L’ultima mossa di Donald Trump, dopo aver già fatto cambiare i nomi del Lago Ontario e del Golfo del Messico sulle mappe statunitensi, è l’annuncio di voler ridenominare l’intelligenza artificiale in «superintelligenza» . Durante il suo discorso all'Assemblea generale dell'Onu a New York, il presidente Usa ha dichiarato che il termine «intelligenza artificiale» fa sembrare la tecnologia «finta» e che d'ora in poi i documenti ufficiali degli Stati Uniti useranno «super intelligenza» (SI, in sigla). Se l'amministrazione americana dovrà probabilmente adottare presto la nuova denominazione, sembra piuttosto difficile che la locuzione «intelligenza artificiale» - con le sue abbreviazioni AI (all'inglese) o IA (all'italiana) - finisca nel dimenticatoio. Ma il tema è reale e va molto oltre la decisione di Trump. È ampiamente dibattuto dagli addetti ai lavori fin dal 1956 , quando l'espressione Artificial Intelligence fu per la prima volta presentata dal matematico e informatico statunitense John McCarthy durante la celebre conferenza di Dartmouth che sancì la nascita della disciplina come campo accademico autonomo . Intelligenza artificiale sembrava un termine neutro. Ma già allora il nome non piaceva a tutti. Claude Shannon preferiva «studi sugli automi», mentre altri pionieri parlavano di «elaborazione complessa delle informazioni». Negli anni Ottanta il filosofo John Haugeland propose «intelligenza sintetica», mentre Ibm ha utilizzato «cognitive computing» per il suo sistema Watson. La studiosa Kate Crawford, come dal titolo di un suo libro di successo, sostiene invece che l’AI non sia «né artificiale né intelligente». E in Italia (e non solo) ha ottenuto un certo successo la provocazione di Stefano Quintarelli di ribattezzarla SALAMI, acronimo inglese di «approcci sistematici agli algoritmi di apprendimento e alle inferenze delle macchine». La sigla, ovviamente goliardica, «è nata nel 2018 a Roma durante un aperitivo, riflettendo sulla natura fuorviante del nome "AI" - ci racconta Quintarelli -. Un acronimo scherzoso nato con una fetta di salame in mano. Ma voleva essere anche parallelo concettuale: la metafora descrive il processo in cui la materia prima viene tritata, insaccata e poi servita una fettina alla volta. I pezzi di "rancido" che ogni tanto compaiono rappresentano le cosiddette "allucinazioni" delle macchine». È soprattutto l'utilizzo del sostantivo «intelligenza» a lasciare perplessi molti esperti, con alcuni che lo contestano apertamente. Il contrario di quello che indispettisce Trump, che invece se la prende con l'aggettivo «artificiale». Per altro, chiamarla «Superintelligenza» introduce un ulteriore elemento di ambiguità e di confusione , visto che è anche il titolo del un libro diventato un classico sull'argomento, quel « Superintelligence » del filosofo Nick Bostrom che per primo, nel 2014, ha analizzato in dettaglio i rischi legati alla nascita di un'intelligenza artificiale capace di superare quella umana in quasi ogni campo, sfuggendo potenzialmente al controllo dei suoi stessi creatori . Nell'uscita di Trump si mescolano così, come ci confermano diversi esperti del tema, marketing e sovranismo . «Sull’intelligenza artificiale esistono già definizioni scientifiche condivise da tutta la comunità internazionale, non si possono cambiare per decreto come si è fatto con il Golfo del Messico o il Lago Ontario» sottolinea Emanuela Girardi , presidente di Adra (Associazione Europea su AI, Data e Robotics). Girardi ricorda come al momento siamo in situazione collocabile tra la «narrow AI» (o AI ristretta, cioè i sistemi di specializzati in compiti specifici, che è grossomodo l’intelligenza artificiale che usiamo oggi) e l'AGI, ovvero l’intelligenza artificiale generale, capace di eguagliare l’essere umano in un’ampia gamma di attività. La superintelligenza si