Molte domande, poche risposte, ancora meno certezze. E un timore: che nonostante i tanti filtri inseriti negli anni — sia antiterrorismo, sia di valutazione psicologica — qualcosa continui a sfuggire su una «popolazione» di circa 380 mila piloti di aviazione commerciale e generale (i jet privati) oggi attivi nel mondo. L’ incidente del volo Flydubai agita l’intelligence israeliana e spinge le autorità omologhe d’Europa, dell’Asia e del Nord America ad alzare la soglia di attenzione, mentre chi si occupa della salute di comandanti e primi ufficiali s’interroga sull’efficacia dei sistemi di controllo e monitoraggio nei vari Paesi, stando a quanto filtra dalle autorità aeronautiche del Vecchio Continente. In particolare dopo diversi precedenti — drammatici — degli ultimi anni causati dai piloti: Germanwings nel 2015 , China Eastern nel 2022 , Air India l’anno scorso . In mezzo il mistero dei misteri: il Boeing 777 di Malaysia Airlines sparito nel nulla nell’Oceano Indiano nel 2014 (l’aereo non è stato ancora ritrovato). « Se si tratta di un attentato sventato, quale era il movente del copilota? Stava agendo da solo? Cosa voleva fare con l’aereo? Come si è potuta verificare una simile falla in un Paese efficiente come gli Emirati Arabi Uniti?», si chiede un funzionario europeo che si occupa di sicurezza aerea. «E se è stato il gesto di uno che voleva suicidarsi, in mezzo al deserto, chi e come non è stato in grado di intercettare il problema? ». Il funzionario si aspetta nelle prossime settimane un inasprimento delle procedure di verifica da parte dei Paesi dell’Unione europea nei confronti delle compagnie del Golfo (e non solo) che fanno massiccio ricorso a piloti di altri Stati. «Se confermata, questa è la classica minaccia interna . A partire dal post 11 settembre le porte blindate della cabina di pilotaggio tengono all’esterno gli aggressori », spiega al Corriere Eric Schouten, fondatore e amministratore delegato della società specializzata Dyami ed ex ufficiale di collegamento presso il Servizio generale di intelligence e sicurezza olandese (Aivd). « Il volo Germanwings ha dimostrato che le stesse porte possono anche rinchiudere all’interno una minaccia. Questa volta, la presenza dell’altro pilota e l’intervento dei passeggeri hanno fatto la differenza». Per Schouten quella di mercoledì 30 settembre è una situazione che «non si vedeva da molto tempo». Se si è trattato di un attentato fallito, per l’ex agente dell’intelligence va valutato l’impatto del cosiddetto «background check» , le procedure di verifica sulla fedina penale e sui legami con altri soggetti di comandanti, primi ufficiali, assistenti di volo, addetti aeroportuali: «Queste variano da Paese a Paese» . In alcuni casi si fanno soltanto una volta, in altri in modo continuo (ogni cinque anni). C’è anche il problema di quanto tempo indietro si va: dieci anni in alcuni Stati, molto meno o per niente in altri. «Così come influisce molto, sul risultato finale, se a occuparsene sono i servizi di sicurezza — che hanno una rete vasta di informazioni — o le forze di polizia , che hanno un raggio d’azione più limitato». L’altro filtro per Schouten è legato al rilascio dei visti per il personale navigante da parte dei vari Paesi. È possibile — se l’intenzione era un atto terroristico — che gli israeliani non si siano accorti di eventuali legami pericolosi o di una radicalizzazione del primo ufficiale? Discrepanze tra i Paesi ci sono anche sul tema della salute, secondo l’ex 007 olandese. «Su questo l’Europa occidentale è messa meglio, grazie proprio a quanto accaduto al volo Germanwings — dice —. Ma altrove non ci sono gli stessi livelli di monitoraggio e gestione, anche per questioni culturali. In particolare laddove il disagio psichico è un tabù, quindi viene nascosto perché, oltre a non essere accettabile socialmente, porta anche alla perdita del posto di lavoro». Cosa succederà? Per Schouten, nell’immediato «c’è da aspettarsi un controllo più rigoroso sulle procedure di verifica del personale di volo e sulle norme in cabina». In attesa di capire con certezza cos’è successo sul volo Flydubai, in particolare prima di quei 21 minuti che hanno spaventato l’aviazione. lberberi@corriere.it
Chi controlla i piloti degli aerei? Dal «background check» alle valutazioni psicologiche, il rischio nascosto in cabina
