«Daje! Grandi!». Alle 12 meno una manciata di minuti la premier risponde su WhatsApp ai senatori che l’avvisano in diretta: missione compiuta, Giorgia. La legge elettorale è passata in Senato, liscia come l’olio. C’erano dubbi? No. Il padrone di casa, Ignazio La Russa, esce dall’Aula. Umore dei giorni migliori. Va seguito. Spesso regala fantastiche perle. Eccone una, nera come il black humor: «Se mi ricandiderò? Certo! Voglio morire senatore». La seconda carica dello Stato poi si fa serio, difende la legge perché «non avvantaggia nessuno». Il non detto, che però pensano quasi tutti nel centrodestra coi sondaggi alla mano, è che senza Roberto Vannacci sarà «dura» raggiungere il premio di maggioranza. Prima occorre terminare l’opera a Montecitorio. Meloni è tentata dalla sfida: niente fiducia, vediamo che succede con i voti segreti, articolo per articolo, che tanto a quel punto saranno richiesti dalle opposizioni. Intanto tra i vincitori — i senatori costretti e coscritti di Lega e FI — si respira un’arietta mesta , mentre Matteo Renzi al centro del Salone Garibaldi aiuta i cronisti a cucire retroscena da qui al 2047. Scenetta made in FdI: Marcello Pera, che ha ritirato l’emendamento sul doppio turno, incontra il presidente della Commissione Affari costituzionali Andrea De Priamo: «Ora che hai ottenuto ciò che volevi, va in chiesa a confessarti». C’è anche Matteo Salvini, avvistato in Aula a parlare in maniera più che accalorata con Giulia Bongiorno (responsabile Giustizia del Carroccio) e Andrea Ostellari, (sottosegretario di Via Arenula). Discutono di come spostare il confine della legittima difesa, ora che tre disegni di legge sono in Commissione. Altro che capilista. «Io di legge elettorale non parlo», dice il ministro Roberto Calderoli, per storica ammissione padre del Porcellum. Poco distanti Salvini e Massimiliano Romeo si incrociano, ma non si salutano. Nemmeno si guardano. Il secondo sarebbe — anzi è — il capogruppo della Lega qui a Palazzo Madama. Ma come? «Già, Matteo non mi parla da luglio», confessa Romeo. Allora, tanti auguri per Pontida, capogruppo. «Vedremo se mi farà parlare dal palco. Se lo farà, di sicuro mi farà fischiare». Insomma dietro ai numeri, solidi e con la testa dura, si nascondono i dolori degli alleati di Meloni. Claudio Lotito di Forza Italia cita Il Cinque maggio (che non è solo la data della storica vittoria della sua Lazio contro l’Inter nel 2002): «Se mi piace questa legge? Ai posteri l’ardua sentenza», dice con la testa altrove (secondo i magistrati ci fu un piano contro di lui per fargli cedere la società biancoceleste, altro che listino). Si è fatta una certa ora, maggioranza e opposizioni si incontrano al tavolo, che non è quello delle riforme, ma del ristorante di Palazzo Madama. Le preferenze finiscono affogate nel sughetto del vitello porchettato. Epitaffio di Pier Ferdinando Casini: «Il governo ha voluto questa legge inutile per sé e per gli altri». Rispunta La Russa, nuovo crocchio di cronisti: «Ora manca l’ultimo sì della Camera: perché non dovrebbe passare, scusate?». A Montecitorio, dove il testo arriverà in terza lettura a fine mese, la cosa si farà un pizzico più intrigante. La Camera lo scorso luglio si trasformò in un poligono per le esercitazioni dei franchi tiratori che impallinarono le preferenze. Fu clamoroso. E questa volta? Pure i busti sanno che in caso di incidenti Meloni salirà al Colle per dimettersi e votare a gennaio dopo la manovra. Nonostante questo bazooka sul tavolo il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, non sorride. Maneggia un foglietto interessante: ci sono i numeri (e i nomi) dei deputati del centrodestra alla prima legislatura che in caso di crac andrebbero a casa senza la pensione che scatta da aprile. Dentro al suo partito (FdI) sono 78 su 112, ma tra gli alleati la cifra precipita: i forzisti al primo giro sono solo 18 su 52 e i leghisti 13 su 44. Una coltre di sospetto piomba su chi, con la pensione già in tasca, potrebbe sentirsi come Sansone con i filistei, facendo saltare il banco. «Non ci sono avvisaglie di scherzetti: troppo rischioso», confida un fu franco tiratore forzista. La svolta di queste ore è che il governo, dunque Meloni, avrebbe cambiato strategia: inutile porre la questione di fiducia su due o tre articoli (quelli modificati in Senato) se tanto ci sarà il voto segreto finale. «Forse infatti è inutile, ci stiamo riflettendo», ammette Ciriani. Così Meloni potrebbe sfidare la sua maggioranza per stanare chi — nel segreto della pulsantiera — buono a nulla, sarebbe capace di tutto.