E nemmeno adesso, a dieci anni dalla morte e dalla sparizione di Maria Chindamo forse buttata in pasto ai maiali — sopra i poveri resti venne poi fatto passare un trattore così da cancellare per sempre proprio ogni residuale traccia corporea – quello stesso giorno, il 6 maggio 2016, in cui la picchiarono e rapirono , nemmeno adesso che siamo a processo, ovvero in una situazione perfino prodigiosa considerando la mediocrità e la sciatteria, senza ulteriori colpe voler ipotizzare, per carità divina, delle indagini iniziali, ecco, nemmeno adesso escono i nomi. Quelli veri. Quelli mancanti. I nomi degli infami che hanno decretato l’uccisione dell’ex commercialista divenuta imprenditrice agricola, 41 anni, mamma di tre figli , a capo d’una azienda a Limbàdi, tremila abitanti in provincia di Vibo Valentia; i nomi che hanno assoldato i sicari; poi, chiaro, i nomi di questi stessi ultimi, gli esecutori materiali. Finora sappiamo di un vicino di casa, tal Salvatore Ascone, imputato per concorso in omicidio, accusato d’aver manomesso il sistema di videosorveglianza della propria tenuta in maniera tale da nascondere i movimenti del commando , che attese Maria all’esterno del cancello dell’azienda, nelle feconde campagne di contrada Carini, poca gente e quella poca pressoché silente. Una comunità che, salvo al contrario una coraggiosa ribellione delle ragazze e dei ragazzi (manifestazioni, cortei, dibattiti), s’è chiusa. A protezione. Di se stessa. E dei responsabili. C’è in abbondanza, al solito prepotente, la gabbia di pensieri e di azioni della ’ndrangheta: la donna subordinata all’uomo e condannata all’obbedienza assoluta , la famiglia che deve lavare ogni affronto possibile subìto da un proprio componente, sia mai — un affronto beninteso vero oppure spesso presunto —, la manovra a lordare l’immagine d’una persona in maniera tale che, da subito, sia catalogata in un quadro di devianza, di colpevolezza, una insomma che se le va a cercare e merita una punizione . Sicché Maria Chindamo aveva rovinato il matrimonio, Maria Chindamo aveva plurime relazioni extra-coniugali, Maria Chindamo addirittura era amica di un poliziotto, un servitore dello Stato , ma allora lo faceva apposta, onta dopo onta, vergogna dopo vergogna, Maria Chindamo se la spassava felice e beata, Maria Chindamo aveva provocato la depressione del marito dal quale per la cronaca da anni voleva separarsi, una malattia che per carità davvero colpì quell’uomo in una reale condizione di difficoltà, e poi suicida. L’8 maggio d’un anno prima . Maria Chindamo, Maria Chindamo, Maria Chindamo... E comunque, ripetiamo, c’è, la 'ndrangheta, in quest'oscena e perdurante storia. Personaggi entrati nell'inchiesta sono gentaglia delle cosche, oppure alle cosche assai prossime, contigue, aderenti. Fra gli abissi umani s’innalzano sovente figure rare. V incenzo Chindamo, il fratello, è una di queste. Andrebbero ascoltate e di nuovo ascoltate le cinque ore del suo resoconto in Corte d’Assise a Catanzaro , dove si celebra il processo, alle fasi conclusive; si riprende il 9 settembre, dice l’avvocato dei Chindamo, Nicodemo Gentile, un professionista preparato, esperto, ma «tantissimo manca, è stato un consorzio a decretare la fine atroce di Maria». E chi, in quel consorzio? È nel mentre deceduto ma pesanti sospetti hanno riguardato l’ex suocero di Maria, che avrebbe decretato la condanna. Da solo? Quali i complici? Quali le protezioni? Anche l’avvocato loda Vincenzo, e come si potrebbe evitarlo, Vincenzo s’è trovato a proteggere i nipoti, tre ragazzi senza più la mamma — invero un anno senza entrambi i genitori —; è un commerciante e insegnante nel tempo libero, s’è messo a indagare, a intervistare della gente che aveva informazioni ma non voleva ammetterlo, ha sbugiardato altra gente che aveva seminato falsità, una fatica pazzesca, ma