Molte domande, poche risposte, ancora meno certezze. E un timore: che nonostante i tanti filtri inseriti negli anni — sia antiterrorismo, sia di valutazione psicologica — qualcosa continui a sfuggire su una «popolazione» di circa 380 mila piloti di aviazione commerciale e generale (i jet privati) oggi attivi nel mondo. L’ incidente del volo Flydubai agita l’intelligence israeliana e spinge le autorità omologhe d’Europa, dell’Asia e del Nord America ad alzare la soglia di attenzione, mentre chi si occupa della salute di comandanti e primi ufficiali s’interroga sull’efficacia dei sistemi di controllo e monitoraggio nei vari Paesi, stando a quanto filtra dalle autorità aeronautiche del Vecchio Continente. In particolare dopo diversi precedenti — drammatici — degli ultimi anni causati dai piloti: Germanwings nel 2015 , China Eastern nel 2022 , Air India l’anno scorso . In mezzo il mistero dei misteri: il Boeing 777 di Malaysia Airlines sparito nel nulla nell’Oceano Indiano nel 2014 (l’aereo non è stato ancora ritrovato). « Se si tratta di un attentato sventato, quale era il movente del copilota? Stava agendo da solo? Cosa voleva fare con l’aereo? Come si è potuta verificare una simile falla in un Paese efficiente come gli Emirati Arabi Uniti?», si chiede un funzionario europeo che si occupa di sicurezza aerea. «E se è stato il gesto di uno che voleva suicidarsi, in mezzo al deserto, chi e come non è stato in grado di intercettare il problema? ». Il funzionario si aspetta nelle prossime settimane un inasprimento delle procedure di verifica da parte dei Paesi dell’Unione europea nei confronti delle compagnie del Golfo (e non solo) che fanno massiccio ricorso a piloti di altri Stati. «Se confermata, questa è la classica minaccia interna . A partire dal post 11 settembre le porte blindate della cabina di pilotaggio tengono all’esterno gli aggressori », spiega al Corriere Eric Schouten, fondatore e amministratore delegato della società specializzata Dyami ed ex ufficiale di collegamento presso il Servizio generale di intelligence e sicurezza olandese (Aivd). « Il volo Germanwings ha dimostrato che le stesse porte possono anche rinchiudere all’interno una minaccia. Questa volta, la presenza dell’altro pilota e l’intervento dei passeggeri hanno fatto la differenza». Per Schouten quella di mercoledì 30 settembre è una situazione che «non si vedeva da molto tempo». Se si è trattato di un attentato fallito, per l’ex agente dell’intelligence va valutato l’impatto del cosiddetto «background check» , le procedure di verifica sulla fedina penale e sui legami con altri soggetti di comandanti, primi ufficiali, assistenti di volo, addetti aeroportuali: «Queste variano da Paese a Paese» . In alcuni casi si fanno soltanto una volta, in altri in modo continuo (ogni cinque anni). C’è anche il problema di quanto tempo indietro si va: dieci anni in alcuni Stati, molto meno o per niente in altri. «Così come influisce molto, sul risultato finale, se a occuparsene sono i servizi di sicurezza — che hanno una rete vasta di informazioni — o le forze di polizia , che hanno un raggio d’azione più limitato». L’altro filtro per Schouten è legato al rilascio dei visti per il personale navigante da parte dei vari Paesi. È possibile — se l’intenzione era un atto terroristico — che gli israeliani non si siano accorti di eventuali legami pericolosi o di una radicalizzazione del primo ufficiale? Discrepanze tra i Paesi ci sono anche sul tema della salute, secondo l’ex 007 olandese. «Su questo l’Europa occidentale è messa meglio, grazie proprio a quanto accaduto al volo Germanwings — dice —. Ma altrove non ci sono gli stessi livelli di monitoraggio e gestione, anche per questioni culturali. In particolare laddove il disagio psichico è un tabù, quindi viene nascosto perché, oltre a non essere accettabile socialmente, porta anche alla perdita del posto di lavoro». Cosa succederà? Per Schouten, nell’immediato «c’è da aspettarsi un controllo più rigoroso sulle procedure di verifica del personale di volo e sulle norme in cabina». In attesa di capire con certezza cos’è successo sul volo Flydubai, in particolare prima di quei 21 minuti che hanno spaventato l’aviazione. lberberi@corriere.it

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