« Urdhëron ». Pronto, comandi! Al telefono ci si salutava sempre così, con Andrea Angeli. Una paroletta usata dai soldati albanesi che per Andrea significava tutto il suo essere a disposizione: eccomi, caro novinar , stimato gazetar , amato giornalista che lavori nei Balcani, sono qui pronto a darti una mano. Un numero di telefono, una mail, un contatto: non c’era generale o ambasciatore, funzionario internazionale o cappellano militare, marmittone o alpino in congedo che lui non conoscesse, del quale non fosse rimasto amico anche molti anni dopo quella missione, quella cerimonia, quel bombardamento. L' uomo «who was always there», che c' era sempre, disse di lui l’inviato europeo Javier Solana. «L' unico che a Nassiriya scorrazzava senza scorta e senz' armi», ne scrisse Bernardo Valli, principe degli inviati speciali: «Angeli c’era quando i nostri soldati saltavano in aria sull'Eufrate, nei Balcani o in Afghanistan. C'era, quando a Sarajevo s'atterrava sotto il tiro dei mortai. C'era, quando al piano 38 del Palazzo di Vetro si sceglievano gli uomini migliori per le crisi peggiori. Non c'era, ma è stato come se ci fosse, quando un kamikaze ammazzò Sergio Vieira de Mello, rappresentante speciale dell’Onu a Bagdad, l' esempio delle Nazioni Unite che vorrei». Figlio d' un medico modenese trapiantato nelle Marche, Andrea è morto a 69 anni e all’improvviso, nella casa che si era appena comprato a Macerata, dov’era tornato a vivere. Ai lettori, il suo nome non è noto. Ma è a lui che devono tanta informazione, dai fronti di guerra, che per decenni è uscita sui media italiani. Per quasi quarant’anni, è stato l’addetto stampa e l’italiano chiave di molte missioni Onu e Ue : «Da Timor Est alla Namibia, all' Albania: non mi sono fatto mancare nulla», si raccontò in Professione peacekeeper , il libro che riassume il senso della sua vita e del suo stare in mezzo alle guerre: un lungo cammino solitario da costruttore di pace che non si distruggeva nel dolore degli altri. Non se n’era fatte mancare molte, di guerre e di crisi internazionali: la Cambogia e il Cile, già negli anni ‘80, e nemmeno il Kosovo otto anni fa, richiamato dalla pensione Onu perché nessun funzionario conosceva i Balcani quanto lui. «Sono andato alla biglietteria del porto di Ancona per prendere una nave destinazione Spalato - ci raccontò a proposito di quest’ultima avventura - e la vecchia bigliettaia, compilando il modulo, ha esclamato sorpresa: ‘Ah, Andrea Angeli…! Sa che si chiama come un funzionario Onu che partiva sempre da qui durante la guerra in Bosnia?’. E io, ridendo: ‘Mi guardi meglio, signora: le sembro così invecchiato?’…». Andrea pareva non invecchiare, a parte gli ultimi tempi della malattia. Viveva dell’essenziale e non mangiava mai. Lo trovavi in giacca e cravatta anche nel deserto di Nassiriya. Mai scompigliato. Una volta guidò da Pristina all’Iraq, da solo, su una Panda, e appena arrivato tirò fuori dallo zainetto una camicia perfetta. Un'altra volta, su una vecchia R4 targata Tr (Tirana? «No, Terni»), pur di raggiungere un gruppo di bersaglieri, scavallò senza gomme chiodate chilometri di nevi balcaniche, al buio. Blazer blu e giubbotto antiproiettile, anche in mezzo a inviati dalla barba incolta di settimane e soldati con le mani nere di fatica, resisteva in questo modo alle brutture che incrociava. Sorridente, raramente ottimista: «Le vie del peacekeeping non sono infinite - era il suo ragionare - . Non puoi tamponare e basta». Faceva l’esempio di Kabul, che conosceva bene, prevedendo il tracollo di oggi: «In Afghanistan stiamo perdendo, perché mettiamo solo pezze a un tessuto strappato. Più passano gli anni, più quello diventerà un posto impossibile». La paura non l’ha mai abitato: «Le pallottole peggiori non sono quelle che t'arrivano in guerra» , alludeva al fuoco amico che doveva pur sempre mettere in conto, da italiano in prima linea. Casa nel centro di Roma e a Manhattan, belle macchine in garage, non usava molto né queste, né quelle: «Ho passato più notti su una branda militare che in un letto vero». Aveva lavorato con