Nella sala della Direzione del Pd quella di giovedì 2 ottobre è stata già ribattezzata da più di un dirigente la giornata dell’«Elly pride» . La segretaria rivendica con orgoglio i risultati del partito sotto la sua leadership e l’opera da lei svolta per costruire una coalizione che prima non c’era. Ma l’applauso più lungo e più sentito (oltre a quello finale) arriva quando Schlein attacca Giuseppe Conte . Prima la segretaria replica al leader dei 5 stelle che in questi giorni spesso e volentieri ripete che il Movimento ha già il programma e che si sta attendendo solo il Pd, definendolo come perso nelle sue discussioni interne. La voce è forte e chiara: «Bisognerà fare il programma con un grande percorso d’ascolto, tutti insieme. C’è chi ha fatto quello di partito a settembre, noi lo avevamo fatto a febbraio e abbiamo aspettato gli altri…». Come a dire: noi siamo prontissimi, caro Giuseppe . Quindi l’affondo: «La nostra sarà un’alleanza inclusiva, ma non è che uno vale uno. Siamo il primo partito della coalizione e abbiamo il doppio dei voti delle altre forze . Generosi sì, ingenui no». Schlein dunque rivendica la forza del Pd citando il famoso slogan del Movimento delle origini e ritorcendolo contro Conte. Ma non basta: «Vorrei essere ancora più chiara: in qualsiasi altro Paese europeo il partito che ha un voto in più guida il governo. Si chiama democrazia, non egemonia». Ed è un segnale al maggior alleato anche quell’insistere, nella relazione, sul fatto che al tavolo del programma devono sedersi tutti. Anche quel Matteo Renzi tanto inviso a Conte, quindi. Certo, Schlein non nomina mai l’ex premier, ma è lui il suo obiettivo. Lui che alla vigilia della Direzione ha rivelato di averle fatto la proposta di cercare insieme un terzo nome. Un’uscita, quella di Conte, chiaramente tesa a mettere in difficoltà la segretaria, ricordandole che quelle primarie, invise a una buona parte del Pd e della stessa maggioranza interna che sostiene la leader, lui era disposto a non farle. E nel finale della sua lunga relazione la leader dem torna a rivendicare con orgoglio i risultati della sua segreteria: «Avevano scommesso che non sarei durata sei mesi e invece eccomi qui a fine mandato». Quindi sferra l’attacco a chi “tifa per il pareggio, per le larghe intese”, per il terzo uomo, insomma . Si rivolge a un establishment non meglio identificato che ha il Pd nel mirino. Ma è anche un discorso rivolto a quel pezzo della sua maggioranza che non la vuole alla guida della coalizione e che vagheggia un terzo nome o un federatore che dir si voglia. «Non provateci nemmeno con i sondaggi. Alle europee ci davano il 18 e abbiamo preso il 24…». Già, tutte quelle rilevazioni che danno il Pd mal messo o Schlein perdente con Conte . La leader dem è convinta che siano fatti circolare ad arte: «C’è chi vorrebbe entrare in casa nostra e scegliere per noi». Anche su questo la segretaria è netta: «Siamo un gruppo dirigente che dirige e che non si fa portare a spasso da nessuno, che si candida insieme a guidare l’alleanza e poi il Paese». Schlein è in campo per le primarie e intende vincerle. Se con l’affondo nei confronti di Conte ha soddisfatto i riformisti, non altrettanto però la segretaria riesce a fare con l’Ucraina. È materiale incandescente anche dentro il suo partito. Sul conflitto i toni si fanno meno netti: «Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ucraino e siamo convinti che l'Europa debba rendere più chiaro il proprio impegno per una soluzione diplomatica e negoziale perché per costruire la pace non possiamo aspettare che cada l'ultimo fucile. E per questo bisogna nominare adesso un negoziatore unico europeo». Ma chi e come negozierà la pace dentro l’alleanza dove le posizioni sull’Ucraina sono così diverse? «Sono fiduciosa che troveremo un punto di sintesi», si limita a dire la segretaria. E non aggiunge altro. Quella è una partita ancora tutta da giocare.