non basta, non può bastare, ripete Vincenzo. Ascoltiamolo: «Questo processo dobbiamo intenderlo come una base sulla quale costruire sviluppi dell’inchiesta. Non ho alcuna intenzione di fermarmi, che sia chiaro a tutti. Mi rivolgo a voi, signori: “Non ci sarà mai una resa per nessun motivo” . Vede, non dobbiamo smettere di sollecitare la società civile e le coscienze. Aggiungo un elemento di ulteriore dolore: conoscenti, anche intimi, di Maria, come quell’agente, oppure quell’amica con la quale s’era vista la sera prima di morire, avrebbero notizie preziose da rendere ma purtroppo hanno deciso di tacere». Il dottor Nicola Gratteri, oggi capo della Procura di Napoli, e in precedenza a Catanzaro, i carabinieri del Ros sono stati determinanti per riavviare indagini spente. Sono andati avanti controcorrente. Spesso nel buio. La famiglia dei Chindamo è della provincia di Reggio Calabria. Da generazioni. In questa provincia, a Rosarno, abitava Annunziata Pesce ; se ne stava trincerata in una pensione, era scappata di casa, dal marito, tre ventenni la rintracciarono e rapirono. Anche il suo cadavere, come quello di Maria, non è stato rinvenuto. E altri ancora. Tanti altri ancora. E frattanto, frattanto negli anni gli uomini delle cosche e non soltanto delle cosche, gli uomini del paese, gli uomini delle campagne , gli uomini delle piazzette, si sono dannati per lordare l'immagine di Maria secondo un classico schema della 'ndrangheta, nulla di nuovo stiamo rivelando, per cui una volta stabilito il male d'una persona, il male correlato a ogni nefandezza materiale e morale , il male beninteso senza fondamento alcuno, come nel caso della signora Chindamo, tutte balle e tutte menzogne, invenzioni spudorate, laddove la vittima coincide con l'esser colpevole, la colpevole della sua stessa morte.
Storia di Maria Chindamo, imprenditrice e mamma che si oppose alla 'ndrangheta: 10 anni senza killer né corpo. Il «consorzio» di uomini che la volle far sparire
E nemmeno adesso, a dieci anni dalla morte e dalla sparizione di Maria Chindamo forse buttata in pasto ai maiali — sopra i poveri resti venne poi fatto passare un trattore così da cancellare per sempre proprio ogni residuale traccia corporea – quello stesso giorno, il 6 maggio 2016, in cui la picchiarono e rapirono , nemmeno adesso che siamo a processo, ovvero in una situazione perfino prodigiosa considerando la mediocrità e la sciatteria, senza ulteriori colpe voler ipotizzare, per carità divina, delle indagini iniziali, ecco, nemmeno adesso escono i nomi. Quelli veri. Quelli mancanti. I nomi degli infami che hanno decretato l’uccisione dell’ex commercialista divenuta imprenditrice agricola, 41 anni, mamma di tre figli , a capo d’una azienda a Limbàdi, tremila abitanti in provincia di Vibo Valentia; i nomi che hanno assoldato i sicari; poi, chiaro, i nomi di questi stessi ultimi, gli esecutori materiali. Finora sappiamo di un vicino di casa, tal Salvatore Ascone, imputato per concorso in omicidio, accusato d’aver manomesso il sistema di videosorveglianza della propria tenuta in maniera tale da nascondere i movimenti del commando , che attese Maria all’esterno del cancello dell’azienda, nelle feconde campagne di contrada Carini, poca gente e quella poca pressoché silente. Una comunità che, salvo al contrario una coraggiosa ribellione delle ragazze e dei ragazzi (manifestazioni, cortei, dibattiti), s’è chiusa. A protezione. Di se stessa. E dei responsabili. C’è in abbondanza, al solito prepotente, la gabbia di pensieri e di azioni della ’ndrangheta: la donna subordinata all’uomo e condannata all’obbedienza assoluta , la famiglia che deve lavare ogni affronto possibile subìto da un proprio componente, sia mai — un affronto beninteso vero oppure spesso presunto —, la manovra a lordare l’immagine d’una persona in maniera tale che, da subito, sia