludio semi-ospedaliero del senile Konstantin Černenko).. Quella lettera di Andropov resta ancora oggi una sorta di messaggio nella bottiglia per noi. Ciò che la rende così piena di significato non è necessariamente il suo contenuto, per quanto accurato, ma forse già all’epoca tanto evidente e condiviso da parti delle élite da poter atterrare sul tavolo del leader dell’Unione Sovietica. Il suo significato profondo è nella sua invisibilità. Il messaggio del disfacimento del sistema era lì, ma era stato subito sepolto in un cassetto come se non fosse neanche mai esistito. Questa stessa invisibilità obbliga a chiederci se esista da qualche parte l’equivalente di una lettera di Andropov sul disfacimento del nostro sistema : un annuncio inascoltato e rimosso del declino delle liberaldemocrazie, con i loro ingredienti di tolleranza, economia e società aperte, separazione dei poteri con pesi e contrappesi del potere esecutivo e una stampa orgogliosa e indipendente all’interno; all’estero, con la libertà di commercio, alleanze di sicurezza fondate sulla condivisione dei valori, il diritto internazionale e la scelta di regolare i dissidi fra Stati attraverso i riti lenti e macchinosi, ma ben incardinati, degli organismi multilaterali formati nel dopoguerra. In sostanza, il destino della lettera di Andropov ci obbliga a chiederci se ne esista anche una che abbia annunciato la fine dell’Occidente; la fine del suo specifico modello di democrazia. Se ci sia stata da qualche parte evidenza delle disfunzioni o dell’emergere di sintomi preoccupanti che abbiamo di proposito ignorato, convinti di essere all’apice del nostro sviluppo e tranquillamente destinati a restarci. Come Brežnev, abbiamo nascosto a noi stessi quei segni del disfacimento, chiudendoli in un cassetto, sperando che diventassero evidenti solo dopo il nostro passaggio? Questo libro vuole indagare attorno una sola domanda: se esiste un messaggio sul declino del nos
E se Donald Trump stesse all'Occidente come Gorbaciov è stato alla caduta del Muro di Berlino?
Giorni dopo la sua morte, nel novembre 1982, alcuni funzionari del Cremlino ebbero il delicato compito di aprire i cassetti di Leonid Brežnev (foto sopra). Brežnev era stato segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica per quasi vent’anni, l’uomo alla testa di una delle due superpotenze nucleari del pianeta, protagonista dei passaggi più difficili della storia recente. La sua scrivania doveva contenere carte della massima riservatezza, alle quali si poteva mettere mano solo con grande cautela. Fra queste, in un faldone in mezzo ad altre relazioni dedicate ai temi più triviali, emerse un breve documento dalla copertina imbrattata . Non ho idea se qualcuno in quel momento lesse o se si rese conto del contenuto, di certo nessuno lo distrusse. Verosimilmente ci si limitò a trasferirlo là dove doveva andare; da allora è negli archivi del Cremlino. A me lo ha passato lo storico Sergey Radchenko – nato a Sachalin, nell’Estremo Oriente russo, ma oggi cittadino britannico –, che è riuscito a visitare quegli archivi quando ancora erano accessibili. Oggi, non più: entra solo chi riceve un permesso speciale e del resto da qualche anno gli scaffali di antichi documenti conservati sottochiave servono soprattutto a soddisfare, o incendiare, le passioni di Vladimir Putin; chiuso nel suo palazzo, il dittatore si fa portare testi originali del IX secolo o relazioni degli archeologi per approfondire nei minimi dettagli tutto ciò che si può sapere delle origini della nazione russa e dei suoi diritti naturali al suolo del continente eurasiatico. Quel plico trovato nella scrivania di Brežnev era di tutt’altro tenore. È una lettera di poche pagine stese in uno stile duro e diretto, soprattutto se si pensa che era destinata al Politburo del Comitato centrale del Pcus. La data sul frontespizio è il 6 luglio 1968 e quel giorno stesso Brežnev, navigato burocrate, doveva aver immediatamente sepolto tutto in un angolo remoto della sua scrivania a coprirsi di polvere per anni. Eppure avrebbe dovuto prendere sul serio almeno l’autore, perché un giorno questi avrebbe preso il suo posto al vertice dell’Unione Sovietica: Jurij Vladimirovič Andropov . (…)Jurij Andropov sapeva essere un uomo duro, anche spietato. Ambasciatore sovietico a Budapest mentre l’Armata Rossa sopprimeva nel sangue la rivolta ungherese, doveva aver registrato nella sua mente la velocità alla quale un potere in apparenza incontrastato può arrivare sull’orlo del collasso. Ma Andropov era anche un riformatore. Capiva che il partito doveva cambiare il paese, prima che il paese distruggesse il partito. In quello stesso 1968, incontra un giovane brillante dirigente regionale di nome Michail Gorbačëv e da allora ne diventa il grande mentore. Quindi, nell’estate di quell’anno, dopo appena quattordici mesi trascorsi alla testa del KGB, Andropov si decide a mandare la sua lettera riservata a Brežnev e all’intero Politburo . «Considero necessario presentare le mie considerazioni su alcuni aspetti pressanti di politica interna ed estera del Pcus» esordisce. Poi, esaurito un breve preambolo congratulatorio, viene al dunque: «Non si può fare a meno di vedere come il corso degli eventi, tanto nella vita internazionale che nel nostro paese, ci metta di fronte a nuovi complessi problemi che richiedono serie svolte e decisioni importanti. Di cosa stiamo parlando? I n primo luogo, dell’economia» scrive il capo del più grande e temuto servizio segreto sovietico. «Ci sono gravi problemi che stanno già iniziando a farsi sentire e in futuro potrebbero portare a conseguenze indesiderabili (…)» . La profezia di Andropov Andropov sta spiegando ai dirigenti