«Quando si presenta al voto, la nostra piccola Dc prende tra lo 0,5 e l’1 per cento. A me sembra sempre pochino, ma stavolta è un pochino che cambia la vita », sussurra il neodemocristiano Gianfranco Rotondi , reduce dal convegno di Saint-Vincent in cui ha ricevuto il videomessaggio di Giorgia Meloni sul centro come «cultura che caratterizza l’azione di governo». Millecinquecento chilometri più giù, a Taormina, c’è il sindaco Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord: « Il nostro 1,5 per cento fa gola a tutti. E visto che il Campo largo mi sembra un campo santo, presto ci saranno importanti novità...». Sondaggi alla mano, sono come Fabio Grosso davanti al dischetto dei rigori del 2006: gli onestissimi terzini che possono decidere un Mondiale , consegnando alle coalizioni quello zero-virgola che può valere il premio di maggioranza della futura legge elettorale e quindi la vittoria piena. Sono i centristi. Di quelli agganciati al treno Schlein-Conte si parla sempre. Ora spuntano quelli dell’altra parte, perché la presidente del Consiglio ha imposto ai suoi la fermata del bus che fa salire tutti a bordo . «Ho tra le mani un sondaggio secondo cui, dei diciotto milioni di possibili astensionisti, nove non sono persone inca…ate attratte da Vannacci; sono, al contrario, moderati delusi che dobbiamo riconquistare », dice Maurizio Lupi, che con Noi moderati interpreta la parte più centrista dello spartito dell’attuale centrodestra. «Con buona pace del mio amico Tajani, che a volte mi sembra il Re Sole del centrismo , quello che si alza la mattina e dice “Il centro sono io!”. Qua non è solo questione di chi pesa quanto; è questione di interpretare il centro come il luogo in cui cultura politica, serietà e competenza diventano gli ingredienti per governare a lungo». Il peso — anche se piuma, in alcuni casi — è decisivo. Con la nuova legge elettorale basta un battito d’ali di farfalla a stabilire chi vince e chi perde. Le vedette del centrosinistra guardano con una certa apprensione ai minimi movimenti che si registrano dall’altra parte. E, tra questi, anche al nuovo partito dei sindaci del centrodestra, battezzato l’altro ieri ad Assisi col nome « Sindaci d’Italia », dove figurano anche vecchie conoscenze del mondo progressista, compreso un ex segretario regionale del Pd (il calabrese Ernesto Magorno, già renzianissimo senatore e poi sindaco di Diamante, in provincia di Cosenza). Che la rincorsa al centro stia per tornare a essere lo sport nazionale dei geometri delle coalizione lo si capisce anche dal dibattito interno ai partiti dell’area. Basti pensare a Forza Italia, dove il vicesegretario e presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto sta smuovendo mari e monti per attrarre consensi da fuori. Al punto che l’altra sera, durante un dibattito televisivo alla presenza di Galeazzo Bignami e di Maria Elena Boschi , ha scandito che «io per esempio una come Boschi dentro il centrodestra la vorrei, come anche Calenda e gli altri riformisti ». Cateno De Luca sembra a un passo dall’accordo con Meloni. Laura Castelli, l’ex cinquestelle che oggi fa la presidente di Sud chiama Nord, sottolinea che « nel Campo largo c’è confusione mentre Meloni ha dimostrato di avere la schiena dritta, a cominciare dalla politica estera». Chi c’era già, rimane. «Non per questioni di potere — dice Rotondi — altrimenti più che un centro politico saremmo un centro commerciale. Ma perché noi siamo qui dal 1995. Lo chiamarono il “Patto di via dell’Anima”. Lo firmai io, all’epoca direttore politico del Popolo , nell’allora casa di Silvio Berlusconi, alla presenza del Cavaliere. Non mi sono più mosso da lì».
Da Lupi a Cateno De Luca, la spinta dei centristi moderati. «I delusi? Li recuperiamo noi»
«Quando si presenta al voto, la nostra piccola Dc prende tra lo 0,5 e l’1 per cento. A me sembra sempre pochino, ma stavolta è un pochino che cambia la vita », sussurra il neodemocristiano Gianfranco Rotondi , reduce dal convegno di Saint-Vincent in cui ha ricevuto il videomessaggio di Giorgia Meloni sul centro come «cultura che caratterizza l’azione di governo». Millecinquecento chilometri più giù, a Taormina, c’è il sindaco Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord: « Il nostro 1,5 per cento fa gola a tutti. E visto che il Campo largo mi sembra un campo santo, presto ci saranno importanti novità...». Sondaggi alla mano, sono come Fabio Grosso davanti al dischetto dei rigori del 2006: gli onestissimi terzini che possono decidere un Mondiale , consegnando alle coalizioni quello zero-virgola che può valere il premio di maggioranza della futura legge elettorale e quindi la vittoria piena. Sono i centristi. Di quelli agganciati al treno Schlein-Conte si parla sempre. Ora spuntano quelli dell’altra parte, perché la presidente del Consiglio ha imposto ai suoi la fermata del bus che fa salire tutti a bordo . «Ho tra le mani un sondaggio secondo cui, dei diciotto milioni di possibili astensionisti, nove non sono persone inca…ate attratte da Vannacci; sono, al contrario, moderati delusi che dobbiamo riconquistare », dice Maurizio Lupi, che con Noi moderati interpreta la parte più centrista dello spartito dell’attuale centrodestra. «Con buona pace del mio amico Tajani, che a volte mi sembra il Re Sole del centrismo , quello che si alza la mattina e dice “Il centro sono io!”. Qua non è solo questione di chi pesa quanto; è questione di interpretare il centro come il luogo in cui cultura politica, serietà e competenza diventano gli ingredienti per governare a lungo». Il peso — anche se piuma, in alcuni casi — è decisivo. Con la nuova legge elettorale basta un battito d’ali di farfalla a stabilire chi vince e chi perde. Le vedette del centrosinistra guardano con una certa apprensione ai minimi movimenti che si registrano dall’altra parte. E, tra questi, anche al nuovo partito dei sindaci del centrodestra, battezzato l’altro ieri ad Assisi col nome « Sindaci d’Italia », dove figurano anche vecchie conoscenze del mondo progressista, compreso un ex segretario regionale del Pd (il calabrese Ernesto Magorno, già renzianissimo senatore e poi sindaco di Diamante, in provincia di Cosenza). Che la rincorsa al centro stia per tornare a essere lo sport nazionale dei geometri delle coalizione lo si capisce anche dal dibattito interno ai partiti dell’area. Basti pensare a Forza Italia, dove il vicesegretario e presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto sta smuovendo mari e monti per attrarre consensi da fuori. Al punto che l’altra sera, durante un dibattito televisivo alla presenza di Galeazzo Bignami e di Maria Elena Boschi , ha scandito che «io per esempio una come Boschi dentro il centrodestra la vorrei, come anche Calenda e gli altri riformisti ». Cateno De Luca sembra a un passo dall’accordo con Meloni. Laura Castelli, l’ex cinquestelle che oggi fa la presidente di Sud chiama Nord, sottolinea che « nel Campo largo c’è confusione mentre Meloni ha dimostrato di avere la schiena dritta, a cominciare dalla politica estera». Chi c’era già, rimane. «Non per questioni di potere — dice Rotondi — altrimenti più che un centro politico saremmo un centro commerciale. Ma perché noi siamo qui dal 1995. Lo chiamarono il “Patto di via dell’Anima”. Lo firmai io, all’epoca direttore politico del Popolo , nell’allora casa di Silvio Berlusconi, alla presenza del Cavaliere. Non mi sono più mosso da lì».

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