C'è una sostanziale differenza tra le circolari dell'allora ministro dell'Istruzione Sergio Mattarella , una del 1989 e una dell'anno successivo, e il decreto che il governo si prepara a varare: le prime consigliano la ripartizione degli studenti stranieri nelle diverse classi all'interno di una scuola per evitare la creazione di classi ghetto con tutti e solo gli stranieri, divisi dagli alunni italiani. Il numero di stranieri «dello stesso gruppo linguistico» considerato congruo per ogni classe era di cinque, ma era vietato chiedere agli studenti di spostarsi da un plesso (sede) all'altro della scuola ai soli fini di organizzare le classi. Il nuovo decreto invece, secondo le anticipazioni del ministro Valditara, dovrebbe prescrivere ai presidi proprio di «smistare» gli studenti stranieri in eccesso, oltre il tetto del 30 per cento, non solo tra sedi di una scuola ma presso altre scuole, sperabilmente di zona. E' la prima volta che diventa prescrittivo per i dirigenti scolastici segnalare gli studenti oltre il tetto del 30 per cento all'ufficio scolastico regionale per destinarli ad altre scuole. Erano altri tempi, lo ha detto anche il Quirinale, la pressione migratoria era inferiore. Ma allora, all'indomani della caduta del Muro, un'ondata di migranti dai Paesi dell'Est era arrivata nel nostro Paese, e in alcuni quartieri e zone industriali, le scuole si trovavano a fare i conti con una situazione sconosciuta. Per questo le circolari indicavano come rendere l'accoglienza il più proficua possibile. Alcuni casi di formazione di classi di soli stranieri avevano attirato l'attenzione anche dei giornali. Ecco allora le prime indicazioni alle scuole per affrontare la nuova composizione della popolazione scolastica: «L'assegnazione alle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe. Al riguardo sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani , mentre può essere utile costituire gruppi anche superiori alle cinque unità nei momenti di specifiche attività linguistiche». Per gli stranieri, oltre a corsi di recupero, se necessari, veniva raccomandato alle scuole di considerare la «valorizzazione della lingua e cultura d'origine con percorsi integrativi validi anche per gli studenti italiani. « Gli alunni stranieri sono prima di tutto alunni - scriveva l'allora ministro dell'Istruzione - bambini e bambine, ragazzi e ragazze, con le loro individualità e differenze, fra le quali l'appartenenza ad una diversa etnia si colloca come una delle variabili da prendere in considerazione, senza tuttavia escludere gli opportuni accertamenti sul piano motorio, cognitivo e socio-affettivo che sono alla base di una corretta azione programmatoria per tutti gli alunni». Oltre ad una serie di indicazioni per costituire percorsi educativi personalizzati, politiche di accoglienza, collaborazioni con gli enti locali e le associazioni sul territorio per gestire i nuovi studenti, la circolare 250 del 26 luglio del 1990, ricordata dalla premier Giorgia Meloni, consigliava alle scuole di conoscere e coinvolgere anche le famiglie, di attivare percorsi interculturali e ovviamente di attivarsi per le prescrizioni sanitarie come le vaccinazioni. Già allora troviamo una distinzione dei «bisogni» degli studenti di prima e seconda generazione (quelli nati qui), e tra gli studenti provenienti dai paesi Ue e quelli extracomunitari (allora anche tutto l'Est europeo). Per i primi è automatico l'inserimento nella classe corrispondente alla loro età, come previsto dalle norme europee mentre per gli altri la scuola deve valutare il percorso scolastico fatto ed eventualmente inserirli nella classe precedente per favorire l'apprendimento. Ma con un'accortezza: «l'inserimento in classe inferiore potrebbe risultare addirittura penalizzante per l'alunno, se disposto soltanto a causa dell'insufficiente padronanza della lingua italiana». E non solo: le prove per stabilire il livello di italiano «più che con finalità selettiva» dovevano servire per «migliorare la programmazione didattica», in base alle esigenze dei singoli.