tradurrebbe invece in un sistema superiore all’uomo in tutti i domini. « La superintelligenza, nelle definizioni accettate da tutti, non è neanche all'orizzonte . Chiamare "super intelligence" i sistemi di oggi è quindi assolutamente fuorviante: è un termine che i ricercatori usano per un salto molto più grande, che potrebbe non arrivare mai», dice ancora Girardi. Il dibattito sul cambiare nome all’intelligenza artificiale si trascina come detto da anni, ma in direzione opposta a quella voluta da Trump. «Si discute da tempo del peccato originale di aver chiamato questa tecnologia intelligenza artificiale , perché la parola "intelligenza" la umanizza e le attribuisce capacità che non ha : c’è chi propone di parlare piuttosto di automazione cognitiva o di agenti artificiali » aggiunge ancora Girardi che si dice sorpresa del fatto che il presidente degli Stati Uniti non contesti la parola “intelligenza”, che è quella davvero problematica, ma la parola “artificiale”. «Ricordiamoci che l’AI è sviluppata dall’uomo, ed è quindi un artefatto artificiale». Quella di Trump sembra soprattutto un'operazione di marketing. Come ci dice Federico Cabitza , professore associato di Interazione uomo-macchina e supporto decisionale all’Università Bicocca di Milano, «l’espressione “intelligenza artificiale” è ormai abusata e quindi Trump conia un nuovo termine. Peccato, però, che questo termine non sia affatto nuovo» (è associato a Nick Bostrom, come abbiamo ricordato). Aggiunge Cabitza: «C’è chi ritiene poi che la definizione di "superintelligenza" possa venire ulteriormente estesa, includendo anche un sistema non soltanto più intelligente di ciascun essere umano preso singolarmente, ma anche più intelligente di tutti gli esseri umani messi insieme . In altre parole, un sistema capace di superare persino l’intelligenza collettiva, la cultura e la conoscenza prodotte dalla comunità umana nel suo complesso, anche in un eventuale confronto con un avversario. L’intelligenza artificiale attuale, per quanto sia certamente molto potente, non può essere definita superintelligenza nel senso originario del termine. Trump, evidentemente, utilizza questa espressione per sottolineare che siamo di fronte a una tecnologia estremamente potente e strategica». «Per questo - conclude il docente della Bicocca -, il discorso di Trump non mi sembra particolarmente innovativo, se non dal punto di vista terminologico. Ma anche sotto questo profilo l’idea non è così originale come potrebbe sembrare. Anzi, rischia di creare una certa confusione». Il tema dell'«intelligenza» applicato alla macchine è centrali nei lavori di Walter Quattrociocchi e nelle sue riflessioni sull' « epistemia ». Il docente di Informatica alla Sapienza di Roma ci dice ( qui un suo intervento sul tema, in versione integrale ): «La scelta di Trump possiede indubbiamente il pregio della semplicità. Se non sappiamo esattamente in quale senso una macchina sia intelligente, possiamo evitare il problema stabilendo direttamente che sia superintelligente. Resterebbe soltanto da chiarire rispetto a chi, in quali capacità e sulla base di quale misura, ma rischieremmo di appesantire inutilmente un’operazione di branding riuscita così bene. Trump, del resto, ha una relazione consolidata con il lessico dell’intelligenza e della competenza. Spesso ha indicato tra le sue qualità principali l’essere « really smart » e si è definito « a very stable genius ». Non è necessario pronunciarsi sulla fondatezza dell’autovalutazione per notare la curiosa simmetria: una figura politica che ha fatto dei superlativi uno degli strumenti più riconoscibili della propria comunicazione prende una tecnologia già raccontata attraverso metafore cognitive e ne risolve le
«Ora si chiamerà "Superintelligenza"»: ma Trump riuscirà davvero a cambiare nome all'intelligenza artificiale?
