Dal nostro corrispondente GERUSALEMME Non poteva non parlarne, non poteva non menzionare la data per cui la cerimonia è stata allestita : Simchat Torah, il giorno successivo alla festa di Sukkot, quello che tre anni fa è stato il più buio nella Storia di Israele . Eppure come sempre Benjamin Netanyahu ha cercato di spostare l’attenzione sulle battaglie che sono ancora da combattere e su quelle che sono state combattute dopo l’alba degli eccidi . Perché il premier sa che 7/10/2023 — coincidente con ieri secondo il calendario ebraico — sono i numeri che molti elettori calcoleranno prima di infilare la scheda nell’urna. Addirittura avrebbero preferito che il voto non cadesse il prossimo 27 ottobre troppe assonanze con la data dell’orrore . Quel che il premier non può evitare sono i parenti delle vittime ancora impregnati dal dolore, come non può scansare il trauma degli ostaggi che pur son tornati a casa. Yaakov Godo, durante la commemorazione sul Monte Herzl, lo ha accusato di non aver saputo difendere il figlio Tom , ucciso nel kibbutz Kissufim: «Non l’hai protetto e non hai protetto le 1200 persone massacrate . Vergogna». Bushà , come in ebraico hanno urlato per mesi le migliaia di manifestanti: scendevano in strada per chiedere una tregua e ottenere il ritorno a casa degli ostaggi ancora tenuti da Hamas . Con il rilascio degli ultimi sequestrati e la restituzione anche dei cadaveri , quei cortei si sono sfilacciati, gli slogan affievoliti. Mentre solo poche centinaia hanno protestato in questi 36 mesi per fermare la strage a Gaza : i palestinesi uccisi hanno superato i 75 mila , di questi 1.500 ammazzati dopo il cessate il fuoco entrato in vigore un anno fa. Anche ieri dal palco Bibi — che non si è mai preso la responsabilità per le scelte strategiche dietro alla tragedia — ha continuato a proclamare la sua guerra permanente : «Non ce ne andremo dalla Striscia». Israel Katz, il ministro della Difesa, ha dichiarato che sono stati eliminati 4.000 tra i jihadisti che hanno partecipato agli assalti : «Ne restano 2.000, hanno i giorni contati». David Zini, il capo dei servizi segreti interni nominato da Netanyahu, ha avvertito che Hamas «starebbe preparando un attacco da perpetrare prima delle elezioni ». E lo stesso primo ministro aveva sostenuto la settimana scorsa: «I nostri nemici ci vogliono colpire» . L’opposizione ha bollato l’allarme come «politica spicciola», perché in vent’anni al potere Netanyahu ha sempre usato la paura nella propaganda elettorale . Questa volta però — avvertono gli analisti — il rischio per lui è che sbandierare le «minacce» possibili potrebbe ricordare quelle concrete non sventate tre anni fa . Yair Lapid ha invitato a casa sua, nel sobborgo elegante a nord di Tel Aviv, i leader dei partiti che vogliono scalzare il premier . La chiamano la «coalizione del cambiamento» e l’ex giornalista televisivo — e autore di romanzi gialli — si è fatto vedere attorno a un tavolino (tutti in maglietta rilassata da sabato sera) con Gadi Eisenkot, Naftali Bennett, Yair Golan e Avigdor Lieberman. I sondaggi per ora non garantiscono la maggioranza a questo gruppo assortito: i Democratici di Golan sono gli eredi dei laburisti, Bennett è stato un capo dei coloni, Lieberman in una colonia ci vive e nel 2018 si è dimesso da ministro della Difesa perché Bibi non era abbastanza aggressivo nei confronti di Hamas . Lapid fa da collante e spera di ripetere il successo del 2021 , quando con Bennett è riuscito a mandare Netanyahu all’opposizione per gli unici ventun mesi in un ventennio. Sulla carta il loro candidato a primo ministro è Eisenkot : l’ex capo di stato maggiore rappresenta il centro moderato e porta nei comizi il sorriso mesto di chi in questi tre anni ha sofferto, il figlio e due nipoti caduti da soldati nell’offensiva a Gaza. Non lo ricorda dal palco — ma se lo ricorda gran parte degli israeliani — che Yair (il secondogenito di Netanyahu) ha passato invece la guerra a Miami . © RIPRODUZIONE RISERVATA