«Paolo è giovane, talentuoso e follemente coraggioso. Ha un immaginario forte che sa mettere in scena. Sono felice che L’estranea sia stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, è piaciuto molto all’estero, premiato al festival di Toronto, spero che il pubblico lo ami». Adriano Giannini nel thriller psicologico di Strippoli, in uscita l’8 ottobre con 01, è Walter, marito di Anna (Jasmine Trinca), capofamiglia di quella che sembra essere una famiglia perfetta. Fino a quando l’estranea del titolo, Valeria Bruni Tedeschi, non arriva a smontare il castello. «Strippoli me lo ha proposto tre anni fa, mi ha convinto la sceneggiatura, mi sono detto: è un azzardo, facciamolo. È un thriller psicologico che va in una zona un po’ grigia, fino a toccare toni horror. Mi ha colpito la densità che c’era nelle relazioni». Il suo Walter sembra un uomo tutto di un pezzo, e invece? «E invece il contatto con la fragilità, anche sua, lo manda in crisi. Vive ancorato all’immagine che si dà di sé, della propria famiglia e quando questa immagine crolla, in qualche modo crollano anche i pilastri sui quali è costruita questa famiglia. E la sua vita e questo lo porta a scomporsi abbastanza velocemente». Un tipo di uomo che conosce? «Ce ne sono molti. Come Walter che si è costruito e ha costruito la sua famiglia e sé stesso su una postura, un’immagine di forza e successo, appartiene a un certo tipo di classe sociale e culturale di uomini dove le fragilità, le debolezze non sono messe in discussione, affrontate, condivise, capite. Non c’è proprio neanche la possibilità di andare su quel territorio. Quando ci si trova, come succede nella realtà a tanti uomini oggi, non hanno neanche il vocabolario emotivo rispetto a certe fragilità, non hanno strumenti per affrontare il dialogo con se stessi». Un vocabolario che lei conosce? «Penso di averlo conosciuto abbastanza velocemente nella vita quel vocabolario. E credo di aver avuto anche come attore alcune corde che forse vengono notate più adesso che in passato. Ma va bene cosi». I l suo primo film da attore è del 2001, Alla rivoluzione sulla due cavalli di Sciarra. Ha recitato per Sorrentino, Soderberg, Giovannesi, Annaud, Soldini, Archibugi, Moretti, Sollima. Bilanci? «Mi è servito tutto. Undici anni sui set a fare l’operatore. Ho cominciato con mia madre (Livia Giampalmo, per Evelina e i suoi figli , ndr) e lavorato sui set di registi che poi mi hanno chiamato a fare l’attore come Soderbergh. Forse oggi ho una maggiore capacità di creare il territorio adatto per gestire il rapporto col regista, con la troupe, per poter andare avanti insieme, creare l’empatia e la fiducia necessarie per fare bene». Da figlio d’arte, ci è cresciuto in mezzo al cinema «In realtà quando ho fatto l’operatore. Da piccolo meno perché i miei sono separati molto presto, vivevo con mia madre che faceva la doppiatrice. Ho avuto una formazione molto tecnica. Ho diretto cortometraggi e ora sto lavorando a un mio film. Ho l’esperienza per mettere insieme il campo e il controcampo, operatore e attore: la regia è un approdo naturale. Ho pronta la storia, ci sto lavorando, non vedo l’ora di iniziare». Ha lavorato anche come doppiatore. Che ricordi ha? «All’inizio con timore, una sorta di sindrome dell’impostore. Ho fatto una vera gavetta, andavo a bussare alle porte di direttori del doppiaggio che chiaramente mi guardavano come dire lascia stare, pensa a tua madre e tuo padre, lascia perdere» Ha prestato la voce a Joaquin Phoenix, Brad Pitt, Benicio Del Toro... «Diciamola bene: sono loro che mi hanno prestato la faccia. Sono attori giganteschi, una fortuna per me». Le piacerebbe girare un film con suo padre Giancarlo? «Magari, sarebbe bello. Di recente parlavo del fatto che stavo cercando una storia e mi ha portato in cantina, un sacco di sceneggiature rimaste letteralmente nei cassetti dei grandi nomi con cui ha lavorato lui. Un vero tesoro. Ma no, la mia storia non l’ho pescata in quei cassetti». A Venezia era in gara con due film, anche Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. «Persino troppo. Sono quasi diventato vice sindaco del Lido. Bello, ma soprattutto perché sono due progetti che amo. Sono film completamente diversi ma trovo punti di contatto tra i due personaggi, Walter e Mariano Guerra di Bechis, e riguardano in maniera diversa la colpa e la vergogna. Nel caso del film di Marco quel personaggio aveva un senso di colpa, una vergogna che si era insidiata nei 30 anni successivi a quello che già aveva passato nei due anni nel campo di detenzione: il solo fatto di essere sopravvissuto lo sente come una colpa. E nei trent’anni successivi si terrà dentro la vergogna per quello che ha vissuto. La vergogna è qualcosa che ti accompagna nella vita, qualcosa di incalcolabile e indicibile».
