La guerra contro l’Iran sta entrando in una fase nuova. Non perché si avvicini la pace. Al contrario: il conflitto cambia forma e soprattutto cambia geografia . Sul mare gli Stati Uniti hanno ridotto la capacità di Teheran di strangolare il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz. Sul fronte diplomatico, la minaccia iraniana sta ricreando interessi comuni fra Israele e alcune monarchie arabe, dopo che il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza sembravano avere congelato quella dinamica. Ma proprio mentre Washington aumenta la pressione militare sull’Iran, «lì a fianco» il ritiro di truppe Usa dall’Iraq lascia uno spazio che le milizie filo-iraniane possono cercare di occupare. Tre sviluppi diversi convergono in uno stesso scenario. Il primo cambiamento riguarda Hormuz . All’inizio della guerra, scoppiata il 28 febbraio, Teheran aveva puntato sulla sua arma geoeconomica più potente: mettere sotto assedio lo stretto attraverso cui in tempi normali transita circa un quinto del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti hanno risposto con un contro-assedio: blocco dei porti iraniani, scorta alle petroliere degli altri paesi, attacchi contro radar costieri, posamine e rampe missilistiche. Il traffico resta inferiore alla normalità, ma Teheran non è riuscita a chiudere il rubinetto del Golfo . Michael Doran, direttore del Middle East Center dell’Hudson Institute, conclude che in questa battaglia Trump ha per ora segnato più punti dell’avversario, pur senza avere ottenuto la vittoria definitiva che rivendica. Qui comincia il secondo capitolo della guerra. Se l’Iran non riesce più a ottenere il massimo risultato attraverso Hormuz, può cercare di chiudere altre porte. È la strategia dei «due stretti» : Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra . Gli Houthi hanno esteso la propria presenza lungo il Mar Rosso. In settembre droni partiti dall’Iraq hanno colpito le stazioni di pompaggio dell’East-West Pipeline saudita, l’oleodotto che consente a Riad di portare il greggio verso il Mar Rosso aggirando Hormuz. L’Arabia Saudita ha dovuto chiuderlo, anche se i lavori di riparazione sono stati rapidi come di consueto. È la versione contemporanea di una vecchia strategia iraniana. La Repubblica islamica non ha mai affidato la propria sicurezza soltanto alle forze armate nazionali. Ha costruito per decenni una profondità strategica esterna : Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad islamica palestinese, milizie sciite in Iraq, Houthi nello Yemen, il regime di Assad in Siria. Questa architettura ha subito colpi enormi e oggi è il fantasma di ciò che era stata. Hamas è stato decimato; Hezbollah ha perso una parte della leadership e dell’arsenale; la caduta di Bashar al-Assad ha spezzato il corridoio terrestre attraverso la Siria. Restano due piattaforme: Yemen e Iraq. La prima è ormai diventata un fronte aperto della guerra regionale, con gli Houthi che minacciano Bab el-Mandeb e colpiscono l’Arabia Saudita, mentre Riad è tornata a intervenire militarmente su larga scala nello Yemen. La seconda può diventare ancora più importante. È qui che assume rilievo la decisione americana di completare il ritiro dall’Iraq. Gli ultimi militari statunitensi hanno lasciato il paese alla fine di settembre , applicando un accordo negoziato nel 2024 dall’amministrazione Biden e rispettato da Trump. Il contingente era ormai ridotto, circa 2.500 uomini, ma aveva una funzione che andava oltre i numeri: intelligence, addestramento, deterrenza, presenza fisica in un paese dove le milizie sostenute dall’Iran hanno un peso militare e politico considerevole. L’uscita americana è stata celebrata da Teheran e dai suoi alleati iracheni come una vittoria , mentre curdi e altri settori iracheni temono sia il rafforzamento delle milizie sciite sia una ripresa delle cellule dello Stato islamico. Elliot Ackerman, ex ufficiale dei Marines che ha combattuto in Iraq, giudica questa scelta un grave errore strategico: gli Stati Uniti combattono contro l’Iran e nello stesso momento abbandonano il paese arabo nel quale Teheran dispone della rete di alleati armati più forte. Il governo di Baghdad aveva promesso il disarmo delle milizie filo-iraniane entro il 30 settembre; la scadenza è stata rinviata al giugno 2027 e organizzazioni come Kataib Hezbollah rifiutano di deporre le armi. L’Iraq può offrire all’Iran ciò che Hormuz non offre più : profondità terrestre, possibilità di negare la responsabilità diretta degli attacchi, confini porosi. Il Kuwait è a breve distanza dall’Iraq meridionale. Terminal petroliferi, impianti