Bettino Craxi a New York, «esperienza indimenticabile», e i suoi esempi di diplomatico erano Carl Bildt e Bernard Kouchner , che furono ministri degli Esteri di Svezia e di Francia: «Ho imparato molto, fianco a fianco con loro, durante l' assedio di Sarajevo». L’odio per i telefonini, la condanna a 100 chiamate al giorno. Non c'era militare o giornalista che non lo cercasse in missione. E non fu visto quasi mai perdere la calma: «Solo una volta, in Bosnia, con un parlamentare italiano: pretendeva che proibissi alle tv di mandare immagini cruente all' ora di pranzo. Come se quello fosse stato un compito mio…». Angeli è stato un uomo libero. E perciò prezioso, per chi cercava la libertà d’informare oltre le veline militari e le censure politiche. Amava il mondo degli inviati di guerra quasi più dei militari e faceva di tutto per aiutarli, a volte anche rischiando: «Perché non chiedi a quel generale della Nato che cosa pensa veramente degli americani e della loro voglia di decidere sempre tutto? Vedrai che cosa ti risponde…». Lo sfottevi un po’, per la cura maniacale del dettaglio nel descriverti la carriera d’un ufficiale. E subito dopo non smettevi di ringraziarlo, per le notizie che nel frattempo ti aveva passato con nonchalance, ben nascoste dietro una cortina di dichiarazioni ufficiali . Con tutto quel che vedeva, ci chiedevamo ogni tanto se gli capitasse di piangere. Possiamo testimoniare che, sì, accadde quando vide morire il caporale Matteo Vanzan a Nassiriya. O quando ci portò al feretro di Ibrahim Rugova , il Gandhi dei Balcani, di cui era amico. E soprattutto quando il suo modello professionale, De Mello , saltò per aria colpito da un camion bomba. La pensava come Valli: «Non hanno ucciso soltanto uno che era il capo di tutti noi - si lasciò andare -, hanno ammazzato l’essenza del nostro lavoro. E quello che nel mio piccolo ho sempre cercato di essere anch’io». Urdhëron , Andrea: dove sei finito, perché non rispondi?
Addio ad Andrea Angeli: morto improvvisamente a 69 anni l'uomo che lavorava per la pace in mezzo a mille guerre
« Urdhëron ». Pronto, comandi! Al telefono ci si salutava sempre così, con Andrea Angeli. Una paroletta usata dai soldati albanesi che per Andrea significava tutto il suo essere a disposizione: eccomi, caro novinar , stimato gazetar , amato giornalista che lavori nei Balcani, sono qui pronto a darti una mano. Un numero di telefono, una mail, un contatto: non c’era generale o ambasciatore, funzionario internazionale o cappellano militare, marmittone o alpino in congedo che lui non conoscesse, del quale non fosse rimasto amico anche molti anni dopo quella missione, quella cerimonia, quel bombardamento. L' uomo «who was always there», che c' era sempre, disse di lui l’inviato europeo Javier Solana. «L' unico che a Nassiriya scorrazzava senza scorta e senz' armi», ne scrisse Bernardo Valli, principe degli inviati speciali: «Angeli c’era quando i nostri soldati saltavano in aria sull'Eufrate, nei Balcani o in Afghanistan. C'era, quando a Sarajevo s'atterrava sotto il tiro dei mortai. C'era, quando al piano 38 del Palazzo di Vetro si sceglievano gli uomini migliori per le crisi peggiori. Non c'era, ma è stato come se ci fosse, quando un kamikaze ammazzò Sergio Vieira de Mello, rappresentante speciale dell’Onu a Bagdad, l' esempio delle Nazioni Unite che vorrei». Figlio d' un medico modenese trapiantato nelle Marche, Andrea è morto a 69 anni e all’improvviso, nella casa che si era appena comprato a Macerata, dov’era tornato a vivere. Ai lettori, il suo nome non è noto. Ma è a lui che devono tanta informazione, dai fronti di guerra, che per decenni è uscita sui media italiani. Per quasi quarant’anni, è stato l’addetto stampa e l’italiano chiave di molte missioni Onu e Ue : «Da Timor Est alla Namibia, all' Albania: non mi sono fatto mancare nulla», si raccontò in Professione peacekeeper , il libro che riassume il senso della sua vita e del suo stare in mezzo alle guerre: un lungo cammino solitario da costruttore di pace che non si distruggeva nel dolore degli altri. Non se n’era fatte mancare molte, di guerre e di crisi internazionali: la Cambogia e il Cile, già negli anni ‘80, e nemmeno il Kosovo otto anni fa, richiamato dalla pensione Onu perché nessun funzionario conosceva i Balcani quanto lui. «Sono andato alla biglietteria del porto di Ancona per prendere una nave destinazione Spalato - ci raccontò a proposito di quest’ultima avventura - e la vecchia bigliettaia, compilando il modulo, ha esclamato sorpresa: ‘Ah, Andrea Angeli…! Sa che si chiama come un funzionario Onu che partiva sempre da qui durante la guerra in Bosnia?’