Quando si può chiedere la revisione di una sentenza definitiva emessa in un processo penale? In quattro casi, come stabilisce l’articolo 630 del codice di procedura penale. Può avvenire quando i fatti sui quali si basava la sentenza «sono inconciliabili» con quelli di un’altra sentenza. Nel caso di Garlasco, avverrebbe nell'ipotesi in cui  Andrea Sempio fosse condannato in via definitiva (processo conclusosi in Cassazione)  come unico assassino di Chiara Poggi dopo che, per lo stesso motivo, era stato condannato a 16 anni di carcere Alberto Stasi. È il cosiddetto «contrasto tra giudicati». Oppure quando la condanna era basata su un’altra sentenza che è stata nel frattempo revocata o annullata. Ma la revisione arriva anche se emergono nuove prove che dimostrano l’innocenza del condannato. Nel caso Garlasco, una nuova prova potrebbe essere lo spostamento in avanti dell’ora della morte della vittima che la renderebbe incompatibile con la presenza di Stasi in casa Poggi e, se fosse provata, l’assenza del dna della vittima sui pedali della famosa bicicletta dello stesso Stasi. Infine, se la condanna si era basata su un atto falso o «di un altro fatto previsto dalla legge come reato»: astrattamente, potrebbe essere ancora la questione del dna se si dimostrasse che qualcuno non ha comunicato, come rileva la difesa Stasi, i risultati di due accertamenti che ne escludevano la presenza. Chi può chiedere la revisione? Il condannato, un suo prossimo congiunto, il tutore e, nel caso il primo fosse morto, suoi eredi e congiunti. Lo può fare anche «il procuratore generale presso la Corte di appello nel cui distretto fu pronunciata la sentenza di condanna». Nella vicenda Garlasco si tratterebbe del pg di Milano, al quale la procura di Pavia ha già trasmesso, per valutarli, gli atti dell’inchiesta che vede indagato Sempio. Dove si svolge il processo di revisione? Nella corte d’appello che è competente per questo procedimento. Per la vicenda Garlasco sarebbe quella di Brescia, dato che la sentenza fu pronunciata a Milano.