A pochi giorni dall'inaugurazione, il nuovo bivacco «Pelino» sul Monte Amaro , la cima principale della Majella e la seconda vetta di tutta la dorsale appenninica, è già oggetto di polemica. In molti hanno già avuto modo di visitarlo ma tra coloro che lo hanno raggiunto ci sono stati anche visitatori che hanno completamente ignorato i divieti posti a tutela dell'ambiente e della fauna selvatica . Lo stesso Parco della Majella ha postato nei giorni scorsi due immagini tratte dai social che mostrano in un caso un cane all'interno del bivacco e nell'altro un gruppo di ciclisti in posa con la cupola dell'igloo alle loro spalle. Accompagnando le foto con un commento in cui spiega perché quei comportamenti sono sbagliati.  Il post ha suscitato molte reazioni positive ma anche non poche polemiche e tra i commenti diretti e quelli sotto altri post che hanno rilanciato il tema sono stati tantissimi quelli di persone che considerano inaccettabili le limitazioni . Tra gli amanti degli animali il leit motiv ricorrente è che gli animali non creano problemi e «sono più puliti di certe persone» e che non c'è motivo per vietare loro l'ingresso al bivacco. In realtà il divieto non è l'accesso alla struttura ma proprio alla frequentazione di una zona del Parco che è stata posta sotto massima tutela. E tra i bikers prevale la linea per cui «se non inquino e non disturbo andare dove voglio», in alcuni casi espressa quasi letteralmente proprio così.  Ma perché queste limitazioni vengono adottate? E perché queste le recriminazioni sono infondate? Intanto perché quello della Majella è un parco nazionale, cioè un'area di protezione e conservazione , e come tale è soggetto a una serie di regole e di prescrizioni che dovrebbero essere note a chi lo frequenta. Non si va in un'area protetta senza informarsi prima su cosa sia possibile fare e cosa no . E il regolamento parla chiaro.  Tutte le aree protette di elevato valore ambientale, che siano terrestri o marine, vengono suddivise in zone che stabiliscono dove si possano compiere alcune attività e dove invece siano vietate . Il monte Amaro, come tutta la parte sommitale del massiccio della Majella rientra nell' Area A , quella sottoposta alla massima tutela. Ed è per questo che in quella zona non si possono portare gli animali domestici e non si possono utilizzare biciclette o altri veicoli.  I divieti hanno ragioni assolutamente fondate. La presenza di cani può essere in contrasto con le esigenze della fauna selvatica. Le loro deiezioni, anche solo la pipì, possono essere un problema per gli animali che vivono sul territorio. È noto che l' urina , nel mondo selvatico, sia un mezzo di marcatura. E quella dei cani viene percepita come quella di un predatore , al punto da indurre specie erbivore, ovvero le tradizionali «prede» a cambiare percorsi e abitudini temendo per la loro incolumità. Il cane della foto probabilmente non potrebbe fare del male ad un ungulato o a un cervide grande diverse volte più idi lui. Ma che a lasciare quell'urina sia stato un batuffoletto probabilmente innocuo il cervo non lo può sapere e quindi, nel dubbio, cambia le proprie abitudini. Proprio quello che in un'area protetta non dovrebbe fare   Ma non ci sono solo i selvatico di grosse dimensioni e non ci sono solo cani di taglia small. E tutti quanti i nostri quattro zampe, se lasciati liberi, cosa che peraltro andrebbe evitata ( ne avevamo già parlato QUI ),  possono fare quello che la natura e ancor di più la loro natura suggeriscono loro: correre ,  esplorare , inseguire tracce olfattive , infilare il muso in buchi e anfratti che magari sono tane. E anche inseguire e catturare altri animali , perché la motivazione predatoria , anche se nella vita di tutti i giorni non viene esercitata se non inseguendo palline, è un'attitudine innata. La conseguenza possono allora essere piccoli roditori o altri animaletti attaccati e uccisi. Di qui il divieto.  Anche lo stop alle biciclette risponde ad esigenze di tutela. Questi veicoli lasciano solchi sui sentieri che con le precipitazioni si riempiono di acqua e si allargano, creando canali che drenano materiale verso il basso e causano instabilità . Un tempo sulle montagne si vedevano relativamente poche biciclette, soprattutto alle quote più alte, perché le mountain bike tradizionali richiedevano una prestanza e una preparazione atletica che consentiva solo a pochi di raggiungere le vette pedalando. L'avvento delle e-bike  che fanno il grosso della fatica al posto nostro, e che spesso vengono portate già in quota in cabinovia, ha fatto sì che oggi se ne veda un gran numero sui sentieri e che non sia raro incontrarle anche a grandi altezze.  Purtroppo, in alcuni casi, sono stati gli stessi amministratori locali a promuovere, avendo individuato un nuovo business, la realizzazione di piste di downhill o la spianatura di sentieri e la rimozione di massi e altri ostacoli per rendere questo tipo di attività sempre più di massa. Ma il punto è proprio questo: se le biciclette a Plan de Corones, un panettone altoatesino che è già interamente vocato allo sport invernale, altro non sono che un prolungamento estivo della gestione della montagna in ottica di luna park, altrettanto non si può pretendere in un parco nazionale. E per di più nelle zone dello stesso sottoposte a maggiore tutela.  Il Parco della Majiella ha previsto tra l'altro diversi itinerari «a 6 zampe» per consentire agli escursionisti di compiere passeggiate in compagnia del proprio cane, consolidando un rapporto di vita che lo stesso Parco incoraggia. E così pure per le biciclette esistono molti percorsi alternativi. Di qui la puntualizzazione sui social che ha fatto scattare le inutili polemiche. Inutili e infondate. Perché la montagna non può essere considerata solo un luna park . Almeno quella che ancora non lo è diventata.