Dal diritto di separarsi alle nuove forme della famiglia. Domenica 13 settembre, dalle 12.30 alle 13.30, Annamaria Bernardini de Pace sarà allo Spazio Cuore della Triennale per l’incontro «Divorzio: una storia che parla di noi», inserito nel programma del Tempo delle Donne (11-13 settembre) dedicato ai «150 anni di diritti». Con l’avvocata, saggista e giornalista dialogherà l’attrice Anna Valle . Al centro, il divorzio non soltanto come vicenda privata, ma come passaggio che ha trasformato relazioni, ruoli e famiglie. L’incontro è a cura di Valentina Santarpia. L’ingresso è libero. Avvocato Bernardini de Pace o avvocata? «Avvocato». L’amore può finire. Perché il matrimonio continua? «Per paura. Il sesso — quello che non si fa più o quello cercato altrove — spesso spiega la fine di una coppia. A impedire la separazione è tutto ciò che viene dopo». Che cosa spaventa? «I figli, il giudizio dei genitori, la solitudine. E quanto si rischia di perdere. Talvolta persino il cane». Il cane? «C’è chi teme di non vederlo più perché è intestato al coniuge. Devo regolare anche quello: va con i figli oppure si stabiliscono i giorni. Ci si tiene il cane per far male». Qual è il freno maggiore? «I soldi. Un’altra casa, due bollette, la vita da ricostruire. Molti preferiscono rovinarsela pur di non pagare il costo del cambiamento. Si tengono il marito violento, la moglie che dilapida». E quando toccò a lei? «Mio marito mi disse: “Se ti sposo, all’università non ci vai più. Sei bella e sono geloso”. Quando l’amore finì, ripresi gli studi. Mi laureai in due anni vendendo i vestiti ricevuti dalla mia famiglia. Avevo un milione di lire; l’affitto ne costava 900mila. Mi separai». E dopo? «Scrivevo tesi. Con le mamme della scuola ci dividevamo la spesa ai mercati. Poi Montanelli cominciò a pagarmi 350 mila lire ad articolo. Per cinque anni niente parrucchiere né abiti: indossavo le giacche di Valentino di papà». È questa la libertà? «L’autonomia economica lo è. Se non puoi mantenerti, non sei davvero libera. Ma quando una coppia non può pagare due case, bisogna inventare una soluzione». Quale? «La chiamo “separazione non separati”: si resta sotto lo stesso tetto, ma un accordo stabilisce spese, turni con i figli, sere libere, divieto di controllarsi il telefono. E libertà sessuale». La violenza ha sempre un uomo per autore? «No. Anche le donne possono essere violente: manipolano, perseguitano, controllano. Ho ottenuto dal Tribunale due allontanamenti di mogli che maltrattavano marito e figli. La violenza non cambia natura secondo chi la fa». Come si dimostra una violenza che non lascia segni sul corpo? «Ricostruendo una trama, episodio dopo episodio. Frasi, minacce e umiliazioni compongono un sistema di sopraffazione. Nel 1986 ottenni la prima sentenza italiana che riconobbe la violenza psicologica in famiglia». Che cosa trattiene dal denunciare gli abusi? «A volte i genitori. Più donne rinunciano a un amore importante pur di non sentirsi dire: “Non sei stata capace neppure di tenerti un marito”. La vergogna può essere più forte dell’infelicità». E se il denaro non manca? «Resta il timore di restare sole. Ho una cliente che quasi mantiene il marito, eppure non lo lascia: si vergogna di andare al ristorante senza un uomo. Io ci vado da sola, leggo il giornale. Essere sole significa anche poter avere tutti gli amanti che si vogliono». Le donne temono di più il tradimento? «Sì. Alcune convincono il marito ad attivare il riconoscimento facciale, poi di notte gli avvicinano il telefono al viso e lo aprono. Gli uomini si credono troppo in gamba per essere traditi». Il controllo è paura? «Spesso sì. Ma vivere controllando è una vita orrenda».