. E io, ridendo: ‘Mi guardi meglio, signora: le sembro così invecchiato?’…». Andrea pareva non invecchiare, a parte gli ultimi tempi della malattia. Viveva dell’essenziale e non mangiava mai. Lo trovavi in giacca e cravatta anche nel deserto di Nassiriya. Mai scompigliato. Una volta guidò da Pristina all’Iraq, da solo, su una Panda, e appena arrivato tirò fuori dallo zainetto una camicia perfetta. Un'altra volta, su una vecchia R4 targata Tr (Tirana? «No, Terni»), pur di raggiungere un gruppo di bersaglieri, scavallò senza gomme chiodate chilometri di nevi balcaniche, al buio. Blazer blu e giubbotto antiproiettile, anche in mezzo a inviati dalla barba incolta di settimane e soldati con le mani nere di fatica, resisteva in questo modo alle brutture che incrociava. Sorridente, raramente ottimista: «Le vie del peacekeeping non sono infinite - era il suo ragionare - . Non puoi tamponare e basta». Faceva l’esempio di Kabul, che conosceva bene, prevedendo il tracollo di oggi: «In Afghanistan stiamo perdendo, perché mettiamo solo pezze a un tessuto strappato. Più passano gli anni, più quello diventerà un posto impossibile». La paura non l’ha mai abitato: «Le pallottole peggiori non sono quelle che t'arrivano in guerra» , alludeva al fuoco amico che doveva pur sempre mettere in conto, da italiano in prima linea. Casa nel centro di Roma e a Manhattan, belle macchine in garage, non usava molto né queste, né quelle: «Ho passato più notti su una branda militare che in un letto vero». Aveva lavorato con Bettino Craxi a New York, «esperienza indimenticabile», e i suoi esempi di diplomatico erano Carl Bildt e Bernard Kouchner , che furono ministri degli Esteri di Svezia e di Francia: «Ho imparato molto, fianco a fianco con loro, durante l' assedio di Sarajevo». L’odio per i telefonini, la condanna a 100 chiamate al giorno. Non c'era militare o giornalista che non lo cercasse in missione. E non fu visto quasi mai perdere la calma: «Solo una volta, in Bosnia, con un parlamentare italiano: pretendeva che proibissi alle tv di mandare immagini cruente all' ora di pranzo. Come se quello fosse stato un compito mio…». Angeli è stato un uomo libero. E perciò prezioso, per chi cercava la libertà d’informare oltre le veline militari e le censure politiche. Amava il mondo degli inviati di guerra quasi più dei militari e faceva di tutto per aiutarli, a volte anche rischiando: «Perché non chiedi a quel generale della Nato che cosa pensa veramente degli americani e della loro voglia di decidere sempre tutto? Vedrai che cosa ti risponde…». Lo sfottevi un po’, per la cura maniacale del dettaglio nel descriverti la carriera d’un ufficiale. E subito dopo non smettevi di ringraziarlo, per le notizie che nel frattempo ti aveva passato con nonchalance, ben nascoste dietro una cortina di dichiarazioni ufficiali . Con tutto quel che vedeva, ci chiedevamo ogni tanto se gli capitasse di piangere. Possiamo testimoniare che, sì, accadde quando vide morire il caporale Matteo Vanzan a Nassiriya. O quando ci portò al feretro di Ibrahim Rugova , il Gandhi dei Balcani, di cui era amico. E soprattutto quando il suo modello professionale, De Mello , saltò per aria colpito da un camion bomba. La pensava come Valli: «Non hanno ucciso soltanto uno che era il capo di tutti noi - si lasciò andare -, hanno ammazzato l’essenza del nostro lavoro. E quello che nel mio piccolo ho sempre cercato di essere anch’io». Urdhëron , Andrea: dove sei finito, perché non rispondi?

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