Massimo D’Alema, lei apre il suo racconto autobiografico, “Eravamo comunisti”, pubblicato da Feltrinelli, con la morte sul Piave di suo zio Antonio, medaglia d’argento al valor militare, il 2 novembre 1918.  «Fu una sliding door. Mio padre Giuseppe mi disse che suo fratello era un ardente nazionalista, forse sarebbe stato fascista. Se non fosse morto, forse la vita di papà sarebbe stata diversa, e anche la mia».  Suo padre divenne comunista e capo partigiano.   «Sfuggì alla morte più di una volta. A Ferrara i fascisti lo sorpresero all’uscita da una riunione clandestina, gli spararono, ebbe il soprabito bucherellato dai proiettili, si salvò fuggendo sulla bicicletta che gli porse un compagno, che fu preso, torturato e fucilato».  Suo zio Domenico fu deportato a Mauthausen.   «Tornò malato di tifo. Non era più lo stesso».  Anche nella sua famiglia materna erano tutti comunisti.  «La capofabbricato voleva denunciarli. Nonna Margherita le mise la testa sotto l’acqua del lavatoio e la tirò su cianotica: “Fatte l’affari tua”. E quella così fece».  È vero che i suoi genitori si fidanzarono all’ambasciata sovietica? «Lavoravano alle Botteghe Oscure, mio padre era invitato al ricevimento per il 7 novembre, la vittoria sui nazisti. Mia madre gli fece: “Dici sempre che ti piaccio tanto, perché non mi porti?”. Così sul cartoncino d’invito lui aggiunse a penna “e moglie”, e la portò».  A sei anni lei era già nei Pionieri.   «Ricordo una bambina bionda, bellissima, di cui mi innamorai: Chiara Ingrao. La presidente era Gaspara Pajetta. Siccome non avevamo una sede, andammo a protestare da Togliatti».  Com’era Togliatti?   «Curioso. Gentile. Ci ascoltò, ci fece molte domande: cosa fate? quanti iscritti avete? Poi ci disse: “Occupate la sede. Forzate la saracinesca con un piede di porco”. Nessuno di noi sapeva cosa fosse un piede di porco, ma non osammo chiederglielo. “Se qualcuno protesta, rispondete che ve l’ha detto Togliatti”.  Così facemmo».  Lei arrivò a Genova a undici anni, nei giorni della rivolta del luglio ’60. «Troppo piccolo per partecipare agli scontri. Le prime botte dalla polizia le presi nel 1967, in un corteo in difesa della democrazia greca».  In quel 1967 entrò alla Normale di Pisa.   «Sulle scale incontrai Fabio Mussi, con la frangetta. Si sentiva l’eco degli scontri: il Fuan teneva una manifestazione per i colonnelli greci, c’era pure Rauti. Posammo le valigie in portineria e ci gettammo nella mischia».  Ha preso altre botte?  «La prima grande manifestazione a Pisa fu all’inizio del ’68. La polizia ci caricò brutalmente, presi un sacco di manganellate. Più tardi un vecchio compagno della Fiat mi spiegò come fare: “Non scappare, non chinare la testa, guardali. È più difficile picchiare uno che ti guarda in faccia. Se devi ritirarti, muoviti senza voltare le spalle”. Funzionava».  Lei scrive che prese una coltellata da un fascista.   «Vede questa cicatrice? (D’Alema mostra un segno sulla mano destra). Nella rissa uno tirò fuori un coltello, io mi protessi con la mano, il colpo mi aprì un dito. Il sangue che zampillava spaventò più lui di me. Gli dissi: questa roba non conviene a nessuno».  Lo denunciò?  «Per queste cose non si andava dalla polizia. Da allora ci rispettammo, ci salutavamo da lontano. Invece rimasi molto male quando sulle scale della Sapienza fui picchiato da Giorgio Pietrostefani».  Pietrostefani?  «Eravamo reduci da un’assemblea in cui la nostra mozione aveva prevalso sulla loro. Mi saltò addosso, era una forza della natura, mi diede un sacco di botte. Fu umiliante, così, davanti a tutti. Qualcuno del servizio d’ordine gli spiegò poi riservatamente che non era il caso di aggredire un dirigente del Pci».  Lei era sia nel Pci sia nel movimento. E finì anche in tribunale.   «In corte d’assise. Non ricordo quanti anni di carcere chiese il pm, mi pare cinque...».  Come andò?  «Arrestarono due studenti, ci fu un corteo di solidarietà. Poi un gruppo guidato da Adriano Sofri si diresse verso la stazione, chiaramente per scontrarsi con la polizia. Non mi trattenni e andai alla stazione. Ma al processo Rina Gagliardi testimoniò che ero con lei al seminario di filosofia. E mi fece assolvere».  