del partito che il progetto sovietico inizia ad avere l’aria di un cadavere, avviato al naufragio. Nella sua disamina, conferma in anticipo ciò che i consulenti americani della Russia post-comunista avrebbero detto del KGB, per giustificare a se stessi la scelta di collaborare con gli uomini che ne avevano fatto parte: rappresentano ciò che per la Francia sono i diplomati dell’École nationale d’administration, la spina dorsale della classe dirigente . Andropov nella lettera parla dell’«arretratezza scientifica e tecnica» dell’Unione Sovietica (…), dell’esigenza di «migliorare la selezione e la promozione in tutte le aree» perché «si creino le condizioni nel partito per la formazione di personale capace e intraprendente» (sottinteso, meno grigi passacarte e più uomini come Gorbačëv). Ma non è tutto, perché Andropov indica anche gli indizi di quanto sarebbe successo nei decenni a venire: «Il progresso scientifico e tecnologico nel mondo, come sappiamo, sta accelerando. Non è un segreto che persino nei paesi più sviluppati dell’Europa occidentale si sentano voci allarmate sul fatto che gli Stati Uniti li stanno sempre più staccando in sviluppo economico e soprattutto nell’industria, e minacciano di trasformare l’Europa in una sorta di satellite sulla base di quello che Robert McNamara [già segretario alla Difesa americano, allora presidente della Banca mondiale] ha chiamato il “colonialismo tecnologico”». Queste le stime nella lettera a Brežnev, più di mezzo secolo fa: «Già oggi la produttività di un lavoratore dell’industria in America è del 60 per cento più alta che nella Repubblica federale tedesca, del 70 per cento più che in Francia e dell’80 per cento più che in Inghilterra». Qui Andropov riserva l’affondo più doloroso per l’élite sovietica: «È anche impossibile non notare come gli Stati Uniti stanno sempre più staccando altri paesi nell’introduzione di tecnologie avanzate e nell’uso dei computer . Oggi hanno circa 40.000 computer, in confronto a 2500 nel nostro paese. (…). Il 43 per cento dei giovani di 20-24 anni studia all’università (in confronto al 5-16 per cento nei paesi d’Europa occidentale e 24 per cento nell’Unione Sovietica)». Le conclusioni di Andropov, semplicemente, sono una profezia: «Questi elementi meritano l’attenzione più seria... Stiamo parlando di fattori che in quindici o vent’anni determineranno il volto della Terra e quindi è importante non perderci niente... Vincere la competizione con gli Stati Uniti solo con gli slogan è impossibile». Conosco poche altre letture dei sintomi di declino di un sistema più precoci e precise di questa, opera di un uomo egli stesso prodotto dal modello di cui mette spietatamente a nudo le disfunzioni . Con vent’anni di anticipo, Andropov capiva dov’era diretta l’Unione Sovietica. Capiva che le trasformazioni tecnologiche a venire avrebbero lasciato indietro anche l’Europa, il suo miracolo economico ridotto ad archeologia manifatturiera. Il medesimo orizzonte temporale che Andropov indica, con precisione clinica, si rivelerà quello della decomposizione del socialismo reale e della caduta del Muro di Berlino. Lui sarebbe asceso al vertice assoluto dell’Unione Sovietica giusto poco prima di allora, alla morte di Brežnev, ormai vecchio e fragile, e quando il suo paese era probabilmente già troppo in là nel processo di disfacimento perché si potesse ancora cambiarne di molto la traiettoria. Andropov, malato di reni, si batterà nei suoi ultimi mesi perché a succedergli sia il suo relativamente giovane protetto Gorbačëv (nella foto sotto, Andropov con un giovane Gorbačëv) e anche in questo i suoi calcoli si riveleranno, dopo la morte, corretti (al termine di un interludio semi-ospedaliero del senile Konstantin Černenko).. Quella lettera di Andropov resta ancora oggi una sorta di messaggio nella bottiglia per noi. Ciò che la rende così piena di significato non è necessariamente il suo contenuto, per quanto accurato, ma forse già all’epoca tanto evidente e condiviso da parti delle élite da poter atterrare sul tavolo del leader dell’Unione Sovietica. Il suo significato profondo è nella sua invisibilità. Il messaggio del disfacimento del sistema era lì, ma era stato subito sepolto in un cassetto come se non fosse neanche mai esistito. Questa stessa invisibilità obbliga a chiederci se esista da qualche parte l’equivalente di una lettera di Andropov sul disfacimento del nostro sistema : un annuncio inascoltato e rimosso del declino delle liberaldemocrazie, con i loro ingredienti di tolleranza, economia e società aperte, separazione dei poteri con pesi e contrappesi del potere esecutivo e una stampa orgogliosa e indipendente all’interno; all’estero, con la libertà di commercio, alleanze di sicurezza fondate sulla condivisione dei valori, il diritto internazionale e la scelta di regolare i dissidi fra Stati attraverso i riti lenti e macchinosi, ma ben incardinati, degli organismi multilaterali formati nel dopoguerra. In sostanza, il destino della lettera di Andropov ci obbliga a chiederci se ne esista anche una che abbia annunciato la fine dell’Occidente; la fine del suo specifico modello di democrazia. Se ci sia stata da qualche parte evidenza delle disfunzioni o dell’emergere di sintomi preoccupanti che abbiamo di proposito ignorato, convinti di essere all’apice del nostro sviluppo e tranquillamente destinati a restarci. Come Brežnev, abbiamo nascosto a noi stessi quei segni del disfacimento, chiudendoli in un cassetto, sperando che diventassero evidenti solo dopo il nostro passaggio? Questo libro vuole indagare attorno una sola domanda: se esiste un messaggio sul declino del nos

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