Bernardini de Pace: «Anche le donne maltrattano in famiglia. A volte si resta insieme per paura, soldi o anche per il cane»
Dal diritto di separarsi alle nuove forme della famiglia. Domenica 13 settembre, dalle 12.30 alle 13.30, Annamaria Bernardini de Pace sarà allo Spazio Cuore della Triennale per l’incontro «Divorzio: una storia che parla di noi», inserito nel programma del Tempo delle Donne (11-13 settembre) dedicato ai «150 anni di diritti». Con l’avvocata, saggista e giornalista dialogherà l’attrice Anna Valle . Al centro, il divorzio non soltanto come vicenda privata, ma come passaggio che ha trasformato relazioni, ruoli e famiglie. L’incontro è a cura di Valentina Santarpia. L’ingresso è libero. Avvocato Bernardini de Pace o avvocata? «Avvocato». L’amore può finire. Perché il matrimonio continua? «Per paura. Il sesso — quello che non si fa più o quello cercato altrove — spesso spiega la fine di una coppia. A impedire la separazione è tutto ciò che viene dopo». Che cosa spaventa? «I figli, il giudizio dei genitori, la solitudine. E quanto si rischia di perdere. Talvolta persino il cane». Il cane? «C’è chi teme di non vederlo più perché è intestato al coniuge. Devo regolare anche quello: va con i figli oppure si stabiliscono i giorni. Ci si tiene il cane per far male». Qual è il freno maggiore? «I soldi. Un’altra casa, due bollette, la vita da ricostruire. Molti preferiscono rovinarsela pur di non pagare il costo del cambiamento. Si tengono il marito violento, la moglie che dilapida». E quando toccò a lei? «Mio marito mi disse: “Se ti sposo, all’università non ci vai più. Sei bella e sono geloso”. Quando l’amore finì, ripresi gli studi. Mi laureai in due anni vendendo i vestiti ricevuti dalla mia famiglia. Avevo un milione di lire; l’affitto ne costava 900mila. Mi separai». E dopo? «Scrivevo tesi. Con le mamme della scuola ci dividevamo la spesa ai mercati. Poi Montanelli cominciò a pagarmi 350 mila lire ad articolo. Per cinque anni niente parrucchiere né abiti: indossavo le giacche di Valentino di papà». È questa la libertà? «L’autonomia economica lo è. Se non puoi mantenerti, non sei davvero libera. Ma quando una coppia non può pagare due case, bisogna inventare una soluzione». Quale? «La chiamo “separazione non separati”: si resta sotto lo stesso tetto, ma un accordo stabilisce spese, turni con i figli, sere libere, divieto di controllarsi il telefono. E libertà sessuale». La violenza ha sempre un uomo per autore? «No. Anche le donne possono essere violente: manipolano, perseguitano, controllano. Ho ottenuto dal Tribunale due allontanamenti di mogli che maltrattavano marito e figli. La violenza non cambia natura secondo chi la fa». Come si dimostra una violenza che non lascia segni sul corpo? «Ricostruendo una trama, episodio dopo episodio. Frasi, minacce e umiliazioni compongono un sistema di sopraffazione. Nel 1986 ottenni la prima sentenza italiana che riconobbe la violenza psicologica in famiglia». Che cosa trattiene dal denunciare gli abusi? «A volte i genitori. Più donne rinunciano a un amore importante pur di non sentirsi dire: “Non sei stata capace neppure di tenerti un marito”. La vergogna può essere più forte dell’infelicità». E se il denaro non manca? «Resta il timore di restare sole. Ho una cliente che quasi mantiene il marito, eppure non lo lascia: si vergogna di andare al ristorante senza un uomo. Io ci vado da sola, leggo il giornale. Essere sole significa anche poter avere tutti gli amanti che si vogliono». Le donne temono di più il tradimento? «Sì. Alcune convincono il marito ad attivare il riconoscimento facciale, poi di notte gli avvicinano il telefono al viso e lo aprono. Gli uomini si credono troppo in gamba per essere traditi». Il controllo è paura? «Spesso sì. Ma vivere controllando è una vita orrenda».

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