Schlein e il duro messaggio a Conte: «Generosi sì, ingenui no. Non è che "uno vale uno"». Ma i toni sull'Ucraina non convincono i riformisti
Nella sala della Direzione del Pd quella di giovedì 2 ottobre è stata già ribattezzata da più di un dirigente la giornata dell’«Elly pride» . La segretaria rivendica con orgoglio i risultati del partito sotto la sua leadership e l’opera da lei svolta per costruire una coalizione che prima non c’era. Ma l’applauso più lungo e più sentito (oltre a quello finale) arriva quando Schlein attacca Giuseppe Conte . Prima la segretaria replica al leader dei 5 stelle che in questi giorni spesso e volentieri ripete che il Movimento ha già il programma e che si sta attendendo solo il Pd, definendolo come perso nelle sue discussioni interne. La voce è forte e chiara: «Bisognerà fare il programma con un grande percorso d’ascolto, tutti insieme. C’è chi ha fatto quello di partito a settembre, noi lo avevamo fatto a febbraio e abbiamo aspettato gli altri…». Come a dire: noi siamo prontissimi, caro Giuseppe . Quindi l’affondo: «La nostra sarà un’alleanza inclusiva, ma non è che uno vale uno. Siamo il primo partito della coalizione e abbiamo il doppio dei voti delle altre forze . Generosi sì, ingenui no». Schlein dunque rivendica la forza del Pd citando il famoso slogan del Movimento delle origini e ritorcendolo contro Conte. Ma non basta: «Vorrei essere ancora più chiara: in qualsiasi altro Paese europeo il partito che ha un voto in più guida il governo. Si chiama democrazia, non egemonia». Ed è un segnale al maggior alleato anche quell’insistere, nella relazione, sul fatto che al tavolo del programma devono sedersi tutti. Anche quel Matteo Renzi tanto inviso a Conte, quindi. Certo, Schlein non nomina mai l’ex premier, ma è lui il suo obiettivo. Lui che alla vigilia della Direzione ha rivelato di averle fatto la proposta di cercare insieme un terzo nome. Un’uscita, quella di Conte, chiaramente tesa a mettere in difficoltà la segretaria, ricordandole che quelle primarie, invise a una buona parte del Pd e della stessa maggioranza interna che sostiene la leader, lui era disposto a non farle. E nel finale della sua lunga relazione la leader dem torna a rivendicare con orgoglio i risultati della sua segreteria: «Avevano scommesso che non sarei durata sei mesi e invece eccomi qui a fine mandato». Quindi sferra l’attacco a chi “tifa per il pareggio, per le larghe intese”, per il terzo uomo, insomma . Si rivolge a un establishment non meglio identificato che ha il Pd nel mirino. Ma è anche un discorso rivolto a quel pezzo della sua maggioranza che non la vuole alla guida della coalizione e che vagheggia un terzo nome o un federatore che dir si voglia. «Non provateci nemmeno con i sondaggi. Alle europee ci davano il 18 e abbiamo preso il 24…». Già, tutte quelle rilevazioni che danno il Pd mal messo o Schlein perdente con Conte . La leader dem è convinta che siano fatti circolare ad arte: «C’è chi vorrebbe entrare in casa nostra e scegliere per noi». Anche su questo la segretaria è netta: «Siamo un gruppo dirigente che dirige e che non si fa portare a spasso da nessuno, che si candida insieme a guidare l’alleanza e poi il Paese». Schlein è in campo per le primarie e intende vincerle. Se con l’affondo nei confronti di Conte ha soddisfatto i riformisti, non altrettanto però la segretaria riesce a fare con l’Ucraina. È materiale incandescente anche dentro il suo partito. Sul conflitto i toni si fanno meno netti: «Abbiamo sempre sostenuto e continueremo a sostenere il popolo ucraino e siamo convinti che l'Europa debba rendere più chiaro il proprio impegno per una soluzione diplomatica e negoziale perché per costruire la pace non possiamo aspettare che cada l'ultimo fucile. E per questo bisogna nominare adesso un negoziatore unico europeo». Ma chi e come negozierà la pace dentro l’alleanza dove le posizioni sull’Ucraina sono così diverse? «Sono fiduciosa che troveremo un punto di sintesi», si limita a dire la segretaria. E non aggiunge altro. Quella è una partita ancora tutta da giocare.

SOURCE TRANSPARENCY