Il disappunto del governo per aver mancato l’obiettivo del rientro (peraltro anticipato, la scadenza è il 2027) dalla procedura di deficit eccessivo è del tutto giustificato. Ciò non toglie che l’esecutivo abbia tenuto in relativo ordine il quadro di finanza pubblica in un anno, il 2025, assai complicato per gli eventi internazionali. Quello 0,1 per cento, anche meno, mancante per il rientro anticipato dalla procedura, può persino far comodo . Spendere per esempio in armi in campagna elettorale non porta voti, li toglie. C’è poi un indiscutibile freno alle promesse avventate. Con il nostro livello di debito pubblico (136,7 per cento) sono sconsigliabili “scostamenti” avventurosi come quelli sventolati da Matteo Salvini . Giorgia Meloni, ieri sera a Porta a porta, intervistata da Bruno Vespa, si è rammaricata del fatto che nella stessa giornata l’Istituto di Statistica abbia rivisto il dato di crescita del Pil del 2024 dallo 0,7 all’1,1 per cento. «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace, non vorrei che succedesse anche fra tre anni». Non è escluso che questo accada, cioè che si scopra in seguito di essere sotto il 3 per cento di deficit (le revisioni dopo il Covid sono sempre state al rialzo) ma se avverrà sarà il frutto dell’opera di manutenzione di quello che è un attivo del Paese, ovvero il suo patrimonio informativo. Sulla base di dati che oggi però non ci sono. La revisione non è un giudizio retroattivo sulla prima stima, né la confessione di errori che comunque possono sempre esserci . La credibilità dell’Istat è anche la credibilità dell’Italia . Se solo vi fosse il sospetto di una «sovrastima» del governo ogni nostro dato perderebbe di valore. E nel pieno della rivoluzione che si basa, grazie anche all’Intelligenza artificiale (o Super intelligenza come dice Trump) non sarebbe un danno irrilevante. P.s. Quando venne nominato presidente dell’Istat, Enrico Giovannini incontrò Silvio Berlusconi. Il capo del governo, che lo aveva nominato, gli comunicò tutto il suo entusiasmo per la “valorizzazione” dei dati, soprattutto sull’occupazione. Giovannini, che diresse l’Istituto anche con il governo Monti, gli fece gentilmente capire che l’Istat non era l’ufficio studi di una delle sue aziende.
Deficit, non prendetevela con l’Istat
Il disappunto del governo per aver mancato l’obiettivo del rientro (peraltro anticipato, la scadenza è il 2027) dalla procedura di deficit eccessivo è del tutto giustificato. Ciò non toglie che l’esecutivo abbia tenuto in relativo ordine il quadro di finanza pubblica in un anno, il 2025, assai complicato per gli eventi internazionali. Quello 0,1 per cento, anche meno, mancante per il rientro anticipato dalla procedura, può persino far comodo . Spendere per esempio in armi in campagna elettorale non porta voti, li toglie. C’è poi un indiscutibile freno alle promesse avventate. Con il nostro livello di debito pubblico (136,7 per cento) sono sconsigliabili “scostamenti” avventurosi come quelli sventolati da Matteo Salvini . Giorgia Meloni, ieri sera a Porta a porta, intervistata da Bruno Vespa, si è rammaricata del fatto che nella stessa giornata l’Istituto di Statistica abbia rivisto il dato di crescita del Pil del 2024 dallo 0,7 all’1,1 per cento. «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace, non vorrei che succedesse anche fra tre anni». Non è escluso che questo accada, cioè che si scopra in seguito di essere sotto il 3 per cento di deficit (le revisioni dopo il Covid sono sempre state al rialzo) ma se avverrà sarà il frutto dell’opera di manutenzione di quello che è un attivo del Paese, ovvero il suo patrimonio informativo. Sulla base di dati che oggi però non ci sono. La revisione non è un giudizio retroattivo sulla prima stima, né la confessione di errori che comunque possono sempre esserci . La credibilità dell’Istat è anche la credibilità dell’Italia . Se solo vi fosse il sospetto di una «sovrastima» del governo ogni nostro dato perderebbe di valore. E nel pieno della rivoluzione che si basa, grazie anche all’Intelligenza artificiale (o Super intelligenza come dice Trump) non sarebbe un danno irrilevante. P.s. Quando venne nominato presidente dell’Istat, Enrico Giovannini incontrò Silvio Berlusconi. Il capo del governo, che lo aveva nominato, gli comunicò tutto il suo entusiasmo per la “valorizzazione” dei dati, soprattutto sull’occupazione. Giovannini, che diresse l’Istituto anche con il governo Monti, gli fece gentilmente capire che l’Istat non era l’ufficio studi di una delle sue aziende.

SOURCE TRANSPARENCY