Il terzo tentativo si è infranto contro lo scoglio insormontabile delle parole più semplici. Davanti a domande basilari come la propria età , il numero dei figli o le parole dell'Inno di Mameli, la signora Rachida, 63 anni e da quindici residente in Italia, è rimasta in silenzio, aggrappata all'aiuto del figlio Yassine El Ouardi. L'iter per la concessione della cittadinanza alla donna di origini marocchine si chiude così, con un definitivo esito negativo siglato nel municipio di Cadoneghe , nel Padovano. Un caso che ha ormai travalicato i confini provinciali, diventando il simbolo di un cortocircuito normativo sull'integrazione e sui requisiti linguistici dei « lungo soggiornanti ». «Ci sono rimasta male» ha fatto sapere la donna, grazie alla traduzione del figlio, ai cronisti che la attendevano all'uscita dal Comune, riuscendo a pronunciare in autonomia solo un timido « bene » alla domanda «come stai?» e abbozzando a memoria le primissime parole della formula di rito: «Giuro di essere fedele». Ma la memoria meccanica non basta per acquisire lo status di cittadino italiano. A tradurre pensieri e ostacoli è sempre il figlio, assistente in un ristorante della zona, che ha tracciato il ritratto di una vita vissuta ai margini della comunità, complici anche alcuni recenti problemi di salute agli occhi e all'udito. Rachida, pur essendo sposata con un cittadino naturalizzato italiano, non ha amiche nel nostro Paese e frequenta solo il mercato e i giardinetti. « Per fare la spesa non serve l'italiano, basta avere i soldi » ha detto il giovane con pragmatismo, rivelando un dettaglio cruciale: la madre ha presentato l'istanza ignorando totalmente che la conoscenza della lingua fosse un requisito obbligatorio per legge. La parola fine sulla procedura comunale è stata messa nero su bianco in una nota ufficiale inviata nel pomeriggio di oggi, 1 ottobre, alla Prefettura di Padova. Il documento, a firma della responsabile del Settore Servizi alla persona, certifica formalmente la mancata prestazione del giuramento e l'impossibilità di procedere con il relativo atto di stato civile «per effettiva incapacità di comunicare in lingua italiana e di leggere la formula di rito del giuramento senza l'ausilio di un interprete». La pratica torna dunque nelle mani del Palazzo del Governo, che ora dovrà formalmente esigere dalla donna il superamento di un esame per il rilascio di un certificato linguistico di livello B1 . Il sindaco leghista Marco Schiesaro, protagonista di un braccio di ferro amministrativo validato nei giorni scorsi dallo stesso ministero dell'Interno, ha voluto ribadire il senso profondo della sua decisione, respingendo le accuse di accanimento. «Non c'è nulla di personale con la signora , anzi con il figlio abbiamo avuto modo di condividere un po' le origini — ha spiegato il primo cittadino —. Ma l'iter finisce qui. Credo che il “caso Cadoneghe” abbia fatto scuola: rimane evidente che, anche di fronte all'ipotesi di un lungo soggiorno, non ci sono regole, cavilli o commi che possano esonerare una persona dall'apprendere l'italiano. Ne va della sua stessa libertà. Una volta che imparerà la lingua, anche in maniera rudimentale, a spizzichi e bocconi, potrà girare liberamente, comprare il pane, parlare con le altre signore. Una comunità è forte solo se permette a tutti di integrarsi dialogando». L'amministrazione ha già invitato la cittadina a frequentare i corsi di lingua organizzati dal Comune . Un suggerimento che, al netto delle furibonde polemiche politiche divampate nelle scorse settimane, è stato accolto con assoluta serenità dalla stessa famiglia. È stato infatti proprio Yassine, pur confermando l'amarezza della madre per la bocciatura, a chiudere la vicenda con una presa di coscienza inequivocabile: «Molti stranieri leggono il giuramento, ripetono la formula e a loro danno la cittadinanza. Ma comunque il sindaco ha ragione: lei deve imparare l'italiano» . Farà il corso, ha assicurato il giovane, e un domani ci riproverà.
