Si scava alle profondità dell’anima per dare una risposta (giudiziaria) al suicidio di Denise Cosco , figlia della donna che sfidò la ‘ndrangheta pagando con la vita, Lea Garofalo . La ragazza che il 10 settembre scorso si è gettata giù dal balcone della sua abitazione ad Ariccia, vicino a Roma, aveva ripreso i rapporti con suo padre , Carlo Cosco, condannato per mafia e mandante della spedizione punitiva contro sua moglie, Lea, quando questa si era dissociata dalle sue violenze e dagli illeciti di una vita. Ascoltato a lungo negli uffici diretti dal procuratore capo di Velletri, Carlo Villani, il compagno di Denise avrebbe fornito una serie di spunti interessanti. A trentacinque anni la donna aveva un’identità fragilissima. Figlia senza genitori. Madre senza più la figlia. C’era, infatti, una bambina, avuta dal compagno appunto, ma viveva dai suoceri, dopo che il tribunale dei Minori si era pronunciato per la perdita della potestà genitoriale . Denise soffriva di dipendenze e per questa ragione, secondo, i giudici, non era in grado di crescere una bimba di appena quattro anni. La lacerazione del suo tessuto affettivo era ormai completa. Un passato da tragedia e un futuro senza sbocchi per Denise Cosco. Le restava un presente senza progetti né gratificazioni. E a questo si adattava come poteva con un lavoro (era inserita negli uffici del ministero della Giustizia) routinario e una vita privata forse deludente. Non è chiara la ragione per la quale si fosse nuovamente tuffata nel suo stesso passato, riallacciando il rapporto con quel padre vendicativo. Sta di fatto che da qualche tempo erano tornati a parlarsi . Lui detenuto. Lei prigioniera del proprio passato. I magistrati sono convinti che quell’uomo fosse una presenza tossica per Denise. E hanno disposto una consulenza sul suo smartphone per acquisire conversazioni e messaggi con l’uomo. Stesso lavoro verrà fatto sulla sua casella di posta elettronica che veniva consultata dal cellulare perché la donna non aveva un pc. Il dubbio degli investigatori è che la ragazza sia stata sottoposta a un’ intollerabile pressione psicologica da parte del padre. Nelle prossime settimane saranno depositati i risultati della consulenza. Nel fascicolo dei pm si ipotizza una istigazione al suicidio ma al momento l’inchiesta è senza indagati.
Denise Cosco, suicida a Roma. L'inchiesta: aveva ripreso i rapporti col padre, condannato per l'omicidio di sua madre Lea Garofalo
Si scava alle profondità dell’anima per dare una risposta (giudiziaria) al suicidio di Denise Cosco , figlia della donna che sfidò la ‘ndrangheta pagando con la vita, Lea Garofalo . La ragazza che il 10 settembre scorso si è gettata giù dal balcone della sua abitazione ad Ariccia, vicino a Roma, aveva ripreso i rapporti con suo padre , Carlo Cosco, condannato per mafia e mandante della spedizione punitiva contro sua moglie, Lea, quando questa si era dissociata dalle sue violenze e dagli illeciti di una vita. Ascoltato a lungo negli uffici diretti dal procuratore capo di Velletri, Carlo Villani, il compagno di Denise avrebbe fornito una serie di spunti interessanti. A trentacinque anni la donna aveva un’identità fragilissima. Figlia senza genitori. Madre senza più la figlia. C’era, infatti, una bambina, avuta dal compagno appunto, ma viveva dai suoceri, dopo che il tribunale dei Minori si era pronunciato per la perdita della potestà genitoriale . Denise soffriva di dipendenze e per questa ragione, secondo, i giudici, non era in grado di crescere una bimba di appena quattro anni. La lacerazione del suo tessuto affettivo era ormai completa. Un passato da tragedia e un futuro senza sbocchi per Denise Cosco. Le restava un presente senza progetti né gratificazioni. E a questo si adattava come poteva con un lavoro (era inserita negli uffici del ministero della Giustizia) routinario e una vita privata forse deludente. Non è chiara la ragione per la quale si fosse nuovamente tuffata nel suo stesso passato, riallacciando il rapporto con quel padre vendicativo. Sta di fatto che da qualche tempo erano tornati a parlarsi . Lui detenuto. Lei prigioniera del proprio passato. I magistrati sono convinti che quell’uomo fosse una presenza tossica per Denise. E hanno disposto una consulenza sul suo smartphone per acquisire conversazioni e messaggi con l’uomo. Stesso lavoro verrà fatto sulla sua casella di posta elettronica che veniva consultata dal cellulare perché la donna non aveva un pc. Il dubbio degli investigatori è che la ragazza sia stata sottoposta a un’ intollerabile pressione psicologica da parte del padre. Nelle prossime settimane saranno depositati i risultati della consulenza. Nel fascicolo dei pm si ipotizza una istigazione al suicidio ma al momento l’inchiesta è senza indagati.

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