«Chiedo scusa per il ritardo». «Anzi, devo ringraziarla. Ho avuto l’occasione di fare colazione con la mia famiglia. Si è sempre di corsa e cominciare la giornata con un momento di condivisione è un regalo». È iniziata così l’intervista con Caterina Balivo , tornata dalle vacanze carica di energie e con ancora tanta voglia di condividere del tempo con il marito e i figli, prima di lasciare il passo a scuola e lavoro.  Anche se il suo autunno ha già preso il via: dal 7 settembre, infatti, è tornata al timone di La volta buona , il programma pomeridiano in onda su Rai1. «Siamo al quarto anno, la mia resistenza mi sorprende», sorride spiegando la novità principale di questa edizione: «Ho chiesto di staccare un pezzetto del divano perché faticavo a vedere bene in faccia chi era seduto al mio fianco. Per me è fondamentale guardare negli occhi le persone con cui parlo, cogliere anche piccoli gesti: un movimento delle mani o delle gambe, un’espressione del viso, anche cose semplici come sistemarsi la giacca durante una domanda possono tradire del nervosismo e io vorrei che i miei ospiti si sentissero a loro agio. Mi piace definirmi una conduttrice informale: abbiamo riportato il salotto in tv e seduti su quel divano voglio che tutti si sentano accolti». Se non avesse fatto la conduttrice? «Avrei voluto occuparmi dell’organizzazione in una multinazionale. Chi viene in studio ormai mi conosce – e un po’ sorride di questo –: prima di cominciare metto a posto le tazzine e i cuscini, chiedo al pubblico di sistemarsi in base ai colori degli abiti che indossano e all’acconciatura… Sono molto attenta ai dettagli». È così anche a casa? «Diciamo che non riesco a non vedere: è un continuo riprendere i miei figli, a volte anch’io mi sento pedante e se fossi in Guido Alberto e Cora (che hanno 14 e 9 anni, ndr ) mi sopporterei a fatica... È un continuo: chiudi la bocca, stai composto quando mangi, attento al gomito, non rispondere male, metti a posto le scarpe». Che mamma è? «Molto fisica, li bacio e li abbraccio sempre». Se ripensa a lei bambina? «Non ricordo nulla della mia vita prima dei 25 anni. So che sembra assurdo, faccio “pruning”: libero il mio cervello da ciò che è stato per accogliere nuove informazioni e nuove emozioni. Ho due sorelle e delle amiche meravigliose che mi raccontano la me che sono stata. Ogni tanto nella chat di famiglia pubblicano foto di cui io proprio non ho memoria, così parte la ricostruzione di ciò che è accaduto – un pezzo alla volta – attraverso frasi, colori, piccoli particolari. Mamma dice: “Caterina, per fortuna hai avuto una bella infanzia, altrimenti cosa penserebbe la gente…”. A volte in studio parlando con i ragazzi che dei loro sogni, mi vengono dei flashback della mia vita passata, di quando avevo la loro età. È bellissimo». L’intervista a cui è più legata? «Ricordo la freschezza di Pistoletto e la generosità con cui si è raccontata Dacia Maraini. Poi mi hanno colpito quelle a donne o uomini truffati, a persone che hanno visto svanire i loro sogni, a chi è rimasto deturpato». Che rapporto ha con il suo corpo? «L’ho sempre accettato com’è e devo ammettere di non averlo mai trattato benissimo: mi sono adagiata sul fatto di avere un buon metabolismo, ma dopo i quaranta ho capito che non sarebbe stato così per sempre. Oggi faccio sport tutti i giorni. Parliamo tanto di longevità, ma poi facciamo fatica a mettere in pratica due cose base come un sonno corretto e fare movimento. Cose che non dovremmo cominciare a fare “con gli anni”, ma che dovrebbero diventare buone abitudini già da ragazzi. E invece in tanti paesini – soprattutto nel sud Italia – ci sono scuole senza palestre o con strutture vecchie. Per non parlare di polisportive che ti chiedono anche mille euro per far giocare un bambino a calcio. Lo sport dovrebbe far parte della crescita e della quotidianità di ciascuno». Cosa hanno scelto i suoi figli? «Guido Alberto fa canoa a livello agonistico da quando aveva 8 anni, un’attività che ti tiene all’aria aperta e che puoi praticare tutto l’anno; Cora invece fa ginnastica artistica, anche se vorrei passasse ad atletica, è molto scattante. Non so se cambierà, l’importante è che faccia qualcosa che le piace. Il mio sogno era vederla su un campo da pallavolo, quella è sempre stata la mia passione grazie a un professore delle medie che aveva giocato ad Aversa, dove sono cresciuta e dove c’era una squadra molto forte negli Anni 70. Ho smesso di giocare dopo il liceo. Non c’erano tante palestre a Napoli. Prima ancora, da bambina, avevo fatto nuoto: la piscina era a Caserta, andata e ritorno in pullman, poi a casa sotto a studiare. Un incubo». Che studentessa è stata? «All’inizio facevo molta fatica, anche a causa della dislessia che, come accadeva in quegli anni, non veniva diagnosticata. Ti dicevano: non ti impegni, e finiva lì. Ricordo che a un certo punto – lo chiamo “il miracolo di Natale” – dopo la pausa invernale della prima media, sono rientrata e ho cominciato a fare bene la prima interrogazione, poi un buon voto in una verifica… e via, miglioravo di giorno in giorno. Al liceo ero molto brava, ho fatto il classico: la domenica mi serviva per portarmi avanti, nelle sere del fine settimana volevo uscire. Così non c’era più tempo per lo sport e, poco alla volta, ho deciso di metterlo da parte. Ma posso aggiungere una cosa sulla scuola di oggi?». Prego. «È anacronistica. Oltre a una riforma sui contenuti, bisognerebbe ripensare anche alla durata: che senso ha tenere a casa i ragazzi per tre mesi? Quasi sempre entrambi i genitori lavorano, i bambini passano da un centro estivo a un’attività sportiva o nella natura, con costi non sempre e non per tutti sono sostenibili». Cosa faceva lei durante le vacanze estive? «Passavo molto tempo nella mia cameretta con i libri a farmi compagnia. Ho sempre letto ogni volume che iniziavo fino in fondo, fa parte della mia indole, del mio essere ordinata. Cerco di far appassionare anche i miei figli alla lettura, ma con grandissima fatica e ricorrendo talvolta a minacce e urla (sorride) . Il mio lavoro mi ha permesso di incontrare tanti degli autori di cui ho letto pagine e pagine. Mi capita di scrivergli o di chiamarli per confrontarmi, porgli delle domande: mi riempie il cuore». Il rapporto con i social? «Sono stata una delle prima a usarli: ero a casa incinta, Twitter e Instagram mi hanno permesso di tenere un rapporto con il pubblico che era abituato a vedermi ogni giorno da anni. Questa estate mi sono presa una pausa, sentivo il bisogno di dedicarmi completamente alla mia famiglia e non volevo che i ragazzi mi vedessero con il telefonino sempre in mano. Non tanto Guido Alberto che tiene molto alla sua privacy, ma Cora spesso mi chiede di farci un selfie, di riprenderla… Non sarò mai sua “complice” in un post o in una storia sui social. Sono molto preoccupata». Cora non ha un telefono suo. «E non lo avrà almeno fino a 13 anni. Però abbiamo trovato una soluzione per lasciare la libertà di chiamare genitori, amichette, nonni in modo autonomo. In casa abbiamo un telefono fisso, lo usa per comunicare. Tornando al vero motivo per cui quest’apparecchio è nato».