Cosa dicevano le circolari di Mattarella, citate da Meloni, sugli stranieri a scuola | Il testo
C'è una sostanziale differenza tra le circolari dell'allora ministro dell'Istruzione Sergio Mattarella , una del 1989 e una dell'anno successivo, e il decreto che il governo si prepara a varare: le prime consigliano la ripartizione degli studenti stranieri nelle diverse classi all'interno di una scuola per evitare la creazione di classi ghetto con tutti e solo gli stranieri, divisi dagli alunni italiani. Il numero di stranieri «dello stesso gruppo linguistico» considerato congruo per ogni classe era di cinque, ma era vietato chiedere agli studenti di spostarsi da un plesso (sede) all'altro della scuola ai soli fini di organizzare le classi. Il nuovo decreto invece, secondo le anticipazioni del ministro Valditara, dovrebbe prescrivere ai presidi proprio di «smistare» gli studenti stranieri in eccesso, oltre il tetto del 30 per cento, non solo tra sedi di una scuola ma presso altre scuole, sperabilmente di zona. E' la prima volta che diventa prescrittivo per i dirigenti scolastici segnalare gli studenti oltre il tetto del 30 per cento all'ufficio scolastico regionale per destinarli ad altre scuole. Erano altri tempi, lo ha detto anche il Quirinale, la pressione migratoria era inferiore. Ma allora, all'indomani della caduta del Muro, un'ondata di migranti dai Paesi dell'Est era arrivata nel nostro Paese, e in alcuni quartieri e zone industriali, le scuole si trovavano a fare i conti con una situazione sconosciuta. Per questo le circolari indicavano come rendere l'accoglienza il più proficua possibile. Alcuni casi di formazione di classi di soli stranieri avevano attirato l'attenzione anche dei giornali. Ecco allora le prime indicazioni alle scuole per affrontare la nuova composizione della popolazione scolastica: «L'assegnazione alle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe. Al riguardo sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani , mentre può essere utile costituire gruppi anche superiori alle cinque unità nei momenti di specifiche attività linguistiche». Per gli stranieri, oltre a corsi di recupero, se necessari, veniva raccomandato alle scuole di considerare la «valorizzazione della lingua e cultura d'origine con percorsi integrativi validi anche per gli studenti italiani. « Gli alunni stranieri sono prima di tutto alunni - scriveva l'allora ministro dell'Istruzione - bambini e bambine, ragazzi e ragazze, con le loro individualità e differenze, fra le quali l'appartenenza ad una diversa etnia si colloca come una delle variabili da prendere in considerazione, senza tuttavia escludere gli opportuni accertamenti sul piano motorio, cognitivo e socio-affettivo che sono alla base di una corretta azione programmatoria per tutti gli alunni». Oltre ad una serie di indicazioni per costituire percorsi educativi personalizzati, politiche di accoglienza, collaborazioni con gli enti locali e le associazioni sul territorio per gestire i nuovi studenti, la circolare 250 del 26 luglio del 1990, ricordata dalla premier Giorgia Meloni, consigliava alle scuole di conoscere e coinvolgere anche le famiglie, di attivare percorsi interculturali e ovviamente di attivarsi per le prescrizioni sanitarie come le vaccinazioni. Già allora troviamo una distinzione dei «bisogni» degli studenti di prima e seconda generazione (quelli nati qui), e tra gli studenti provenienti dai paesi Ue e quelli extracomunitari (allora anche tutto l'Est europeo). Per i primi è automatico l'inserimento nella classe corrispondente alla loro età, come previsto dalle norme europee mentre per gli altri la scuola deve valutare il percorso scolastico fatto ed eventualmente inserirli nella classe precedente per favorire l'apprendimento. Ma con un'accortezza: «l'inserimento in classe inferiore potrebbe risultare addirittura penalizzante per l'alunno, se disposto soltanto a causa dell'insufficiente padronanza della lingua italiana». E non solo: le prove per stabilire il livello di italiano «più che con finalità selettiva» dovevano servire per «migliorare la programmazione didattica», in base alle esigenze dei singoli.

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