Adriano Giannini: «Tanta gavetta anche se sono figlio d'arte. Ho fatto per 11 anni l'operatore sul set»
«Paolo è giovane, talentuoso e follemente coraggioso. Ha un immaginario forte che sa mettere in scena. Sono felice che L’estranea sia stato scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, è piaciuto molto all’estero, premiato al festival di Toronto, spero che il pubblico lo ami». Adriano Giannini nel thriller psicologico di Strippoli, in uscita l’8 ottobre con 01, è Walter, marito di Anna (Jasmine Trinca), capofamiglia di quella che sembra essere una famiglia perfetta. Fino a quando l’estranea del titolo, Valeria Bruni Tedeschi, non arriva a smontare il castello. «Strippoli me lo ha proposto tre anni fa, mi ha convinto la sceneggiatura, mi sono detto: è un azzardo, facciamolo. È un thriller psicologico che va in una zona un po’ grigia, fino a toccare toni horror. Mi ha colpito la densità che c’era nelle relazioni». Il suo Walter sembra un uomo tutto di un pezzo, e invece? «E invece il contatto con la fragilità, anche sua, lo manda in crisi. Vive ancorato all’immagine che si dà di sé, della propria famiglia e quando questa immagine crolla, in qualche modo crollano anche i pilastri sui quali è costruita questa famiglia. E la sua vita e questo lo porta a scomporsi abbastanza velocemente». Un tipo di uomo che conosce? «Ce ne sono molti. Come Walter che si è costruito e ha costruito la sua famiglia e sé stesso su una postura, un’immagine di forza e successo, appartiene a un certo tipo di classe sociale e culturale di uomini dove le fragilità, le debolezze non sono messe in discussione, affrontate, condivise, capite. Non c’è proprio neanche la possibilità di andare su quel territorio. Quando ci si trova, come succede nella realtà a tanti uomini oggi, non hanno neanche il vocabolario emotivo rispetto a certe fragilità, non hanno strumenti per affrontare il dialogo con se stessi». Un vocabolario che lei conosce? «Penso di averlo conosciuto abbastanza velocemente nella vita quel vocabolario. E credo di aver avuto anche come attore alcune corde che forse vengono notate più adesso che in passato. Ma va bene cosi». I l suo primo film da attore è del 2001, Alla rivoluzione sulla due cavalli di Sciarra. Ha recitato per Sorrentino, Soderberg, Giovannesi, Annaud, Soldini, Archibugi, Moretti, Sollima. Bilanci? «Mi è servito tutto. Undici anni sui set a fare l’operatore. Ho cominciato con mia madre (Livia Giampalmo, per Evelina e i suoi figli , ndr) e lavorato sui set di registi che poi mi hanno chiamato a fare l’attore come Soderbergh. Forse oggi ho una maggiore capacità di creare il territorio adatto per gestire il rapporto col regista, con la troupe, per poter andare avanti insieme, creare l’empatia e la fiducia necessarie per fare bene». Da figlio d’arte, ci è cresciuto in mezzo al cinema «In realtà quando ho fatto l’operatore. Da piccolo meno perché i miei sono separati molto presto, vivevo con mia madre che faceva la doppiatrice. Ho avuto una formazione molto tecnica. Ho diretto cortometraggi e ora sto lavorando a un mio film. Ho l’esperienza per mettere insieme il campo e il controcampo, operatore e attore: la regia è un approdo naturale. Ho pronta la storia, ci sto lavorando, non vedo l’ora di iniziare». Ha lavorato anche come doppiatore. Che ricordi ha? «All’inizio con timore, una sorta di sindrome dell’impostore. Ho fatto una vera gavetta, andavo a bussare alle porte di direttori del doppiaggio che chiaramente mi guardavano come dire lascia stare, pensa a tua madre e tuo padre, lascia perdere» Ha prestato la voce a Joaquin Phoenix, Brad Pitt, Benicio Del Toro... «Diciamola bene: sono loro che mi hanno prestato la faccia. Sono attori giganteschi, una fortuna per me». Le piacerebbe girare un film con suo padre Giancarlo? «Magari, sarebbe bello. Di recente parlavo del fatto che stavo cercando una storia e mi ha portato in cantina, un sacco di sceneggiature rimaste letteralmente nei cassetti dei grandi nomi con cui ha lavorato lui. Un vero tesoro. Ma no, la mia storia non l’ho pescata in quei cassetti». A Venezia era in gara con due film, anche Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. «Persino troppo. Sono quasi diventato vice sindaco del Lido. Bello, ma soprattutto perché sono due progetti che amo. Sono film completamente diversi ma trovo punti di contatto tra i due personaggi, Walter e Mariano Guerra di Bechis, e riguardano in maniera diversa la colpa e la vergogna. Nel caso del film di Marco quel personaggio aveva un senso di colpa, una vergogna che si era insidiata nei 30 anni successivi a quello che già aveva passato nei due anni nel campo di detenzione: il solo fatto di essere sopravvissuto lo sente come una colpa. E nei trent’anni successivi si terrà dentro la vergogna per quello che ha vissuto. La vergogna è qualcosa che ti accompagna nella vita, qualcosa di incalcolabile e indicibile».

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