Julio Velasco sarà sul palco all’inaugurazione del Festival dello sport al Teatro Sociale. Gli chiediamo: cosa le suggerisce la parola invincibili, tema della rassegna? «Onestamente non la amo troppo, perché lo sport per natura crea miti e non dobbiamo esagerare nel calcare la mano. Nessuno è invincibile e credo che per i giovani in particolare l’invincibilità non sia una buona aspirazione. A maggior ragione visto che grazie a internet ora basta un clic per avere accesso a un’offerta immensa di sport». Qual è la chiave corretta di lettura del concetto? «Quella provocatoria. Ricordare sempre che dietro le grandi vittorie ci sono tante sconfitte. Lo hanno ammesso più volte ad esempio Jordan e Federer. Chiunque abbia vinto tanto, sa che verrà ricordato per i successi ma che dietro c’è anche molto altro. L’invincibilità poi è come la perfezione, un concetto inarrivabile e a cui penso sia meglio non arrivare mai. Lo sport è passione e la passione deriva anche dall’incertezza. Se parti sapendo già chi vincerà, perdi il gusto per quello che guardi». Approfondiamo questo aspetto. «In passato lo sport ha vissuto di cicli vincenti. Penso al grande Milan o, nella pallavolo, a quelli della Russia, degli Stati Uniti, dell’Italia e del Brasile. Ora credo che sia necessario abituarsi all’incertezza perché sarà sempre più frequente un’alternanza di vincenti. Anche nel tennis ora ci sono Sinner e Alcaraz ma arriveranno altri contendenti». In Italia iniziamo a dare il giusto valore alla sconfitta? «Stiamo migliorando. Anche se, come tutti i cambiamenti, non è qualcosa che può avvenire dal giorno alla notte. Ritengo che aiuti la maggiore offerta di sport che vincono a livello nazionale, oltre al calcio. Il calcio è un mondo particolare. Penso all’accoglienza con i pomodori per l’Italia sconfitta in finale ai Mondiali 1970 dal Brasile di Pelè. Solo dopo molti anni si è iniziato a celebrare la bellezza della semifinale vinta per 4-3 sulla Germania. Credo che i risultati di tutto questo siano ancora evidenti». In che senso? «Pensiamo anche alle proteste per i rigori sbagliati nel ‘94 o all’amarezza per i risultati di Italia ‘90. Vedere tutto nero non porta da nessuna parte. Anzi forse porta direttamente a vedere tre Mondiali di fila senza l’Italia fra le squadre partecipanti. Oggi tutti pagherebbero per perdere una finale». Anche la vostra sconfitta agli Europei è stata accolta con più buonsenso? «Sì, la gente sta imparando a capire che le partite possono essere perse. E questo penso sia dovuto al fatto che ci sono sempre più praticanti e non solo tifosi. Quando fai sport, a qualsiasi livello, capisci che a volte una partita può andare male anche quando ci metti tutta la tua voglia. Si gioca bene e si gioca male, si vince e si perde. Mi piace sottolineare anche un’iniziativa in tal senso». Quale? «L’invito del presidente Mattarella anche ai quarti classificati delle Olimpiadi per l’incontro al Quirinale. Accettare la sconfitta non vuole dire essere meno delusi o vogliosi di rivincita. Mi viene da fare un paragone con la perdita dei genitori: è nell’ordine naturale delle cose. Per quanto dolorosa, va superata perché è una parte della nostra vita». Nemmeno da giovane ha considerato un atleta invincibile? Neanche Maradona? «No, nessuno. Nemmeno negli sport individuali. Il problema è che tendiamo sempre a dare una spiegazione razionale a tutto ma non è sempre possibile. Perché Leo Messi sbaglia due rigori agli ultimi Mondiali? Perché Sergej Bubka commette tre nulli ai Giochi di Barcellona 1992 e viene eliminato? Sapevano benissimo come fare il loro lavoro ma è andata così. Ho sempre amato molto la cultura greca in cui gli dei assomigliavano agli uomini in termini di passioni, imperfezioni ed errori». Un evento come il Festival dello Sport può aiutare a diffondere questa a corretta cultura? «Certamente. Mi fa sempre piacere partecipare perché l’atmosfera è fantastica, in città capita di fermarsi a prendere un caffè e fare due chiacchiere con i tifosi. Soprattutto c’è la possibilità di spiegare le cose, senza fretta, dando spiegazioni e rispondendo a domande che aiutano a sviluppare i concetti in modo profondo. E in generale amo il clima di polisportività che si respira a Trento in quei giorni, come quello che c’era in Argentina dove nello stesso club convivono più sport: qualcosa che mi ricorda la gioventù e mi è mancato. Al Festival lo ritrovo».