di desalinizzazione e basi americane possono essere raggiunti da droni e missili a corto raggio. La Giordania è vulnerabile sul suo confine orientale. Il Kurdistan iracheno, dopo la partenza delle difese americane, è più esposto. Doran richiama un episodio che rivela un altro problema: il costo della difesa. Come reazione all’attacco iraniano dell’8 settembre contro la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, furono impiegati decine di intercettori Patriot e oltre una dozzina di THAAD contro una ventina di missili balistici. Nessun americano morì, ma alcuni aerei furono danneggiati. Un missile offensivo abbastanza economico può costringere chi si difende a consumare intercettori molto più costosi e difficili da rimpiazzare. Una guerra di logoramento si combatte anche attraverso i magazzini delle munizioni. Il Pentagono è consapevole del problema. Gli Stati Uniti stanno rafforzando la presenza militare regionale e hanno inviato nuove batterie Patriot in Arabia Saudita e Qatar per proteggere infrastrutture energetiche. Altre migliaia di militari, navi e aerei sono diretti verso il Medio Oriente, inclusa la portaerei Theodore Roosevelt. Quindi il ritiro dall’Iraq non equivale a un disimpegno americano dalla regione. Produce piuttosto una redistribuzione: meno presenza terrestre in un paese cruciale, più potenza navale, aerea e antimissile attorno al Golfo. È in questo quadro che acquistano un significato diverso gli Accordi di Abramo. Dopo il 7 ottobre sembravano una costruzione diplomatica congelata. La guerra di Gaza aveva reso politicamente costoso per i governi arabi mostrare rapporti troppo stretti con Israele; la normalizzazione saudita era stata rinviata. Eppure il 24 settembre rappresentanti di Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco si sono riuniti a New York con gli Stati Uniti. Era il primo incontro multilaterale del gruppo dal gennaio 2023; per la prima volta ha partecipato anche il Kazakhstan. La N7 Foundation, che ha organizzato l’incontro, lo presenta come il rilancio di una cooperazione che comprende sicurezza, economia, tecnologia ed energia. Hamas non è riuscito a uccidere gli Accordi di Abramo. Anzi, la minaccia di Teheran rafforza la logica che li aveva generati. Israele e monarchie sunnite non devono condividere la stessa visione sulla questione palestinese per avere interessi comuni di fronte all’Iran. Difesa antimissile, intelligence, sorveglianza, sicurezza marittima, protezione delle infrastrutture energetiche possono creare una cooperazione molto concreta anche quando la politica impone discrezione. Qui emerge un’altra conseguenza inattesa della guerra. Per anni gli Accordi di Abramo sono stati raccontati soprattutto come un progetto di normalizzazione diplomatica ed economica. Ora possono acquistare una dimensione militare più marcata. L’Iran, colpendo o minacciando Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Giordania e basi americane, offre ai paesi arabi una ragione ulteriore per cercare sistemi di difesa integrati. Israele possiede tecnologie antimissile, intelligence e capacità operative che nessun altro attore regionale può offrire nella stessa misura. La pressione iraniana accelera quella convergenza arabo-israeliana che Teheran ha sempre cercato di impedire. Sarebbe prematuro annunciare la nascita di una Nato mediorientale. Le opinioni pubbliche arabe restano segnate dalla guerra di Gaza. L’Arabia Saudita non ha aderito agli Accordi di Abramo. Gli Stati del Golfo vogliono protezione contro l’Iran senza essere trascinati in una guerra permanente con Teheran. Lo dimostra anche il ruolo di Qatar e Oman nei tentativi di mediazione. Negli ultimi giorni sono proseguiti contatti indiretti fra Washington e Teheran su una possibile riapertura di Hormuz, sulla fine del blocco americano dei porti iraniani e sul dossier nucleare, ma le distanze restano ampie. La contraddizione della strategia americana è questa. Trump vuole dimostrare che si può piegare l’Iran senza occuparlo con un’invasione terrestre. Sul mare questa strategia ha ottenuto risultati: la Marina americana mantiene aperta una parte essenziale delle esportazioni petrolifere del Golfo mentre soffoca quelle iraniane. È molto diverso dalle guerre di Iraq e Afghanistan, con eserciti di occupazione e ambizioni di nation building . Ma Teheran può rispondere trasformando la propria debolezza in dispersione : meno scontro frontale, più milizie; meno Hormuz, più Bab el-Mandeb; meno attacchi attribuibili con certezza all’Iran, più droni lanciati dall’Iraq; meno battaglie decisive, più logoramento. Per questo l’Iraq può e