Cittadinanza negata a donna di 63 anni, il figlio: «Il sindaco ha ragione: deve imparare l'italiano»
Il terzo tentativo si è infranto contro lo scoglio insormontabile delle parole più semplici. Davanti a domande basilari come la propria età , il numero dei figli o le parole dell'Inno di Mameli, la signora Rachida, 63 anni e da quindici residente in Italia, è rimasta in silenzio, aggrappata all'aiuto del figlio Yassine El Ouardi. L'iter per la concessione della cittadinanza alla donna di origini marocchine si chiude così, con un definitivo esito negativo siglato nel municipio di Cadoneghe , nel Padovano. Un caso che ha ormai travalicato i confini provinciali, diventando il simbolo di un cortocircuito normativo sull'integrazione e sui requisiti linguistici dei « lungo soggiornanti ». «Ci sono rimasta male» ha fatto sapere la donna, grazie alla traduzione del figlio, ai cronisti che la attendevano all'uscita dal Comune, riuscendo a pronunciare in autonomia solo un timido « bene » alla domanda «come stai?» e abbozzando a memoria le primissime parole della formula di rito: «Giuro di essere fedele». Ma la memoria meccanica non basta per acquisire lo status di cittadino italiano. A tradurre pensieri e ostacoli è sempre il figlio, assistente in un ristorante della zona, che ha tracciato il ritratto di una vita vissuta ai margini della comunità, complici anche alcuni recenti problemi di salute agli occhi e all'udito. Rachida, pur essendo sposata con un cittadino naturalizzato italiano, non ha amiche nel nostro Paese e frequenta solo il mercato e i giardinetti. « Per fare la spesa non serve l'italiano, basta avere i soldi » ha detto il giovane con pragmatismo, rivelando un dettaglio cruciale: la madre ha presentato l'istanza ignorando totalmente che la conoscenza della lingua fosse un requisito obbligatorio per legge. La parola fine sulla procedura comunale è stata messa nero su bianco in una nota ufficiale inviata nel pomeriggio di oggi, 1 ottobre, alla Prefettura di Padova. Il documento, a firma della responsabile del Settore Servizi alla persona, certifica formalmente la mancata prestazione del giuramento e l'impossibilità di procedere con il relativo atto di stato civile «per effettiva incapacità di comunicare in lingua italiana e di leggere la formula di rito del giuramento senza l'ausilio di un interprete». La pratica torna dunque nelle mani del Palazzo del Governo, che ora dovrà formalmente esigere dalla donna il superamento di un esame per il rilascio di un certificato linguistico di livello B1 . Il sindaco leghista Marco Schiesaro, protagonista di un braccio di ferro amministrativo validato nei giorni scorsi dallo stesso ministero dell'Interno, ha voluto ribadire il senso profondo della sua decisione, respingendo le accuse di accanimento. «Non c'è nulla di personale con la signora , anzi con il figlio abbiamo avuto modo di condividere un po' le origini — ha spiegato il primo cittadino —. Ma l'iter finisce qui. Credo che il “caso Cadoneghe” abbia fatto scuola: rimane evidente che, anche di fronte all'ipotesi di un lungo soggiorno, non ci sono regole, cavilli o commi che possano esonerare una persona dall'apprendere l'italiano. Ne va della sua stessa libertà. Una volta che imparerà la lingua, anche in maniera rudimentale, a spizzichi e bocconi, potrà girare liberamente, comprare il pane, parlare con le altre signore. Una comunità è forte solo se permette a tutti di integrarsi dialogando». L'amministrazione ha già invitato la cittadina a frequentare i corsi di lingua organizzati dal Comune . Un suggerimento che, al netto delle furibonde polemiche politiche divampate nelle scorse settimane, è stato accolto con assoluta serenità dalla stessa famiglia. È stato infatti proprio Yassine, pur confermando l'amarezza della madre per la bocciatura, a chiudere la vicenda con una presa di coscienza inequivocabile: «Molti stranieri leggono il giuramento, ripetono la formula e a loro danno la cittadinanza. Ma comunque il sindaco ha ragione: lei deve imparare l'italiano» . Farà il corso, ha assicurato il giovane, e un domani ci riproverà.

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