C hiaro: c’è da pensare a quella mamma Nessy in attesa dell’ultimo verdetto , «l’adultera», che è prigioniera in casa sua. Ovvio: non bisogna ignorare quel giovane Luigi arrestato per droga, «il narcotrafficante», che starà dentro un quarto di secolo. Qui ne va del destino dei nostri connazionali, dice Antonio Tajani, per spiegare tanta cautela («hanno condannato tre persone, non l’Egitto»). Perché si sa che la giustizia del feldmaresciallo Abdel Fattah Al Sisi non va mai troppo per il sottile : chi se l’è dimenticato il viso pallido del ricercatore bolognese Patrick Zaki nella gabbia di Mansura, 2020, quand’era imputato di libero pensiero e in una calca di sbirri ci raccontava come si sopravvive in una cella egiziana, pigiati con 35 persone e una sola latrina? Non paragonate la mia storia a quella di Regeni, si dispera Nessy: «Non voglio esser messa in relazione con quel caso terribile…». La stessa cosa che all’epoca dicevano i difensori di Zaki: guai a far paralleli con l’assassinio di Giulio . Che è sempre stato tabù per la stampa del Cairo — non hanno scritto una riga delle condanne — e kryptonite nella diplomazia fra Roma e l’Egitto .  Vanno preservate le «dinamiche geopolitiche», ricorda il ministro degli Esteri italiano. Che si riassumono sfogliando l’ultimo mese d’agenda: il 3 settembre, la visita di Tajani ad Al Sisi, sesta volta dall’inizio del mandato; giovedì scorso l’incontro del ministro egiziano per il Petrolio, Karim Bardawi, coi vertici Eni per parlare dei giacimenti di gas Denise e Cronos nel Mediterraneo e soprattutto per evitare sgambetti; venerdì, l’intervento di Tajani per rammentare quanto l’Egitto sia per noi l’investimento più importante del Medio oriente; lunedì, il giorno della condanna, di nuovo Tajani a un forum sul Mediterraneo a citare le collaborazioni col Cairo. E poche ore prima della sentenza? «Le leadership dei due Paesi — rivela un giornale egiziano, peraltro smentito da Palazzo Chigi — si sono contattate ad alto livello per una soluzione che tenesse conto delle relazioni bilaterali» (traduzione: nessun ricorso in appello da parte del governo cairota). Verae Amicitiae Sempiternae Sunt , è inciso in un marmo dell’ambasciata italiana al Cairo. E se da amici, o almeno alleati, ci s’è ritrovati sempre nei momenti complicati — i barconi dei migranti, Al Qaeda nel Sinai — e negli affari più golosi: l’Eni che ha trovato qui il più grande giacimento di gas della storia mediterranea, lo Zohr, e trascinato in scia decine di marchi italiani degl’idrocarburi e del tessile, delle costruzioni e dell’energia, della meccanica e delle banche, da Pirelli a Saipem, da Edison ad Ansaldo, da Breda a Danieli, da Trevi a Techint, da Iveco a Cementir.  «Con nessun altro Paese possiamo vantare numeri e presenze così», si gongolava al padiglione egiziano nell’Expo 2015. Era l’alba d’Al Sisi e noi eravamo il terzo partner globale, dopo Usa e Cina, progetti per 150 miliardi di dollari. Veniva l’Italcementi a fare investimenti mai visti, petrolio a parte. E i nostri cotonieri a maneggiare il miglior oro bianco del mondo: «Lo sapete — si vantava un imprenditore lombardo sbarcato al Cairo — che nella mia fabbrica prima si parlava solo inglese e adesso solo l’italiano?». Poi, quel 25 gennaio. Un prima di Regeni e un dopo Regeni. Oggi siamo sempre i più forti in Europa, a fare commercio con gli egiziani. E la crisi ucraina non ha sigillato, anzi ha allargato le pipeline nel deserto. Business quasi as usual. Le due fregate da guerra che Fincantieri diede alla Marina egiziana, firma Giuseppe Conte. I 7 miliardi e mezzo Ue, per fermare i barconi, versati al generale col memorandum Meloni. Il gioco di sponda nel dossier Libia che han fatto tutti, per i buoni rapporti tra il Cairo e il generale Haftar, che gl’italiani li ha sullo stomaco. Nessun governo di Roma ha mai potuto prescindere da questi interessi e bisogna essere «intellettualmente onesti — dice Matteo Renzi — nel dire che a riprendere i rapporti con l’Egitto è stato Conte, seguito da Draghi e Meloni». Lo strappo sul caso Regeni, col richiamo a Roma dell’ambasciatore, smascherò un regime ormai avvitato nella repressione sanguinaria. Ma dietro le risolute dichiarazioni, costrinse a coprire con una cortina di Piani Mattei e di partenariati strategici la nostra vera linea rossa: rompere con Al Sisi, non si può. «La via giudiziaria è l’unica percorribile — dice Maurizio Massari, che era ambasciatore al Cairo nei giorni dell’uccisione —, essendo la via politica non percorribile per ovvi interessi nazionali, economici, geopolitici e di realpolitik. L’Egitto, lo si voglia o no, è un partner troppo importante».