Velasco: «Squadre invincibili come il Milan di Berlusconi non esistono più. Anche Sinner e Alcaraz cadranno»
Julio Velasco sarà sul palco all’inaugurazione del Festival dello sport al Teatro Sociale. Gli chiediamo: cosa le suggerisce la parola invincibili, tema della rassegna? «Onestamente non la amo troppo, perché lo sport per natura crea miti e non dobbiamo esagerare nel calcare la mano. Nessuno è invincibile e credo che per i giovani in particolare l’invincibilità non sia una buona aspirazione. A maggior ragione visto che grazie a internet ora basta un clic per avere accesso a un’offerta immensa di sport». Qual è la chiave corretta di lettura del concetto? «Quella provocatoria. Ricordare sempre che dietro le grandi vittorie ci sono tante sconfitte. Lo hanno ammesso più volte ad esempio Jordan e Federer. Chiunque abbia vinto tanto, sa che verrà ricordato per i successi ma che dietro c’è anche molto altro. L’invincibilità poi è come la perfezione, un concetto inarrivabile e a cui penso sia meglio non arrivare mai. Lo sport è passione e la passione deriva anche dall’incertezza. Se parti sapendo già chi vincerà, perdi il gusto per quello che guardi». Approfondiamo questo aspetto. «In passato lo sport ha vissuto di cicli vincenti. Penso al grande Milan o, nella pallavolo, a quelli della Russia, degli Stati Uniti, dell’Italia e del Brasile. Ora credo che sia necessario abituarsi all’incertezza perché sarà sempre più frequente un’alternanza di vincenti. Anche nel tennis ora ci sono Sinner e Alcaraz ma arriveranno altri contendenti». In Italia iniziamo a dare il giusto valore alla sconfitta? «Stiamo migliorando. Anche se, come tutti i cambiamenti, non è qualcosa che può avvenire dal giorno alla notte. Ritengo che aiuti la maggiore offerta di sport che vincono a livello nazionale, oltre al calcio. Il calcio è un mondo particolare. Penso all’accoglienza con i pomodori per l’Italia sconfitta in finale ai Mondiali 1970 dal Brasile di Pelè. Solo dopo molti anni si è iniziato a celebrare la bellezza della semifinale vinta per 4-3 sulla Germania. Credo che i risultati di tutto questo siano ancora evidenti». In che senso? «Pensiamo anche alle proteste per i rigori sbagliati nel ‘94 o all’amarezza per i risultati di Italia ‘90. Vedere tutto nero non porta da nessuna parte. Anzi forse porta direttamente a vedere tre Mondiali di fila senza l’Italia fra le squadre partecipanti. Oggi tutti pagherebbero per perdere una finale». Anche la vostra sconfitta agli Europei è stata accolta con più buonsenso? «Sì, la gente sta imparando a capire che le partite possono essere perse. E questo penso sia dovuto al fatto che ci sono sempre più praticanti e non solo tifosi. Quando fai sport, a qualsiasi livello, capisci che a volte una partita può andare male anche quando ci metti tutta la tua voglia. Si gioca bene e si gioca male, si vince e si perde. Mi piace sottolineare anche un’iniziativa in tal senso». Quale? «L’invito del presidente Mattarella anche ai quarti classificati delle Olimpiadi per l’incontro al Quirinale. Accettare la sconfitta non vuole dire essere meno delusi o vogliosi di rivincita. Mi viene da fare un paragone con la perdita dei genitori: è nell’ordine naturale delle cose. Per quanto dolorosa, va superata perché è una parte della nostra vita». Nemmeno da giovane ha considerato un atleta invincibile? Neanche Maradona? «No, nessuno. Nemmeno negli sport individuali. Il problema è che tendiamo sempre a dare una spiegazione razionale a tutto ma non è sempre possibile. Perché Leo Messi sbaglia due rigori agli ultimi Mondiali? Perché Sergej Bubka commette tre nulli ai Giochi di Barcellona 1992 e viene eliminato? Sapevano benissimo come fare il loro lavoro ma è andata così. Ho sempre amato molto la cultura greca in cui gli dei assomigliavano agli uomini in termini di passioni, imperfezioni ed errori». Un evento come il Festival dello Sport può aiutare a diffondere questa a corretta cultura? «Certamente. Mi fa sempre piacere partecipare perché l’atmosfera è fantastica, in città capita di fermarsi a prendere un caffè e fare due chiacchiere con i tifosi. Soprattutto c’è la possibilità di spiegare le cose, senza fretta, dando spiegazioni e rispondendo a domande che aiutano a sviluppare i concetti in modo profondo. E in generale amo il clima di polisportività che si respira a Trento in quei giorni, come quello che c’era in Argentina dove nello stesso club convivono più sport: qualcosa che mi ricorda la gioventù e mi è mancato. Al Festival lo ritrovo».

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