L’ultima mossa di Donald Trump, dopo aver già fatto cambiare i nomi del Lago Ontario e del Golfo del Messico sulle mappe statunitensi, è l’annuncio di voler ridenominare l’intelligenza artificiale in «superintelligenza» . Durante il suo discorso all'Assemblea generale dell'Onu a New York, il presidente Usa ha dichiarato che il termine «intelligenza artificiale» fa sembrare la tecnologia «finta» e che d'ora in poi i documenti ufficiali degli Stati Uniti useranno «super intelligenza» (SI, in sigla). Se l'amministrazione americana dovrà probabilmente adottare presto la nuova denominazione, sembra piuttosto difficile che la locuzione «intelligenza artificiale» - con le sue abbreviazioni AI (all'inglese) o IA (all'italiana) - finisca nel dimenticatoio. Ma il tema è reale e va molto oltre la decisione di Trump. È ampiamente dibattuto dagli addetti ai lavori fin dal 1956 , quando l'espressione Artificial Intelligence fu per la prima volta presentata dal matematico e informatico statunitense John McCarthy durante la celebre conferenza di Dartmouth che sancì la nascita della disciplina come campo accademico autonomo . Intelligenza artificiale sembrava un termine neutro. Ma già allora il nome non piaceva a tutti. Claude Shannon preferiva «studi sugli automi», mentre altri pionieri parlavano di «elaborazione complessa delle informazioni». Negli anni Ottanta il filosofo John Haugeland propose «intelligenza sintetica», mentre Ibm ha utilizzato «cognitive computing» per il suo sistema Watson. La studiosa Kate Crawford, come dal titolo di un suo libro di successo, sostiene invece che l’AI non sia «né artificiale né intelligente». E in Italia (e non solo) ha ottenuto un certo successo la provocazione di Stefano Quintarelli di ribattezzarla SALAMI, acronimo inglese di «approcci sistematici agli algoritmi di apprendimento e alle inferenze delle macchine». La sigla, ovviamente goliardica, «è nata nel 2018 a Roma durante un aperitivo, riflettendo sulla natura fuorviante del nome "AI" - ci racconta Quintarelli -. Un acronimo scherzoso nato con una fetta di salame in mano. Ma voleva essere anche parallelo concettuale: la metafora descrive il processo in cui la materia prima viene tritata, insaccata e poi servita una fettina alla volta. I pezzi di "rancido" che ogni tanto compaiono rappresentano le cosiddette "allucinazioni" delle macchine». È soprattutto l'utilizzo del sostantivo «intelligenza» a lasciare perplessi molti esperti, con alcuni che lo contestano apertamente. Il contrario di quello che indispettisce Trump, che invece se la prende con l'aggettivo «artificiale». Per altro, chiamarla «Superintelligenza» introduce un ulteriore elemento di ambiguità e di confusione , visto che è anche il titolo del un libro diventato un classico sull'argomento, quel « Superintelligence » del filosofo Nick Bostrom che per primo, nel 2014, ha analizzato in dettaglio i rischi legati alla nascita di un'intelligenza artificiale capace di superare quella umana in quasi ogni campo, sfuggendo potenzialmente al controllo dei suoi stessi creatori . Nell'uscita di Trump si mescolano così, come ci confermano diversi esperti del tema, marketing e sovranismo . «Sull’intelligenza artificiale esistono già definizioni scientifiche condivise da tutta la comunità internazionale, non si possono cambiare per decreto come si è fatto con il Golfo del Messico o il Lago Ontario» sottolinea Emanuela Girardi , presidente di Adra (Associazione Europea su AI, Data e Robotics). Girardi ricorda come al momento siamo in situazione collocabile tra la «narrow AI» (o AI ristretta, cioè i sistemi di specializzati in compiti specifici, che è grossomodo l’intelligenza artificiale che usiamo oggi) e l'AGI, ovvero l’intelligenza artificiale generale, capace di eguagliare l’essere umano in un’ampia gamma di attività. La