Nel 1968 andò a Praga.  «Con mio zio, quello tornato da Mauthausen. I ragazzi disegnavano le svastiche con il gessetto sui carri armati sovietici. Ne feci una anch’io».  Era anche alla Bussola, Capodanno 1969. I carabinieri spararono, Soriano Ceccanti rimase paralizzato.   «Commisi un’imprudenza, portai anche mio fratello Marco e la mia fidanzata Gioia. Quando cominciò la caccia all’uomo, li feci salire con un’auto di passaggio».  Perché lei rimase?  «Per vedere cosa succedeva, per non abbandonare il campo di battaglia. Fu un vero rastrellamento. Con Pino Masi, il cantautore, ci mettemmo in salvo scivolando carponi sulla spiaggia, tra i pattìni. Gian Mario Cazzaniga, il leader del movimento studentesco, mi chiese: “Come fai ad andare dietro a un pazzo come Adriano Sofri?”. Anche il capo della federazione del Pci mi rimproverò aspramente. Invece Pajetta mi disse: “Meglio rischiare e sbagliare che stare a casa”. Era rimasto il ragazzo rosso della sua giovinezza sovversiva».  Non tutti i vecchi compagni erano teneri con voi.   «Con Mussi e altri entrai nel comitato nazionale del partito per l’università. Alla prima riunione mi persi nei corridoi delle Botteghe Oscure. Mi imbattei in un uomo tarchiato e roccioso, un gigante. Gli chiesi: compagno, sai dov’è la riunione? Mi squadrò. Io, capellone, con l’eskimo, non ero un grande spettacolo. Poi disse: “Voi studenti siete tutti teste di cazzo”. E se ne andò. Seppi dopo che era Willy Schiapparelli, leggendario combattente in Spagna e nella Resistenza».  E Sofri com’era?   «Affascinante. Soreliano, con una forte carica di vitalismo. Lotta continua fu il frutto più originale del ’68. Molto tempo dopo andai a trovarlo in carcere, pensavamo di scrivere un libro insieme, avemmo una lunga conversazione e alla fine ci accorgemmo che per sbaglio non avevamo registrato nulla...».  Pensa che sia il mandante dell’omicidio Calabresi?   «Non lo so. So che è stato uno dei pochi protagonisti di quella stagione a pagare».  Nel libro racconta di aver portato in epoche diverse le tre donne della sua vita nello stesso teatro di Londra, lo Shaftesbury.   «Nel ’69 vidi Hair con Gioia, nell’82 Cats con Giusi, e con Linda Chicago, in una splendida edizione con Ute Lemper. Vicino a noi c’era Mike Bongiorno con moglie e figli. Un uomo simpaticissimo».  Gioia era di una grande famiglia ebraica.   «Il nonno, Leone, era stato rabbino di Firenze, sfuggito ai campi di sterminio, dove era morta la madre. Gioia mi portò a conoscerlo. Mi chiese: “Lei è comunista? Sì? Che spreco!”. Perché? “La rivoluzione è come bruciare una casa per cuocere due uova al tegamino”».  Le venne il primo dubbio sul comunismo?   «Dubbio, no. Però mi colpì».  Con Gioia vi sposaste, vi lasciaste, ma continuaste a vedervi.  «Ogni tanto, presi dalla passione. Come in Scene da un matrimonio di Bergman. Ma poi finì».  Berlinguer la chiamò alla guida della Federazione giovanile comunista. «Mi informò: “Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Cosa pensi di fare?”. Risposi che preferivo restare a Pisa. Berlinguer mi guardò, e accennò un sorriso: “No, forse non hai capito. Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Che cosa pensi di fare come segretario della Fgci?”.  Il segretario generale calcò l’accento sulla parola “deciso”. Non avevo alternative».  Com’era Berlinguer?   «Un uomo di una fermezza assoluta. Molto garbato e molto deciso. Non era la fragilità corazzata di arroganza; era la testardaggine avvolta dalla gentilezza. Ricordo lo scontro sul referendum sulla scala mobile».  1984, governo Craxi.   «Lama, Bufalini, Chiaromonte, Nilde Iotti erano contro. La storia del partito. Lui non replicò neppure. Mise ai voti. Il referendum passò per poco. Ma sono convinto che Berlinguer non volesse farlo».  Questa è una rivelazione.  «La sua idea era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui, e avere un altro governo».  Berlinguer e Craxi si detestavano.  «Da quel