Centinaia di alloggi turistici gestiti da grandi gruppi. Stanze o interi immobili in affitto oltre 6 mesi l’anno, pochissimi nei piccoli centri, la maggior parte nelle grandi città. Federalberghi , l’associazione nazionale di albergatori che raggruppa 27 mila aziende alberghiere sulle 32 mila totali, presenta uno studio, realizzato dalla federazione insieme con Incipit consulting e la piattaforma statunitense di data activism Inside Airbnb , in cui intende svelare quella che definisce la «shadow economy», l’economia d’ombra, degli affitti brevi in Italia . Un business da 44 miliardi l’anno, incluso l’indotto, con 735 mila strutture registrate ufficialmente e circa 13 miliardi di prenotazioni. E questo nonostante la scorsa legge di Bilancio abbia limitato la cedolare secca al 21% al primo immobile, innalzandola al 26% dal secondo in poi e obbligo di partita Iva dai 3 immobili in affitto (per meno di 30 giorni) in su. Lo studio Federalberghi mette a confronto i dati di agosto 2026 presenti su Airbnb relativi agli alloggi disponibili in Italia: 571.982, il 7,2% in più rispetto all’agosto 2025, «una crescita esponenziale che non accenna a fermarsi» . Roma, Milano, Firenze, Napoli e Venezia le città più «affollate» con quasi 100 mila alloggi in affitto, 37.387 solo a Roma (26.610 a Milano). La Toscana però è quella con più annunci — 72.771 — seguita da Lombardia (66.619) e Sicilia (57.335). In Liguria si registra la densità maggiore con 5,34 annunci per chilometro quadrato e in Friuli-Venezia Giulia l’incremento maggiore: +21,5% rispetto ad agosto 2025. Ma il punto, dice Federalberghi, è che più di due terzi degli annunci (il 67,5%) «sono pubblicati da persone che amministrano più alloggi, con casi limite di soggetti che gestiscono più di 15 mila alloggi», il che smentirebbe la tesi che gli affitti brevi servirebbero ad integrare i redditi bassi, «non è vero» sostiene l’associazione. Inoltre 4 annunci su 5 sono per intere case in cui non abita nessuno: «Più della metà (il 57,6%) si riferisce ad alloggi disponibili per oltre 6 mesi», a dimostrazione che «non si tratta di attività occasionali». E la densità di offerta nelle grandi città, infine, sconfesserebbe la retorica della scoperta dei piccoli centri grazie agli affitti brevi. Lo studio evidenzia anche come nelle locazioni turistiche le regole non siano rispettate da tutti. Ad esempio, solo il 55,6% degli annunci su Airbnb dello scorso agosto confermava la presenza dell’estintore, obbligatorio per legge, mentre il rilevatore di fumo era presente solo nel 33,1% dei casi. Infine c’è il caso del Cin, il Codice identificativo nazionale in vigore dal 2024 per «chiunque propone o concede in locazione breve o per finalità turistiche una unità immobiliare ad uso abitativo o una porzione di essa». Ad agosto 2026 il 14,7% degli annunci su Airbnb ne era privo. Per Federalberghi «viene tradita la promessa di un’esperienza autentica e vengono eluse le norme poste a tutela del cliente, dei lavoratori, della collettività e del mercato». Oltre a porsi «un problema di concorrenza sleale che danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali, quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza». Ma Marco Celani, presidente di Aigab, l’associazione degli affitti brevi, e ad di Italianway che gestisce centinaia di affitti brevi in tutta Italia, rispedisce le accuse al mittente: «Dietro i property manager ci sono decine di piccoli proprietari che ci affidano le loro case per integrare i loro redditi: noi abbiamo una tassazione di impresa con l’Iva al 22%, quella degli alberghi è al 10%, le regole ci sono e vengono rispettate». Il nodo resta la proliferazione degli affitti brevi che in tutta Europa riempiono centri città e località turistiche, contrastata dagli albergatori ma sempre più anche dagli enti locali che le imputano lo svuotamento dei centri storici, affitti alle stelle e prezzi delle case inaccessibili. Contro l’emergenza abitativa, la Commissione europea ha appena proposto l’ Affordable Housing Act per una regolamentazione nelle aree «a stress abitativo»: si tratta di un quadro normativo entro il quale i singoli Stati e le singole amministrazioni possano muoversi per fissare norme e limiti sull’uso delle abitazioni, incluse quelle destinate agli affitti brevi. Il governo italiano lo ha bocciato, perché, ha spiegato il ministro delle Politiche Europee Tommaso Foti, «rischia di agire negativamente sia sulla proprietà sia sul turismo».