catalogata in un quadro di devianza, di colpevolezza, una insomma che se le va a cercare e merita una punizione . Sicché Maria Chindamo aveva rovinato il matrimonio, Maria Chindamo aveva plurime relazioni extra-coniugali, Maria Chindamo addirittura era amica di un poliziotto, un servitore dello Stato , ma allora lo faceva apposta, onta dopo onta, vergogna dopo vergogna, Maria Chindamo se la spassava felice e beata, Maria Chindamo aveva provocato la depressione del marito dal quale per la cronaca da anni voleva separarsi, una malattia che per carità davvero colpì quell’uomo in una reale condizione di difficoltà, e poi suicida. L’8 maggio d’un anno prima . Maria Chindamo, Maria Chindamo, Maria Chindamo... E comunque, ripetiamo, c’è, la 'ndrangheta, in quest'oscena e perdurante storia. Personaggi entrati nell'inchiesta sono gentaglia delle cosche, oppure alle cosche assai prossime, contigue, aderenti. Fra gli abissi umani s’innalzano sovente figure rare. V incenzo Chindamo, il fratello, è una di queste. Andrebbero ascoltate e di nuovo ascoltate le cinque ore del suo resoconto in Corte d’Assise a Catanzaro , dove si celebra il processo, alle fasi conclusive; si riprende il 9 settembre, dice l’avvocato dei Chindamo, Nicodemo Gentile, un professionista preparato, esperto, ma «tantissimo manca, è stato un consorzio a decretare la fine atroce di Maria». E chi, in quel consorzio? È nel mentre deceduto ma pesanti sospetti hanno riguardato l’ex suocero di Maria, che avrebbe decretato la condanna. Da solo? Quali i complici? Quali le protezioni? Anche l’avvocato loda Vincenzo, e come si potrebbe evitarlo, Vincenzo s’è trovato a proteggere i nipoti, tre ragazzi senza più la mamma — invero un anno senza entrambi i genitori —; è un commerciante e insegnante nel tempo libero, s’è messo a indagare, a intervistare della gente che aveva informazioni ma non voleva ammetterlo, ha sbugiardato altra gente che aveva seminato falsità, una fatica pazzesca, ma non basta, non può bastare, ripete Vincenzo. Ascoltiamolo: «Questo processo dobbiamo intenderlo come una base sulla quale costruire sviluppi dell’inchiesta. Non ho alcuna intenzione di fermarmi, che sia chiaro a tutti. Mi rivolgo a voi, signori: “Non ci sarà mai una resa per nessun motivo” . Vede, non dobbiamo smettere di sollecitare la società civile e le coscienze. Aggiungo un elemento di ulteriore dolore: conoscenti, anche intimi, di Maria, come quell’agente, oppure quell’amica con la quale s’era vista la sera prima di morire, avrebbero notizie preziose da rendere ma purtroppo hanno deciso di tacere». Il dottor Nicola Gratteri, oggi capo della Procura di Napoli, e in precedenza a Catanzaro, i carabinieri del Ros sono stati determinanti per riavviare indagini spente. Sono andati avanti controcorrente. Spesso nel buio. La famiglia dei Chindamo è della provincia di Reggio Calabria. Da generazioni. In questa provincia, a Rosarno, abitava Annunziata Pesce ; se ne stava trincerata in una pensione, era scappata di casa, dal marito, tre ventenni la rintracciarono e rapirono. Anche il suo cadavere, come quello di Maria, non è stato rinvenuto. E altri ancora. Tanti altri ancora. E frattanto, frattanto negli anni gli uomini delle cosche e non soltanto delle cosche, gli uomini del paese, gli uomini delle campagne , gli uomini delle piazzette, si sono dannati per lordare l'immagine di Maria secondo un classico schema della 'ndrangheta, nulla di nuovo stiamo rivelando, per cui una volta stabilito il male d'una persona, il male correlato a ogni nefandezza materiale e morale , il male beninteso senza fondamento alcuno, come nel caso della signora Chindamo, tutte balle e tutte menzogne, invenzioni spudorate, laddove la vittima coincide con l'esser colpevole, la colpevole della sua stessa morte.

RELATED SIGNALS
Latest Trending News
SOURCE TRANSPARENCY