superintelligenza si tradurrebbe invece in un sistema superiore all’uomo in tutti i domini. « La superintelligenza, nelle definizioni accettate da tutti, non è neanche all'orizzonte . Chiamare "super intelligence" i sistemi di oggi è quindi assolutamente fuorviante: è un termine che i ricercatori usano per un salto molto più grande, che potrebbe non arrivare mai», dice ancora Girardi. Il dibattito sul cambiare nome all’intelligenza artificiale si trascina come detto da anni, ma in direzione opposta a quella voluta da Trump. «Si discute da tempo del peccato originale di aver chiamato questa tecnologia intelligenza artificiale , perché la parola "intelligenza" la umanizza e le attribuisce capacità che non ha : c’è chi propone di parlare piuttosto di automazione cognitiva o di agenti artificiali » aggiunge ancora Girardi che si dice sorpresa del fatto che il presidente degli Stati Uniti non contesti la parola “intelligenza”, che è quella davvero problematica, ma la parola “artificiale”. «Ricordiamoci che l’AI è sviluppata dall’uomo, ed è quindi un artefatto artificiale». Quella di Trump sembra soprattutto un'operazione di marketing. Come ci dice Federico Cabitza , professore associato di Interazione uomo-macchina e supporto decisionale all’Università Bicocca di Milano, «l’espressione “intelligenza artificiale” è ormai abusata e quindi Trump conia un nuovo termine. Peccato, però, che questo termine non sia affatto nuovo» (è associato a Nick Bostrom, come abbiamo ricordato). Aggiunge Cabitza: «C’è chi ritiene poi che la definizione di "superintelligenza" possa venire ulteriormente estesa, includendo anche un sistema non soltanto più intelligente di ciascun essere umano preso singolarmente, ma anche più intelligente di tutti gli esseri umani messi insieme . In altre parole, un sistema capace di superare persino l’intelligenza collettiva, la cultura e la conoscenza prodotte dalla comunità umana nel suo complesso, anche in un eventuale confronto con un avversario. L’intelligenza artificiale attuale, per quanto sia certamente molto potente, non può essere definita superintelligenza nel senso originario del termine. Trump, evidentemente, utilizza questa espressione per sottolineare che siamo di fronte a una tecnologia estremamente potente e strategica». «Per questo - conclude il docente della Bicocca -, il discorso di Trump non mi sembra particolarmente innovativo, se non dal punto di vista terminologico. Ma anche sotto questo profilo l’idea non è così originale come potrebbe sembrare. Anzi, rischia di creare una certa confusione». Il tema dell'«intelligenza» applicato alla macchine è centrali nei lavori di Walter Quattrociocchi e nelle sue riflessioni sull' « epistemia ». Il docente di Informatica alla Sapienza di Roma ci dice ( qui un suo intervento sul tema, in versione integrale ): «La scelta di Trump possiede indubbiamente il pregio della semplicità. Se non sappiamo esattamente in quale senso una macchina sia intelligente, possiamo evitare il problema stabilendo direttamente che sia superintelligente. Resterebbe soltanto da chiarire rispetto a chi, in quali capacità e sulla base di quale misura, ma rischieremmo di appesantire inutilmente un’operazione di branding riuscita così bene. Trump, del resto, ha una relazione consolidata con il lessico dell’intelligenza e della competenza. Spesso ha indicato tra le sue qualità principali l’essere « really smart » e si è definito « a very stable genius ». Non è necessario pronunciarsi sulla fondatezza dell’autovalutazione per notare la curiosa simmetria: una figura politica che ha fatto dei superlativi uno degli strumenti più riconoscibili della propria comunicazione prende una tecnologia già raccontata attraverso metafore cognitive e ne risolve le

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