Dal nostro inviato CAMPOBASSO Dottore, buongiorno: cosa pensa del «giallo della ricina», quello che a Pietracatella ha visto la morte di Antonella Di Vita e di sua figlia Sara, avvelenate, è l’ipotesi, dalla letale proteina? «Ma non conosco un foglio di carta, di quella realtà...» Appunto: la domanda è rivolta non tanto a un ex commissario poi pm di Mani Pulite, quanto a un contadino molisano che della sua terra sa tutto, anima, odori, Dna . «E allora rispondo da ex magistrato: per definizione rispetto le vittime e soprattutto coloro che soffrono per quelle vittime». Ieri mattina Antonio Di Pietro, toga-simbolo dell’inchiesta su Tangentopoli, si è svegliato, come sempre, alle 6 nella sua masseria a Montenero di Bisaccia, a un’ora scarsa da Pietracatella (sempre a Campobasso), «poi ho aperto il pollaio, ho lasciato liberi i cani e ora sono davanti al computer, mi preparo per un incontro pubblico a Milano, tra 10 giorni, con Carlo Sama e Sergio Cusani». Dottore, di ricina aveva mai sentito parlare? «Mia madre da bambino mi diceva: “tutto quello che non conosci non va mangiato”. Mi aveva fatto un elenco di bacche velenose che crescevano nel boschetto qui vicino, non escludo comprendesse i semi di ricino». Che idea si è fatto, di quel che è successo? «Abbiamo un’evidenza scientifica: un’intossicazione da ricina, ma provare che si tratti di omicidio è come attraversare lo stretto di Messina sul ponte ancora da fare. Chiaro il concetto?». Lo spieghi meglio... «Fare supposizioni in assenza di prove, di esiti processuali, è inutile; è anzitempo dire che è stato un omicidio volontario. Certo, sono brutale, mi dispiace non rincorrere la vulgata comune». Ma allora? Che è accaduto? «Premetto: gli inquirenti vanno lasciati lavorare. Però può essere stato un delitto colposo. I nodi da sciogliere sono tanti: la sostanza è stata portata da qualcuno? E perché? Con l’obiettivo di uccidere? O è stato un fatto accidentale, un regalo di un parente, di un amico? A me giorni fa hanno portato una salsina con cui insaporisco l’arrosto: magari stavolta la mangio e muoio, ma metto la mano sul fuoco riguardo chi mi ha dato il vasetto, sono mille variabili». Le 200 persone sentite? «Tutte a sit, persone informate sui fatti, vuol dire che non è sciolto ancora il nodo dell’ipotesi delittuosa». Però: a detta degli inquirenti è difficile ottenere risposte da chi viene ascoltato. «Le risposte a volte non si ottengono perché uno non ne ha da dare, non sa niente. Immaginarsi Pietracatella come posto paramafioso è una capriola che non esiste». Ma il libro, scritto da un reduce di Salò, Giose Rimanelli, celebre molisano pure lui, sequestrato a Gianni Di Vita? «Non conosco quell’autore, però con i libri che mi hanno regalato potrei farci una libreria intera. Il Di Pietro pm avrebbe risposto: che c’azzecca il libro?». Ci sarebbe pure un altro libro, a scriverlo fu Agatha Christie che, ne La casa della morte in agguato, parla esplicitamente della ricina come mezzo per far fuori qualcuno... «Ehhh... Poiché ho trovato questi libri, o comunque in qualche modo so che qualcuno della famiglia o qualcuno del paese li abbia letti, eccola lì l'ipotesi dell'assassinio. Ci vuole tanta fantasia... lasciamoli stare, gli investigatori social».