Boom di affitti brevi, ma per pochi. Federalberghi: «Casi limite di soggetti che gestiscono più di 15 mila alloggi»
Centinaia di alloggi turistici gestiti da grandi gruppi. Stanze o interi immobili in affitto oltre 6 mesi l’anno, pochissimi nei piccoli centri, la maggior parte nelle grandi città. Federalberghi , l’associazione nazionale di albergatori che raggruppa 27 mila aziende alberghiere sulle 32 mila totali, presenta uno studio, realizzato dalla federazione insieme con Incipit consulting e la piattaforma statunitense di data activism Inside Airbnb , in cui intende svelare quella che definisce la «shadow economy», l’economia d’ombra, degli affitti brevi in Italia . Un business da 44 miliardi l’anno, incluso l’indotto, con 735 mila strutture registrate ufficialmente e circa 13 miliardi di prenotazioni. E questo nonostante la scorsa legge di Bilancio abbia limitato la cedolare secca al 21% al primo immobile, innalzandola al 26% dal secondo in poi e obbligo di partita Iva dai 3 immobili in affitto (per meno di 30 giorni) in su. Lo studio Federalberghi mette a confronto i dati di agosto 2026 presenti su Airbnb relativi agli alloggi disponibili in Italia: 571.982, il 7,2% in più rispetto all’agosto 2025, «una crescita esponenziale che non accenna a fermarsi» . Roma, Milano, Firenze, Napoli e Venezia le città più «affollate» con quasi 100 mila alloggi in affitto, 37.387 solo a Roma (26.610 a Milano). La Toscana però è quella con più annunci — 72.771 — seguita da Lombardia (66.619) e Sicilia (57.335). In Liguria si registra la densità maggiore con 5,34 annunci per chilometro quadrato e in Friuli-Venezia Giulia l’incremento maggiore: +21,5% rispetto ad agosto 2025. Ma il punto, dice Federalberghi, è che più di due terzi degli annunci (il 67,5%) «sono pubblicati da persone che amministrano più alloggi, con casi limite di soggetti che gestiscono più di 15 mila alloggi», il che smentirebbe la tesi che gli affitti brevi servirebbero ad integrare i redditi bassi, «non è vero» sostiene l’associazione. Inoltre 4 annunci su 5 sono per intere case in cui non abita nessuno: «Più della metà (il 57,6%) si riferisce ad alloggi disponibili per oltre 6 mesi», a dimostrazione che «non si tratta di attività occasionali». E la densità di offerta nelle grandi città, infine, sconfesserebbe la retorica della scoperta dei piccoli centri grazie agli affitti brevi. Lo studio evidenzia anche come nelle locazioni turistiche le regole non siano rispettate da tutti. Ad esempio, solo il 55,6% degli annunci su Airbnb dello scorso agosto confermava la presenza dell’estintore, obbligatorio per legge, mentre il rilevatore di fumo era presente solo nel 33,1% dei casi. Infine c’è il caso del Cin, il Codice identificativo nazionale in vigore dal 2024 per «chiunque propone o concede in locazione breve o per finalità turistiche una unità immobiliare ad uso abitativo o una porzione di essa». Ad agosto 2026 il 14,7% degli annunci su Airbnb ne era privo. Per Federalberghi «viene tradita la promessa di un’esperienza autentica e vengono eluse le norme poste a tutela del cliente, dei lavoratori, della collettività e del mercato». Oltre a porsi «un problema di concorrenza sleale che danneggia tanto le imprese turistiche tradizionali, quanto coloro che gestiscono in modo corretto le nuove forme di accoglienza». Ma Marco Celani, presidente di Aigab, l’associazione degli affitti brevi, e ad di Italianway che gestisce centinaia di affitti brevi in tutta Italia, rispedisce le accuse al mittente: «Dietro i property manager ci sono decine di piccoli proprietari che ci affidano le loro case per integrare i loro redditi: noi abbiamo una tassazione di impresa con l’Iva al 22%, quella degli alberghi è al 10%, le regole ci sono e vengono rispettate». Il nodo resta la proliferazione degli affitti brevi che in tutta Europa riempiono centri città e località turistiche, contrastata dagli albergatori ma sempre più anche dagli enti locali che le imputano lo svuotamento dei centri storici, affitti alle stelle e prezzi delle case inaccessibili. Contro l’emergenza abitativa, la Commissione europea ha appena proposto l’ Affordable Housing Act per una regolamentazione nelle aree «a stress abitativo»: si tratta di un quadro normativo entro il quale i singoli Stati e le singole amministrazioni possano muoversi per fissare norme e limiti sull’uso delle abitazioni, incluse quelle destinate agli affitti brevi. Il governo italiano lo ha bocciato, perché, ha spiegato il ministro delle Politiche Europee Tommaso Foti, «rischia di agire negativamente sia sulla proprietà sia sul turismo».

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