Tra le vette scolpite nella roccia della val di Non e le geometrie austere del blasone di famiglia, c’è un filo sottile e prezioso che cuce insieme  secoli di storia aristocratica e la modernità più consapevole della moda contemporanea. È il filo che guida l’operato della giovane baronessa Margherita de Cles , imprenditrice, direttrice creativa e oggi ai vertici di Unimpresa moda. Una figura che rompe gli stereotipi del cliché nobiliare per abbracciare una visione in cui l’eleganza non è un semplice orpello, ma un manifesto etico, spirituale e culturale. L’antenato più altisonante di Margherita de Cles è nientemeno che il principe vescovo di Trento e Bressanone, Bernardo Clesio , tra le maggiori personalità politico-religiose vissute a cavallo tra il XV e il XVI secolo, umanista e mecenate promotore del Concilio di Trento. Ma facciamo un passo indietro. Dal 976 al 1803 il Trentino appartenne al Sacro romano impero germanico; dal 1004 ebbe il proprio principe -vescovo, un’economia non florida, le sue leggi e delle linee politiche — di solito allineate a quelle imperiali —. A fianco del principe-vescovo, ma spesso più pesanti in quanto a potere, prosperavano i nobili, numerosi nelle valli del Noce: l’elenco ufficiale del 1746 nomina almeno 71 famiglie dell’aristocrazia nonesa e solandra e, tra queste, una delle più forti specie in campo economico, fu quella dei Cles, che abitava nel castello omonimo già dagli inizi del secondo millennio. Il loro dominio effettivo è attestato dalle vecchie pergamene e dalle conferme vescovili dei loro privilegi. Nel 1375 i Cles avevano case e terreni in val di Sole; verso il 1400 — dietro versamento di « 360 ducati d’oro buono e di giusto peso » — avevano riscattato case, casali, orti, boschi e fratte intorno al loro castello. Poi ci fu Giorgio Cles, noto nel XV secolo per il suo attivismo commerciale — oltre che per la sua pietra tombale in marmo rosso, ancor oggi murata nella chiesa di Cles, ma su cui non fu mai scritta la data della sua morte — Acquistò beni e case in Mastellina, Monclassico, Pellizzano, Vermiglio, Ortisé, Revò, Dambel, Sanzeno e Cles. Con il denaro e i possessi veniva allargandosi anche l’influenza politica, tanto che ai primi del 1500 suo nipote Bernardo Clesio venne designato all’unanimità signore ecclesiastico e civile del Trentino, e per un soffio non diventò papa nel 1534. Il padre di Margherita, Leonardo Beniamino Maria de Cles, segna la storia del vino trentino fondando la cantina Baron de Cles grazie ai vigneti in Piana Rotaliana , culla del Teroldego, portati in dote dalla madre Matilde Dorna, figlia di Margherita de Dal Lago e prima cugina di Isabella de Dal Lago, che fu moglie del famoso pittore Bartolomeo Bezzi. Oggi la cantina , è guidata dal fratello di Margherita, Giorgio Bernardo. Ma anche la baronessa stilista aveva mosso un po’ di passi nel mondo del vino: «Dal 2007 al 2010 — racconta — avevo creato la mia etichetta Note di cuore, rosato da Teroldego, e lo avevo abbinato a un vestito . Credo che l’abbinamento moda e vino è un tema molto attuale e interessante ». Poi, però, la sua vera passione ha preso il sopravvento: Margherita, del resto, da piccola cuciva abiti per le Barbie, accompagnava il padre dal sarto di Cles, Riccardo Gabos e acquistava con lui i rimasugli di tessuti delle fabbriche tessile locali, imbastiva, ricamava, seguiva corsi di sartoria, e studiava. «A 14 anni i miei genitori mi mettevano sul treno da sola per andare in collegio a Cortina», racconta. Poi, sono arrivate le esperienze lavorative all’estero, veri e propri percorsi alla scoperta della bellezza e del mondo spirituale: Londra, New York, Tokyo, Città del Capo, Marrakech e Nuova Delhi. Da questi viaggi prende forma il sogno del brand La Cles Atelier, che ha segnato il suo rientro a casa, «perché alla fine la mia identità è qui e le mie radici partono da qui», come racconta anche nella sua biografia Le radici costruiscono il futuro della collana Experience Woman Enterprise di Unimpresa . Controcorrente rispetto alla fuga generalizzata verso le grandi capitali dello stile come Milano o Parigi, Margherita ha scelto di piantare le tende e radicare la sua impresa creativa là dove affondano le sue memorie familiari. Nel palazzo di famiglia, Palazzo de Dal Lago , Margherita ha aperto il suo atelier: «Casa e bottega come Coco Chanel», dice ridendo. Da qui escono le sue creazioni, ma non solo, perché il luogo è la fucina di tutta la sua creatività: dai corsi di cucito per i bambini dai quattro ai dodici anni agli eventi, dalle mostre d’arte ai concerti fino all’ospitalità, con due suites aperte durante il Covid che diventeranno sei nella primavera 2027. Quella che poteva sembrare una scelta isolata si è rivelata una felice intuizione di « geografia alternativa », capace di attrarre clienti da ogni dove e di dialogare a testa alta con i circuiti del lusso globale, dai salotti di Taormina alle vetrine d’autore . «Amo molto la multiculturalità , la mia moda è contaminazione: dal kimono al Sari, dai colori sgargianti della Sicilia di mia madre e dell’India che tanto amo ai riferimenti agli anni Sessanta — dice — non seguo i trend, ma ciò che credo valorizzi al meglio la donna per cui devo creare l’abito . E poi, grande attenzione ai tessuti, prima di tutto la seta». Tra i tessuti che utilizza anche l’ahimsa silk, la cosiddetta «seta vegana», che, a differenza del processo tradizionale — che prevede l’immersione dei bozzoli in acqua bollente uccidendo il baco —, attende che la crisalide completi la sua metamorfosi, trasformandosi in farfalla e abbandonando naturalmente il bozzolo. Solo successivamente il filo viene raccolto e lavorato artigianalmente dalle mani sapienti delle comunità rurali indiane. Un processo che restituisce a ogni abito d’alta sartoria un’anima profonda e un valore sociale inestimabile. Non sorprende che le sue creazioni abbiano conquistato il mondo dello spettacolo e del jet set, guadagnandole l’appellativo di «stilista dei vip». Da icone dello schermo e del palcoscenico come Maria Grazia Cucinotta , Rossella Brescia, Caterina Balivo e Anna Mazzamauro, fino alle passerelle di kermesse prestigiose come l’International Fashion Week e il Marefestival Salina, le collezioni di Margherita de Cles raccontano una femminilità libera, sofisticata e mai banale. Ma l’impegno della giovane baronessa non si esaurisce tra i tavoli da disegno e i tessuti pregiati dei suoi abiti da cocktail e da gran soirée . La sua leadership si è tradotta anche nell’impegno istituzionale a difesa del comparto tessile e artigianale italiano, attraverso il suo ruolo di vertice all’interno di Unimpresa Federazione Moda che ha intrapreso dal 2020. Da questa tribuna, porta avanti istanze cruciali per la tutela delle eccellenze fragili , la promozione del saper fare sartoriale e il sostegno alle piccole realtà produttive che costituiscono la spina dorsale del vero Made in Italy. La parabola di Margherita de Cles dimostra come la nobiltà contemporanea, per fregiarsi di tale nome, non debba guardare nostalgicamente al passato, ma sappia farsi carico del futuro. Custodendo la bellezza, proteggendo la terra e ridisegnando i confini di un lusso etico e sostenibile.